Lettere in Redazione risponde il sindaco Silvio Mazzaroli - foto

Egregio Direttore, con opportuna tempestività, ha colto e pubblicato, sul n. 3/05 dell’Arena, l’articolo dal titolo “Le due anime dell’Esodo” che tratta, semplificando al massimo, la legittima aspirazione dei nostri fratelli italiani, residenti oggi oltre confine, a venire considerati “italiani” a tutti gli effetti, per appartenenza etnica, antica tradizione e cultura. Una aspirazione che vorrebbero non venisse oscurata dalla valanga mediatica che qualche mese fa si è riversata sulla questione dell’Esodo e delle foibe, dando a noi esuli grande visibilità. Una visibilità, peraltro, risultata per noi praticamente inesistente per sessant’anni mentre, a dir il vero, loro qualche menzione riconoscente, per il pertinace impegno nella conservazione dell’italianità in quelle terre, l’hanno talvolta ottenuta, in tempi recenti, addirittura dal Presidente della Repubblica italiana. Questo particolare smentisce, di fatto, la velata accusa d’abbandono rivolta alla nazione “madre” da parte dell’articolista. Magari avessimo avuto noi, nei precedenti cinquant’anni, pari comprensione e soddisfazione nelle nostre sacrosante aspirazioni anche, ma non solo, economiche!Ma non è questo il tema della mia odierna riflessione. La centralità del problema - incarognita vexata questio - va posta sul fatto se siamo noi, ultimi esuli superstiti, disposti a riconoscere ai nostri conterranei rimasti una patente di italianità che, per antichissimi e documentati insediamenti, non può, in effetti, essere disconosciuta. E’ questo riconoscimento che, palesemente, vanno ricercando in ambito nazionale e che, pur avendolo già diffusamente ottenuto, ritengo dovrebbe essere loro garantito anche da noi esuli; non per una presuntuosa ed ingiustificata pretesa di arrogare a noi detta facoltà, ma semplicemente perché atto equo e motivato. Proveniamo tutti da un unico ceppo - quello italico - e tutti abbiamo parimenti sofferto per questa orgogliosa appartenenza etnica; noi per un plebiscitario Esodo, loro per una stravolgente aggregazione ad una Nazione indubbiamente diversa per tradizioni, lingua e cultura. Né la scelta, attuata dai nostri nonni e dai nostri padri, di renderci esuli ci dà il diritto di ergerci a giudici impietosi di quanti oggi portano le conseguenze della opposta scelta di rimanere, assunta dai loro predecessori. Sono state decisioni che hanno arrecato, a noi e a loro, grandi difficoltà e fatto pagare un altissimo prezzo per rimanere sempre e comunque italiani! Abbiamo già avutomodo di scrivere, in parecchi, che ci saremmo sempre rispettosamente uniformati, al riguardo di questi rapporti, alle posizioni assunte dai familiari e dai discendenti dei nostri martiri infoibati o barbaramente soppressi; a loro, anche a mio parere, spetta sulla questione l’ultima parola. Da sempre! Ma può questo... valere per sempre? Tempi e situazioni evolvono con sconvolgente rapidità, portando sostanziali mutamenti nelle persone e nei comportamenti e sempre nuovi protagonisti sul palcoscenico della vita. E, se fermi e decisi devono rimanere i nostri giudizi su fatti, accadimenti cruenti e personaggi negativi di un epoca passata, vogliamo non considerare con occhio diverso il nuovo che avanza? Nuovo perché generazionalmente tale e perché, ovviamente, non corresponsabile di azioni e scelte di diecine di lustri addietro. Qualsiasi diverso parere merita, comunque, rispettosa considerazione. VENIEROVENIER Caro Venier, difficile non condividere la sua opinione. Ritengo, infatti, che la patente di italianità non possa e non debba essere in alcun modo negata dagli esuli ai rimasti; semmai, sono altre le “patenti” che potrebbero essere messe in discussione, ma queste rientrano nelle libertà, se onestamente e correttamente interpretate, di ciascun individuo. Ciò che importa è che ci si rapporti entrambi con rispetto, senza pretendere di giudicare, di essere gli uni più “italiani” degli altri o di dare agli altri lezioni di democraticità e via discorrendo. Noi e loro siamo vittime di un passato che purtroppo non si può cancellare ma che è sicuramente sbagliato, oltre che controproducente, voler perpetrare all’infinito. Dovremmo tutti, con cognizione di quello che è stato, è e sarà, provare a scrollarcelo da addosso. Josip Broz, alias Tito Sul numero dell’Arena di Pola del 27 gennaio 2005 ho letto l’articolo di Carlo Montani: “Tito. Fine di una parabola”. Era da tempo che volevo buttar giù qualche rigo sulla figura del defunto maresciallo Tito, il persecutore di noi italiani. Penso che ben pochi di noi esuli sappiano dei natali del maresciallo jugoslavo, per l’anagrafe, Josip Broz. Tito era nato a Kumrovec, in Croazia, nel 1892 da padre trentino e da madre croata. Il di lui padre Giovanni Broz era di Vallarsa, del Maso Broz (da Brozzi, nome di origine toscana). A seguito di ricerche fatte negli anni cinquanta, il defunto giornalista e scrittore Stefano Terra (vero nome, Giulio Tavernari) scrisse un saggio - “Tre anni con Tito” - pubblicato e subito fatto ritirare dalle librerie. In quegli anni era ancora aperta la questione di Trieste e sulla zona B, sotto amministrazione jugoslava. Quindi, Tito nome di battaglia, non sarebbe il vero Josip Broz. Da notare che costui, dalla fine della prima guerra mondiale (dopo l’avvento della rivoluzione russa dell’ottobre del 1917) e sino allo scoppio della seconda, si trovava nell’Unione sovietica. Chi era, dunque, costui? Qui, in Australia, risiedono a Myrtleford, nello stato del Victoria in qualità di immigrati dei Broz; sono di origine trentina e veneta. L’anno della morte di Tito, avvenuta a Lubiana nel 1980, non ricordo bene, la rivista Oggi o Gente aveva riportato un ampio articolo sulla figura del Maresciallo jugoslavo. J. Broz Tito aveva una cugina a Trento. Il padre di Tito assieme a suo fratello (lo zio) si recò in Croazia in cerca di lavoro. Caso volle che lì s’innamorasse d’una ragazza di Kumrovec sposandola. GINO SALVADOR Caro Salvador, temo che il Suo scritto possa ingenerare confusione in qualche lettore in quanto il mistero, da Lei sollevato sul personaggio in questione, non mi sembra sussista. Secondo Nora Beloff (una tra i più accreditati biografi del Maresciallo) Josip Broz, più noto come Tito, nacque nel 1892 a Kumrovec (paesetto croato prossimo al confine con la Slovenia) da padre croato (possibili, per altro, le sue origini trentine) e da madre (cattolicissima) slovena che lo fece comunicare e cresimare, facendo fare (quasi incredibile!) al giovane Josip persino il chierichetto.Cittadino austro-ungarico, servì come soldato l’Impero, raggiungendo il grado di caporale (grado fatidico per quasi tutti i futuri dittatori del XX secolo) e combattendo, nella IGuerra mondiale, prima sul fronte serbo e poi su quello russo. Qui fu ferito e fatto prigioniero dai zaristi. Curato, fu poi impiegato come meccanico nella ferrovia transiberiana, aderendo alla rivoluzione russa. Visse in Russia dal 1915 al 1924, diventando un fervente comunista. Affinò le sue capacità militari partecipando alla guerra civile in Spagna. Ritornato nella terra d’origine, assurse rapidamente alla guida del locale movimento comunista. Il resto, purtroppo, lo conosciamo molto bene. Pensioni INPS Egregio Direttore, sono un profugo istriano residente aMilano e ci siamo sentiti circa un anno fa. Le chiedo, cortesemente, se ci sono novità in merito al ricorso presentato dall’INPS alla Corte di Cassazione contro l’esito a noi favorevole della Corte d’Appello di Firenze sul problema della perequazione della pensione per i profughi. Ringraziandola anticipatamente le porgo distinti saluti. DOMENICO BENUSSI Caro Benussi, la risposta più aggiornata concernente il suo quesito la può trovare nell’articolo a pag. 3 dell’Arena n. 3/05, scritto dal nostro collaboratore CarloMontani. Peto, de novo, venia CaroDirettore, in merito al “cartellone” della Mostra tenutasi a Trieste a Palazzo Vivante, in occasione del 50° Anniversario del ritorno della Città all’Italia, da Lei pubblicato su un precedente numero del giornale, ed in cui appariva la data, dame contestata, del trasferimento de “L’Arena di Pola”, da Pola a Trieste, avevano ragione loro. Dicono che ... “la notte porta consiglio” e, dopo aver dormito sopra la mia protesta per un certo periodo,mi sono ricordato di alcuni particolari di eventi verificatisi a Trieste nel 1997, 50° Anniversario dell’iniquo Trattato. Allora “Il Piccolo” dedicava almeno 3 pagine ogni giorno agli eventi di cinquant’anni prima, pubblicando, tra l’altro, anche la ristampa delle prime pagine di alcune “Arene” stampate all’epoca a Pola. Scartabellando nel mio “archivio” cartaceo (la memoria talvolta mi gioca qualche brutto scherzo) ho ritrovato anche quella datata 14 maggio 1947, che Le allego in copia, che mi smentisce inequivocabilmente. Per la involontaria “faloppa”, peto de novo venia! ALIGIVIDOSSI Caro Vidossi, La prego di non rimproverarmi se, per sintetizzarla, ho stravolto la Sua lettera; credo, comunque, di averne salvato, sull’argomento specifico, lo spirito, compresa la simpatia che sempre caratterizza i Suoi scritti. Pubblico, sicuro che ai nostri lettori farà piacere rileggerlo, il saluto loro rivolto dall’Arena all’atto del trasferimento a Trieste, che così gentilmente mi ha inviato. Non c’è due... senza tre; a quando... la prossima “faloppa”? Peto venia anche mi, per la libertà che mi sono concessa. Gli “esploratori” della Parrocchia di Sant’Antonio Caro Direttore, offro anch’io il mio piccolo contributo di “memorie”, inviandoLe le foto della chiesa parrocchiale di Sant’Antonio a Pola, unitamente a quella del suo gruppo di baldi “boy scout”. PADREMARIO GERMANO DIANA Caro Padre Germano, pubblico con grande piacere le Sue foto. Data la giovane età degli “esploratori” che vi sono rappresentati, ritengo possibile che qualcuno dei nostri lettori vi si riconosca e che magari si rifaccia vivo raccontandoci una delle sue avventure di allora. A Lei un caro saluto in attesa di incontrarLa nuovamente al prossimo raduno de “L’ultima mularia”. La mia leggenda Non so come cominciare a scrivere, così comincio ricordando mio marito, Libero Stefano, che nel suo lavoro era “un grande”! Era un meccanico, motorista ed elettricista specializzato. Coi motori era bravo come un dio; fatti con le sue mani duravano decenni. Ricordo una sera a Pola, eravamo al ballo del “Pattinaggio”; improvvisamente mancò la luce e lui, in breve tempo, rimise tutto a posto. Poi lo persi di vista;mi mancò così, come quella sera venne amancare la luce. Arrivarono i giorni dolorosi dell’Esodo e noi ci ritrovammo a La Spezia, alla caserma “Ugo Botti”. Il Destino volle così! Nel ‘48, dopo aver frequentato un corso di elettricista ed elettrauto, Libero partì per l’Argentina. Ci sposammo il 29maggio 1949 e lo raggiunsi. Fin dal principio gli diedi man forte; erano tempi duri. Tutti i santi giorni sino a tarda sera trattavo con i suoi clienti. Ci si fermava solo alle nove di sera ed allora l’abbracciavo stretto, chiamandolo per nome: Libero, Libero! Il lavoro gli ha dato tanta soddisfazione ed anch’io ho lavorato tanto, anche da sarta. Ora, dopo cinquanta anni di duro lavoro, riposa in pace. Il 1950, era l’Anno Santo; io ed alcune amiche decidemmo di prendervi parte e ci imbarcammo per Roma sulla “Buenos Aires”, una nave di emigranti. Durante il ritorno una tempesta spaventosa ci colse per mare; dovetti lottare tutta una notte con la paura ed ilmal dimare. Sono convinta di essere stata aiutata dalmio Angelo Custode. Arrivata, mio marito mi portò a visitare il centro di Buenos Aires, che è fantastico, ma io per la stanchezza dormivo in piedi. Anzi sognavo! Ad un tratto mi rividi a Pola, nell’ora del crepuscolo, quando il cielo si tinge di rosso fuoco. Ero vicino al mare, nei pressi dello Stabilimento di Marina, a Sisplas... poi mi svegliai. Che grande delusione provai; non ero a Pola,ma inAmerica. EDDA SALVADOR Carissima signora Edda, bella la Sua leggenda e struggente il suo sogno. Soprattutto bellissima la sua storia d’amore con Libero; bella come lo possono essere solo le storie che hanno visto lottare e costruire tantissimo insieme per la propria vita di coppia. Complimenti. Lettere in Redazione risponde il sindaco Silvio Mazzaroli

Dal numero 3260

del 30/04/2005

pagina 8