Venti anni di sub Con nuovo apparato ‘un brutto incidente e un salvataggio - foto di GIORDANO PICCOLI

Didascalia: Viene fatta esplodere una mina Terra parte Per evitare i fastidiosi accidenti che l'iperossia provocava al personale subacqueo durante il ma, sacrante lavoro su fondali che oltrepassavano i li, miti di sicurezza, a S. Andrea (isola di Venezia) il Centro subacqueo studiava un nuovo apparecchio da mettere in uso il più presto possibile: un apparecchio ad aria, una specie di -narghilé, sfruttando le stesse attrezzature del sommozzatore, insomma un palombaro leggero, siglato R.64 con manichetta per l'aria e bombole di ossigeno da usare durante la salita e ir caso di emergenza. Dopo numerose prove in vasca (4x3 in vetro) ed in mare. si decise il collaudo finale ad una profondità più consistente. Venerdì 21 maggio 1948, ore 13, m'immergo su un fondale di 27-30 metri ed inizio il lavoro precedentemente statoilito. Per la torte corrente, mi sono ulteriormente appesantito, calzando le regolari scarpe con suola di piombo. Tutto procede bene, la visibilità è ottima: regolo I flusso d'aria. ed inizio il noioso lavoro su tracciato, che consiste nel camminare per un'ora lungo la segnaletica subacquea già tracciata. Penso e divago. Scruto il fondo che si presenta liscio e grigio, privo di attrattive: canticchio per ammazzare il tempo. Improvvisamente noto irregolarità nel flusso d'aria: mi fermo e controllo; di colpo mi manca l'aria. Segnalo in superficie e chiedo più volte aria. Fiducioso. attendo un minuto e più senza respirare. Con tutta calma. decido di salire. Apro la valvola delle bombole dr ossigeno; ma, ahimè, uno scoppio come un'esplosione mi intontisce per un attimo. La forte pressione dell'ossigeno (kg 150) mi ha rotto il tubo d'entrata nel sacco polmone. e non riesco a succhiarne un po'. Una grossa bolla sale in superficie e nello stesso momento dò il segnale, attraverso la braga, di recuperarmi. In superficie vedono la bolla e contemporaneamente sentono la mia chiamata d'urgenza. Iniziano il i ecupero. Mi accorgo che la salita è molto lenta, troppo lenta. La braga é tesissima. Mi guardo attorno, ma non riesco a capire il motivo. Cosa succede? Sono oltre i limiti della mia apnea. Attendo che qualcuno scenda ad aiutarmi. Perché si tarda tanto? (Ho saputo dopo che, nella fretta, avevano dimenticato a terra in banchina, il G.50, l'apparecchio di emergenza. e nessuno poteva venire in mio soccorso). Sarò impigliato? Dove? (Infatti, cosi é! Con il puntale della scarpa avevo incocciato un cavo d'acciaio e vi ero rimasto impigliato). Non riesco a divincolarmi, mi sento come se fossi tirato da due forze opposte. Intanto i minuti passano ed io, impotente e scoraggiato, sento che non c'è più niente da fare, che la mia fine si sta avvicinando. Ma provo una diminuzione di pressione sul mio corpo e scorgo un po' di luce; vuoi dire che mi tirano su. M'illudo, perché improvvisamente sono di nuovo fermo. Non ce la faccio più. Penso a tutto e a tutti. Provo una rabbia indescrivibile verso la vita che c'è lì sopra e che mi sta sfuggendo. Con tanta tenerezza, che vale un saluto, vedo mia moglie e mio figlio, lei vedova e lui senza papà, proprio l'indomani che compivo due anni di matrimonio. Per fortuna mi rimane ancora un pizzico di ragionevolezza; sono gli ultimi attimi; in cerca di iespirare, sto per strapparmi la maschera facciale, ma non lo faccio (é stata la mia fortuna). Distendo orizzontalmente le braccia e stringo I pugni. Credo ele stato proprio questo, l'ultimo labile pensiero recepito dalla mia ormai infranta volontà: da asfissiato avrò forse qualche probabilità di essere salvato. Intanto in superficie sono tutti preoccupati e pensano già al peggio. Un giovane sommozzalore genovese di nome Robello (anni prima cra stato istruttore al Cornsubim La Spezia) prende l'iniziativa e mi fa filare di colpo come un piombo sul fondo; in tal modo, pesante com'ero. scapolo l'Incoccio e ml libere. A causa della caduta, come si dice in gergo sub, dai 15 metri (dov'ero appeso) ai 30 metri, privo di un equilibrio di pressione, subisco una forte compressione idrostatica ed emetto sangue dai polmoni. Tirato su, cianotico, con le braccia distese, non respiro e la maschera facciale è piena di sangue. Qualcuno mi mette in dita in gola, tappata dal sangue. e dò un cenno di vita. Mi fanno una iniezione di adrenalina al cuore e durante la corsa all'ospedale, col velocissimo del comandante 13irindelli, mi riprendo. il tempo trascorso dall'attesa dell'aria fino al recupero è stato di 4 minuti e mezzo. All'ospedale c'è un po' di confusione; si fanno supposizioni di come e accaduto il fatto. Alzatomi dalla lettiga, ai signori in camice bianco espongo la mia versione; li saluto; nessuno interviene. ed io, accompagnato da lue marinai. col motoscafo raggiungo S. Andrea. Sono tanto stanco ed ho un forte sonno. Durante le due ore di sonno profondo, un medico mi assiste costantemente. La stessa sera vado a casa. Lunotti 24 maggio un carabiniere bussa alla posata di casa mia a Marghera e chiede se vi abita un certo capo Piccoli; ha l'ordine dl portarmi all'ospedale. SI vede che il mio comportamento ha sconcertato I medici e solo In seguito hanno pensato alla gravità del caso. Dopo tre giorni di analisi, ml dimettono con la diagnosi: -Emoftoe da compressione subacquea. Una nata curiosa, lo esco ed il c.te Birindelli viene ricoverato per una appendici, te. Rinuncio alla convalescenza e mi prendo qualche giorno di riposo. Perfezionato ER.64, venti giorni dopo l'incidente. si decide per il collaudo. Propongo sia fatto nello stesso posto dove apparecchio e personale hanno fatto le bizze. Venerdì 11 giugno, ore 13. Sott'acqua mi diverto. L'apparecchio funziona a meraviglia e finalmente ER.64 può essere messo in uso con tutta tranquillità. L'incidente, IIè mio memoriale, l'ho cosi segnato: Venerdì 21.5 1954 ore 13, collaudo 13.64, morto e resuscitato; per la vita; grazie a Robello. In seguito a ordini di Mai ma Venezia, il é maggio 1949 vengo mandato assieme ad altri due sommozzatori, al V gruppo dragaggio per cooperare alla ricerca e ricognizione del cacciatorpediniere Quintino Sella. La ricerca con a dragamine viene eseguita col sistema della sciabica in una zona a circa 15 miglia al largo della spiaggia del Lido di Venezia, in un fondale che varia dai 20 ai 27 metri. Le condizioni atmosferiche non sono buone a causa della brezza tesa da levante, con maretta e forte corrente. In caso di incoccio della sciabica ho statoilito che l'immersione venga fatta con l'autorespiratore G.50 (ad ossigeno) solo per la localizzazione. Il sommozzatore Rinaldo Torri avrebbe eseguito il tuffo, mentre il sopralluogo ed il rispettivo controllo l'avrei fatto Io con l'R.64. Avevamo già operato una decina di immersioni, ma visto che le condizioni atmosferiche peggioravano. mi sono accordato con il comando di bordo di sospendere con il prossimo incoccio e di segnalare il punto con una boa. Intanto mi tolgo il vestito di gomma e rimango con la anttomuta e muta di lana. alzando mi avvertono efe si é incocciato. Sono le 15,37; tutto è fermo. il Torri scende lungo la sciabica ed io con il battello lo seguo. Mi segnala che è arrivato. Sono esattamente 22 metri. Percepisco ogni suo movimento; serto dalle vibrazioni della braga che si affatica; con i nostri segnali convenzionali, gli chiedo cosa succede. Mi risponde con colpi strani. Intensifico i ascolto; non risponde più. Lo salpo (recupero). All'affiorare in superficie, noto che lo sguardo è fisso e spento; la aiuto con la braga a salire sulla scaletta del battello. Improvvisamente, giunto a mora scaletta. viene colto da violentissime contrazioni nervose (classico sintomo della iperossia), e mi produce la rottura della braga a circa mezzo metro dalia vita. Il Torri piomba in acqua e affonda. In quel momento, come ho già accennato, indosso solo le mute di lana. Non c'è tempo da perdere. Cerco I estremità della brag3 per tuffarmi, ma é impigliata in mezzo ai ferri e tra il pagliolato della barca. Mi tuffo e raggiungo il Torri a 4-5 metri sotto; l'afferro o tento di riguadagnare la superficie. Per il peso che trascino. tra quello dell'infortunato che ha una spinta negativa di oltre 15 kg ed il peso della mia iena inzuppata, vado più giù che su: non riesco a mettere la testa fuori dall'acqua per prendere una boccata di aria. Sono esausto. Mollare il compagno, significa perderlo. Finalmente riesco a inettere la testa in superficie; respiro; mi guardo attorno e vedo che il battello. scarrocciato dalla forte corrente si é allontanato di molto. Con le forze rimaste (affondo e riemergo) urlo: Cimai Cima! Sulla mano che appena affiora. sento un colpo: é la cima! Grazie al cielo, la provvidenziale cima lanciata da uno dei miei marinai. L'afferro e ml faccio tirare sotto il battello; il Torri é salvo. Privo dl forze, rimango con un braccio infilato tra I gradini della scaletta, fin quando si accorgono che anch'io tono abbastanza mal messo. CI è mancato poco che facessimo la fine del cacciatorpediniere Quintino :Sella.

Dal numero 2479

del 28/02/1987

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