Quindici mesi deportato - Paolo Pozzi -foto

foto Fotografia eseguita due mesi prima della smobilitazione del campo avvenuta ai primi di ottobre del 1945; nei giorni successivi i «forzati. e le «forzate» vennero smistati in parte a Stara Gradisca ed in parte a Cocevle; Paolo Pozzi è il quinto da destra, seconda fila partendo dal basso, in piedi, con camicia scozzese e braccia conserte; Domenico Bendoricchio da Dignano (fucilato il 15 agosto 1945), in seconda fila da destra verso sinistra, in piedi, con camicia bianca, a fianco di Pozzi; gomito destro sporgente e mano sul fianco; Antonio Bendoricchio primo cugino di Domenico, anche lui da Dignano, (fucilato il 15 agosto 1945), dietro le spalle di Domenico, con camicia bianca e con il capo vicinissimo a quello del cugino (a sinistra di chi guarda); al centro le autorità militari in divisa accanto alle effigi di Tito e Stalin, verso l'alto: da sinistra a destra in seconda fila: la drugarima e il Comandir di Prisilna Cela. (al centro) ed il responsabile delle prigioni del tribunale di via Roma, Slari Vodnik Martin Rereclio di Arbe, un sanguinario esecutore materiale di alcune condanne a morte; nella foto appare anche l'ex capocarcere Ernesto Nebbioso di Rovigno, nel periodo dell'amministrazione Italiana, ma purtroppo a distanza di quasi quarant'anni, non sono riuscito ad individuarlo; fu anche lui fucilato il 15 agosto 1945, unitamente al due Bendoricchio; la foto venne ripresa alle spalle dell'edificio di .Prisilna Cela. (l'entrata era dall'alto, in linea Starcevich), dalla parte del mare, a circa 40 metri dalla spiaggia Immagini e racconto di Paolo Pozzi Questo disegno fu fatto dai ..carissimo amico Rinaldo Dami (si .pento a soli 55 anninel 1979).,,disegnatore di tavole e versetti sul «Corriere dei Piccoli» e inventore del personaggio di Scuterino; mostra come veniva «preparato il deportato nel campo di concentramento, prima di essere avvialo al martirio; i più -fortunati., si fa per dire, ricevevano il colpo alla nuca, prima di essere gettali nel baratro della foiba; gli altri invece, valevano meno di una cartuccia; venivano gettati vivi (la descrizione è quella del .druso. Bepi Stepcic di Santa Domenica d'Albona ricomposta con la memoria) Nella Compagnia forzati Sono trascorsi trentanove anni da allora, ma non sono valsi ad obliare il ricordo ancora vivo di quel giorno: é maggio 1945. E' notte fonda. L'ora canonica dei prelevamenti: le due circa. Rovigno dorme il suo sonno convulso, dopo la tanto sospirata pace. Riposa all'ombra del suo duomo, del suo campanile, bianchissimi, coi suoi due porti, con le sue bacane e i suoi guzzi alla fonda. Le su, case tinte di rosa, di giallo. di verde pisello dai teneri colori infantili, assiepate lassù. aggrappate al campanile di S. Eufemia calano per il lento pendio delle acque tranquille del porto di S. Caterina e su quelle strapiombano senza riva. senza fondamenta. specchiandovisi, ignare della nostra sorte. Il cielo stellato deforma le ombre e le tinte del paesaggio nell'ora antelucana. Una vecchia berlina Fiat 514. che è venuta a prelevarci si ferma davanti all'edificio della prigione che, con le sue mura rosse volge le ,spalle alla banchina di Valdibora. L'antico carcere, costruito dai francesi durante l'effimero governo napoleonico delle Province Illiriche, sempre silenzioso prima e troppo grande per questa ridente cittadina del litorale istriano. in questa atmosfera greve di vapori provenienti dal mare, rivela un insolito brusio, sordo e confuso, mentre dinnanzi al grigio portone ferrato, nascosto sotto spesse volte di pietra, si nota una animazione inconsueta. Caccia grossa per l'Ozna: il Narodni Odbor ha lavorato bene e molti nemici del popolo, strappati al caldo dei loro letti, sono chiamati al redde rationem. Quanti prelevati nella stanza adibita un tempo ad ufficio matricola! Ci sono agricoltori, operai. commercianti, impiegati... Strano. Tutti nemici del popolo Dalla calata degli uomini del bosco, il 25 aprile '45. dopo la partenza dei tedeschi, facenti parte del comando della Capitaneria di Porto che. quatti quatti ed a luci spente, drizzarono la prora della loro motozattera verso l'opposta sponda romagnola. preferendo saggiamente darsi priglionieri agli Alleati, che già avevano occupato la zona, anziché cadere negli artigli degli slavi, a Rovigno, come del resto in tutta l'Istria, si viveva uno strano clima carico di tensione e di interrogativi e per molti, anche di terrore. Le contrade invase da bivacchi ed archi di verzura improvvisati, esaltanti la sloboda le vie percorse dagli echi di canzoni strane, con grande sventolio di bandiere rosso stanate. Urla, comandi rauchi. si frammischiavano all'idioma locale espressi in una lingua non a tutti comprensibile. Alla matricola — un pro-forma per dissimulare un ladrocinio — venni spogliato di ogni oggetto: l'orologio, il portafogli, mentre la fede. che portavo all'anulare, mi venne sfilata con difficoltà, dopo che il solerte druse per farla scorrere, mi sputacchiò più volte tra le dita. Per ultimo, ; lacci delle scarpe, in ossequio al regolamento carcerario. e poi scaraventato in malo modo in una cella del primo braccio. Al mio apparire, quelli che già l'occupavano non si mossero dal loro squallido giaciglio; però mi parve che qualcuno, che certamente rei conosceva, quasi come un sospiro, avesse pronunciato il mio nome. Quando i primi raggi del sole illuminarono il triste ambiente, incominciarono le visite dei compagni» locali. Sostavano nel corridoio dinnanzi all'inferriata del finestrone della cella e tra sguardi di scherno, in segno di solidarietà verso i nuovi occupatori, non risparmiavano le più atroci invettive: fascisti, politicjai...! Jebenti... gavarè fini de rubar al popolo...! Chi avrebbe potuto immaginare che delle figure così incolori. potessero influire con il loro comportamento, cosi stravolto in brevi giorni, sul destino di tanti uomini. Mi resi poi conto, quando ebbe termine il -carosello», che tutto era stato programmato. Infatti, buon ultimo, si affacciò il -compagno Checco, al secolo Francesco Godena. capo dell'Ozna locale. Si diceva che fu lui a far fuori proditoriamente il partigiano italiano, rovignese puro sangue, Pino Budicin. Allora con grinta truce sentenziò: .Finirè Cuti in foiba. Non passarono otto mesi che una mattina lo trovarono impiccato alle sbarre della finestra di una cella d'isolamento, in quello stesso carcere, incolpato di cominformismo: reato di deviazionismo che il -grande. Tito non perdonava a nessuno. Alla fine di maggio '45, con la solita Fiat 5t4, venni trasferito a Polo assieme alla signora Maria Tromba, operaia della locale Manifattura Tabacchi (il marito, vigile urbano, venne buttato nella foiba nella prima e fugace comparsa dei partigiani slavi, nel settembre 1943, per avere applicato una contravvenzione ritenuta da taluni ingiusta) e con l'ex brigadiere dei carabinieri in pensione Mario Comuzzi, incolpato di svolgere servizi di spionaggio a favore del comando tedesco. Venne fucilato — secondo alcuni — nel cimitero di Tersatto di Susak, per altri, buttato nella foiba di Cregli (Barbana). Dovevo essere sottoposto ad un interrogatorio in sede istruttoria, da parte del pubblico accusatore Petko Lucic, un gigante di quasi due metri originario di Castua, facente parte del tribunale militare della IV Armata jugoslava. In attesa, venimmo rinchiusi nelle camere di sicurezza dell'ex Questura italiana in Riva. Nella circostanza ebbi l'affettuoso conforto di mia moglie Zora, che avuto sentore del mio trasferimento, seguì il mio forzato itinere; potevo vederla quasi ogni giorno, quando mi portava il solo pasto consentito, di cui sentivo veramente bisogno. Il 20 giugno 1945, in una notte in cui imperversò un temporale da diluvio, con tredici compagni di sventura (l'ex capo carcere di Rovigno Ernesto Nebbioso, Giovanni Belci, Giuseppe David, i fratelli Antonio e Giuseppe Bendoricchio, Giovanni Pilotio, tutti di Dignano, unitamente ad alcune guardie nazionali repubblicane del caposaldo di Gallesano) tra urla e bestemmie del capo degli strassari Bepi Stepcic di Santa Domenica d'Albona. coi polsi legati con la corda di sparto, venimmo avviati sulla strada di Barbana. Arrivammo all'alba inzuppati fradici. Il giorno seguente, sempre a piedi, a Pozzo Littorio. Sostammo un giorno rinchiusi nel seminterrato. privo di bocche d'aria, dell'edificio delle scuole elementari: l'indomani una parte di deportati venne fatta proseguire a piedi; alcuni, come me. invalidi presero posto sul cassone di un camion che in nottata raggiunse Susak. Ci venne riservato I'onore d'inaugurare il nuovo campo di concentramento di Prisilna Ceta. (Compagnia Forzati). Si trattava d'un edificio rurale, vecchio deposito di granaglie, dopo la stazione ferroviaria di Susak, sito tra Ulica Starcevic. strada che conduce a Cerquenizza, e il mare. Dopo di noi arrivarono altri italiani di Pola e Fiume ed anche un certo numero di Ustascia e Domobrani. Nei primi tempi dormivamo sul nudo piancito; era già abbastanza caldo e non ne provammo eccessivo disagio; poi arrivarono dei tavoIoni di legno e dei murali, dai quali, molto rozzamente, ricavammo dei giacigli a castello. A cose fatte giunse anche un plotoncino di deportate, che trovarono posto nel solaio dell'edificio. Quasi la totalità dei forzati» venne adibita, dalla mattina presto ai tramonto, alla rimozione delle macerie degli edifici lesionati dalle incursioni aeree o per altre cause, sorvegliati da una squadra di strassari. Il problema dell'igiene però era veramente sconfortante. La carenza di vitamine nella sboba che ci davano una volta al giorno. Incominciò a dare chiare manifestazioni di irritazioni cutanee. Quando mi accorsi che alcuni si grattavano chiesi di parlare con il Comandir, manifestandogli il sospetto che si trattasse di scabbia. Non mi ero sbagliato. L'esperienza fatta con gli indigeni della nostra ex colonia, durante il periodo di lavoro prestato all'ente di colonizzazione della Libia, prima del secondo conflitto mondiale, ente che prevedeva l'obbligo a tutto il personale tecnico di frequentare un corso di pronto soccorso presso l'Ospedale Umberto I di Tripoli. mi fu assai utile. specie quando venni trasferito nella piana di Barca in Cirenaica, zona dove erano diffusissime due malattie: il tracoma e la scabbia. Ai contagiati applicavamo una soluzione di calcio e zolfo, diluita con petrolio ed alcool. Ne sortiva un liquido giallastro fluido, che si passava con un pennello sulle zone cutanee contagiate. Dopo due settimane le lesioni pruriginose regredivano fino a scomparire. La scabbia aveva contagiato quasi tutti, me compreso. Esentato per la mia invalidità dai lavori pesanti (mi avevano assegnato la pulizia delle latrine—) venni autoriz zato a reperire le sostanze necessarie per preparare il benefico intruglio, sostituendo il petrol!)-1. introvabile, con la benzina; calcio ventilato e zolfo vennero forniti dalla farmacia dell'Ospedale Fratelli Branchetta di Fiume. Ripetei questa terapia (pregando Iddio che andasse a buon fine). già applicata in Libia, sotto gli sguardi diffidenti del Comandir e degli strassari anche parecchi di essi ne erano affetti e quando si resero conto che il rimedio era veramente efficace, si sottoposero alle mie pennellate serali. Questo episodio suggerì di allargare i miei compiti, intesi ad organizzare un servizio più adeguato di immediata assistenza. creando una piccola infermeria, fornita di disinfettanti. garze. cotone, due siringhe, revulsivi, antipiretici, sedativi. lassativi e cardiotonici. Questi ultimi risultarono preziosi. in quanto un certo numero dì deportati in età avanzata erano affetti da disturbi cardiaci. Tutto ciò venne fornito dall'Ospedale di Santo Spirito di Fiume, a cura del dottor Maraspin, d'intesa con il referend.sanited responsabile della saluce, sia degli internati che dei sorveglianti di Prisilna Ceta. Un particolare che mi mise un po' a disagio fu quando dovetti pennellare le donne depor-tate, tra le quali c'era Maria Luisa Valentina Pinzi, abbastanza nota a Polo consorte dell'omonimo colonnello, madre di un bambino di dieci anni, che non avrebbe mai più riveduto. Che cosa poteva aver commesso quella donna per meritarsi una sorte del genere? Quali avvenimenti l'avevano portata lì? Era bellissima, con una fluente chioma di un biondo tizianesco ed un corpo da venera. La scabbia aveva contagiato anche lei, in una forma virulenta negli spazi interdigitali, ai polsi, ai gomiti, ascelle e cosce. Mi sentivo tanto a disagio quando veniva il suo turno. Si prestava con sincera umiltà, mostrandomi le parti più intime del suo corpo, povera figliola; vedevo in lei soltanto un debole essere umano, avvilito, indifeso, come quello di una sorella o una figlia da proteggere. E questo lo comprendeva, perché la causa di ciò era imputabile soltanto alla promiscuità dell'ambiente, in cui eravamo costretti a vivere: me ne fu assai grata. Quando Prisilna Ceta, nell'ottobre del 1945 venne sciolta. una parte dei suoi disgraziati ospiti venne trasferita a Cocevje ed una a Stara Gradisca. lo venni destinato alla Vojno Ambulanta di Fiume. per dare il cambio ad un desse-infermiere ammalato. Era una specie di piccolo ospedaletto militare di transito, installato nella ex villa del senatore Riccardo Gigante, ultimo podestà di Fiume, sita in via Firenze. Proprio in una stanza del primo piano e nel suo letto, venne ucciso strangolato dai primi partigiani che occuparono il capoluogo del Carnaro. Gigante aveva la colpa di essere stato uno dei capi del movimento dei Legionari %mani, cha con D'Annunzio, riscattarono l'italianità di quel lembo di territorio che oggi si chiama Rieka. Con il ripristino dei nosocomi della zona, la Vojno Ambulanta venne sciolta. Era diretta dallo Stati Vodnik Jvessa di Pinguente — ex maresciallo dei reali carabinieri — di fede comunista. passato nelle bande partigiane 1'8 settembre 1943. Venni a sapere, al rientro dalla prigionia, che aveva optato per la cittadinanza italiana e che prestava la sua opera presso lo Zuccherificio di Samoggia (Bologna), in qualità di impiegato-magazziniere. Come ex sottufficiale dell'Arma, beneficiava anche della pensione. Era ovvio che mi preoccupassi per la sorte che mi sarebbe stata riservata: trasferimento a Cocevje o Stara Gradisca? Eravamo già all'inizio della primavera 1946, e bene o male l'inverno l'avevo passato; Jvessa. dopo aver sprangato tutte le porte e per ultimo il cancelletto accesso, mi consegnò le chiavi e disse: Vai al Narodni Sud in via Roma e consegna le chiavi al capitano Daniele Garapic, presidente del tribunale militare della IV Armata. In Cancelleria ti diranno dove sei destinato. Credo che ti terranno li per servizi; anzi. forse per ripristinare l'infermeria delle prigioni annesse al tribunale. Infatti fu proprio cosi. Ma ciò che più mi sorprese, fu che mi lasciarono circolare senza strassaro come invece avveniva di regola per tutti coloro che si trovavano nelle mie condizioni; forse perché non avrei potuto andare tanto lontano a causa della mia invalidità? Mahl Tale riflessione m'incoraggiò a sperare che la tanto agognata libertà non si sarebbe fatta troppo aspettare. Infatti venni posto alle dirette dipendenze dello Sieri Vodnik Ivan Sirola di Kastua, capo della cancelleria del tribunale militare. che mi investi delle stesse mansioni che avevo svolto sino a quel momento. Il mio alloggio era la stessa stanza adibita ad infermeria. ed ero tenuto a portare al braccio sinistro la fascetta bianca con la croce rossa. Al reparto servizi vi erano altri italiani; alcuni già li conoscevo. come la signora Maria Tromba addetta alla cucina con la quale venni tradotto il 31 maggio '45 da Rovigno a Polo. Fui veramente lieto di rivederla. Dipendeva dalla signora Maria D'Asta di Pola. che svolgeva le funzioni di cuoca. Poi un certo Mario Ghersini, che faceva lo scopino e Giovanni Rampollo, ex agente di P. S. di Pola, originario della Sicittà. che faceva il barbiere, sia a favore degli ufficiali del tribunale, che dei deportati. Dopo un mese circa il mio nuovo incarico, venni a conoscenza di una funesta notizia: Maria Luisa Valentina Pinzi, dopo circa quattro mesi dal suo arrivo al campo di concentramento di Stare Gradisca, era deceduta a causa di una violenta ed Irreversibile meningite cerebr

Dal numero 2345

del 16/06/1984

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