POLA DELL' ALTRO IERI Mirabella Roberti, apprendista stregone di GIGI MUGGIA - foto

Immergendomi nei ricordi di un'infanzia felice voglio aggiungere una postilla personale a piè di pagina alla brillante biografia che Beni Nider ci ha tracciato dell'intensa vita e dell'ancora instancabile opera del prof. Mario Mirabella Roberti. La simpatia e l'ammirazione che hanno sempre circondato la figura di questo appassionato e fortunato scopritore delle vestigia della nostra storia antica in giro per mezza Italia, mi fanno pensare che non sia né irriverente né superfluo far rivivere con un'ottica non protocollare i momenti dell'esordio di quella brillante carriera, quando guidò a Pola gli scavi del Teatro Romano, sotto ai terrapieni che da dietro al museo salgono al Castello. Ero andato da poco ad abitare di fianco alla Scuola Grion e, abituato fino allora agli spazi e ai viali del Zaro, ero alla ricerca, da muleto curioso, di nuovi spazi e alberi ombrosi. Fu cosi che una volta, inoltrandomi nel recinto della scuola fin oltre all'isolato della vecchia palestra, arrivai ad un viottolo che si perdeva in un grandissimo orto. Seppi dopo che era l'orto di un tale di nome Papadopoli —parola che non mi sembrava indicasse una persona, ma che fosse invece una formula magica, tipo abracadabra — nel quale appunto era stata localizzata una interessante zona archeologica. Se non avessi incontrato Lucio, un altro muleto col quale mi affiatai subito, é probabile che non vi avrei più messo piede e che avrei perso tutto ciò che vi accadde dopo. Invece cominciammo a scorrazzare insieme e quello divenne il nostro campo di giochi quasi esclusivo finché durò l'età dei giochi e non giunse la guerra a portarcela via. Questo accadeva agli inizi del 1935. Poche settimane dopo cominciarono in quel terreno, sotto ai nostri occhi, i lavori che sarebbero proseguiti per anni, All'inizio giunsero in tre o quattro e davanti a tutti, con il suo passo scattante, stava Mirabella; a fianco del Mirabella, fissa come una protesi, vi era la sua bicicletta, condotta a mano. Una bella bicicletta: bella comeriuscivano ad esserlo le biciclette nere di quei tempi quando erano nuove e luccicanti. Mi perdonerà l'insigne professore se mi permetto di nominarlo familiarmente oggi, senza titoli accademici o altri appellativi in segno di rispetto, allo stesso modo in cui tutti allora lo chiamavano il Mirabella. Anzi, allora, in dialetto era più precisamente el Mirabela, naturalmente senza doppia «l». Portavano delle vanghe, dei lunghi picchetti di legno, dei gomitoli di spago e dei metri a nastro per misurare le distanze, nonché uno strano apparecchio, come un cannocchiale issato su dei trampoli, nel quale guardavano con grande attenzione. Il Mirabella continuava ad andare quasi freneticamente da una parte all'altra, osservava, indicava, dava disposizioni che gli altri spesso stentavano a eseguire tempestivamente, poi cambiava rapidamente posto e ricominciava tutto da un'altra parte. E noi li, a pochi passi, restavamo con gli occhi sgrana-t: e mezzi impalati a curiosare. Confesso che ero preoccupato, perché già altre volte il comparire di quei picchetti di legno e di quello strano apparecchio sui prati sui quali ero solito giocare aveva significato il sorgere di steccati e in quei Posti non avevo più potuto mettere Piede. Quasi a confermare i miei timori, accorgendosi all'improvviso di noi, il Mirabella ci apostrofò: sEhi, voi due! non potete stare qui!» Scappammo a nasconderci dietro un muretto, ma continuammo a sbirciare da lontano per assistere a tutta la scena: il gruppetto che si spostava ancora con picchetti, spago, vanghe e bicicletta, si fermava e misurava, con il Mirabella che con gesti da rito evoca-torio cercava non so se di farsi capire o di trasmettere ai suoi collaboratori l'entusiasmo che lo pervadeva. Non so quante volte, in quel giorno e nei successivi, tornammo ad avvicinarci e scappammo via. La nostra convivenza con l'équipe fu comunque a corrente alternata per alcuni anni, con periodi abbastanza lunghi in cui ci ignoravamo reciprocamente, seguiti da improvvise dichiarazioni di divieto sparateci addosso dal Mirabella o dai suoi aiutanti. Ciò che vorrei sapere é se fin da principio si fosse rassegnato a vederci li come due angioletti (???) custodi oppure se quei periodi di tranquillità fossero dovuti alla concentrazione con cui, immedesimato in quanto stava facendo e progettando, guardava e vedeva solo quelle grandi masse di terreno che doveva esplorare. Oggi credo di poter propendere per questa seconda interpretazione, perché ho capito che in quei momenti egli riviveva nella nostra città gli entusiasmi, la passione e l'ostinazione dello Schliemann alla ricerca di Troia, certo però senza sperare di trovare un Ceram che lo rendesse popolare anche ai non iniziati. Dopo i picchetti, le misurazioni e gli altri preparativi cominciarono gli scavi, con un vero esercito di sterratori che co miniarono a lavorare alacremente con piccone e pala, senza l'aiuto di quelle diavolerie di macchine che siamo usi a vedere ai nostri giorni. Essi riempiva. no velocemente con la terra stavaia delle carovane di carri dal cassone quadrato in legno grezzo, tirati da due robusti cavalli, che poi trasportavano via, chissà dove, tutto quel materiale. Quanti saranno stati i carri? Si alternarono per settimane e mesi e intanto il luogo cambiava fisionomia, il grande orto spariva e la prima terrazza dell'enorme terrapieno si assottigliava sempre più. Il Mirabella, deue cv machina in tutto quel movimento, appariva e scompariva, inseparabile dalla sua bicicletta, magari in mezzo a spesse nuvole di polvere che sembravano fumi dell'inferno. Arrivava al mattino prestissimo (spesso lo vedevo passare dalla finestra della mia camera prima di uscire per andare a scuola) certo per controllare che il lavoro iniziasse come previsto e poi durante la giornata si ripresentava varie volte e si aggirava con passo veloce per i posti più impensati: per arrampicarsi su muri e scarpate e calarsi in buche profonde rinunciava persino alla sua bicicletta. Si accertava che le cose proseguissero secondo i programmi e intanto sperava che saltasse fuori qualche novità interessante. Ogni tanto distoglieva una squadretta di operai e li portava con sé a cercare in qualche punto dove gli urgeva anticipare i tempi. A volte restava invece un-sorto, quasi immobile, ma teso come un arco, a studiare dove avrebbe potuto indirizzare gli scavi oppure a escogitare qualche formula magica che gli consentisse, novello apprendista stregone, di incantare qualche badile e qualche piccone che lo aiutassero a spazzar via in un solo giorno quella coltre di terra alta dei metri. Che un po' di stregoneria ci fosse in quel suo cercare sotto terra, in quel suo modo di imporre le mani sui sassi che venivano alla luce, come a metter si in comunicazione con loro e ad evocarne gli spiriti antichi che racchiudevano, ne eravamo sicuri tutti, anche i grandi con cui ne parlavamo. Altrimenti perché un uomo avrebbe dovuto cercare di riportare sopra alla terra quelle cose che erano decisamente morte? Morte non perché erano pietre inanimate, ma perché la natura e gli uomini avevano lasciato che finissero sepolte. Morte, pensavamo, perché se fossero state vive, come l'Arena o Port'Aurea, sotto terra non si sarebbero lasciate trascinare. Il voler risvegliare tutto ciò poteva significare solo voler parlare con la morte e questo ci faceva correre un brivido giù per la schiena perché, siamo sinceri, avevamo abbonr'anti timori di vederlo tirar fuori all'improvviso qualche mummia resuscitata o qualche scheletro. Ma già il ritrovamento dei reperii normali dava inizio a qualcosa che non era una semplice ricognizione tecnica ma addirittura un rito, che diventava so tenne quando comparivano fregi, ornamenti o addirittura frammenti di scritte. La bicicletta si trasformava per incantesimo in macchina fotografica e collaboratori del Mirabella, affannandosi a spingere, tirare, sollevare per mettere il pezzo in posa sembravano compiere una danza sacrificale. Ma la necessità della fotografia per me restava un mistero: perché doveva fotografare quelle pietre se erano li, ben evidenti, alla portata di tutti coloro che volessero guardarle? Anche in questo do veva esserci della stregoneria, magari -per tornare ad imprigionare in suo possesso nel buio di una scatola le immagini di quegli oggetti aPP..a riportati alla luce del sole. certo che per i nostri giochi i tesori che ci Particolare della parte superiore esterna dell'Arena (foto Lucio Prelaz) venivano rivelati dagli scavi erano oltremodo eccitanti: sto parlando di grosse pietre squadrate. vasti camminamenti, profonde buche, basamenti, capitelli, archi e muretti legati da una malta tenacissima anche dopo 20 secoli, che la nostra fantasia riusciva a trasformare, a seconda dell'ispirazione, in fortilizi, castelli, navi, oceani, praterie, aerei, automobili, elefanti e cavalli. Ricordo che ad un certo momento venne pure dissepolta una lunga cordonatura di pietre squadrate disposte a semicerchio, probabilmente il primo scalino di quella gradinata che doveva costituire l'impianto più caratteristico del teatro. Ma qui basta, gli scavi si esaurirono e gli operai, in numero sempre più ridotto, passarono a lavori di consolidamento e di riordino per poi smettere del tutto. Non so se quegli scavi abbiano dato al professor Mirabella Roberti quelle soddisfazioni che l'impegno profuso avrebbe meritato. Ne dubito, perché non ricordo di aver visto ritrovamenti spettacolari, da poter stare alla pari con gli illustri monumenti alla cui ombra Pola era abituata a vivere. Non so se fosse questo il motivo per cui ad un certo momento la burocrazia romana decise di tagliare i fondi, o se fosse stata l'autorità militare installata nel Castello a non sopportare l'idea che qualcuno le scavasse la terra sotto i piedi. Oppure se fosse stato lo stesso Mirabella ad accorgersi che ormai c'era poco da scoprire, perché decine di generazioni dopo i romani avevano trovato comodo saccheggiare il teatro per trarne materiale da costruzione senza la fatica di doverlo strappare alle cave. Così, padroni del campo, finalmente restammo noi, e ci parve giusto. Si tranquillizzi, però, il professor Mirabella: non fu una profanazione. Quei sassi — parola tanto comune che può sembrare quasi un'eresia pronunciarla in tema di archeologia — oggi io li amo forse più di quanto li abbia amati lui stesso. proprio perché su di essi ho trascorso le ore più liete della mia infanzia. Proprio perché li io fui Sandokan e Yanez. Corsaro Nero, Buffalo Bill o Baracca, oggi quelle pietre dalle forme geometriche perfette riescono ad isoirarmi per la loro antichità l'amore delle cose vive che lui allora perfettamente percepiva. Proprio per questo, quando ho avuto la possibilità di rivederle, ho provato un tuffo al cuore più forte di quando ho rivista la casa nella quale son nato. Incantato completamente da quel sortilegio che esse dovevano certamente racchiudere. L'arresto dei lavori dovette essere, per l'apprendista stregone, un po' come una stregoneria non giunta a compimento. Diciamolo pure, fu però un buon apprendistato di stregoneria. Perché solo uno stregone assai abile. in possesso di magie molto efficaci e ben sperimentate, poteva riuscire come il Mirabella (mi perdona, professore. se insisto a chiamarLa così?) a rimettere in piedi il Tempio di Augusto, devastato dai bombardamenti e a farlo ritornare perfetto, bello, armonioso e maestoso, come nulla fosse successo, proprio quando nessuno di noi avrebbe scommesso una A.M. lira contro la comune persuasione che in breve tempo, via noi. quelle rovine avrebbero dovuto sparire per sempre dalla nostra Pola. Gigi Muggia

Dal numero 2125

del 16/02/1980

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