II Grion : un libro e tante memorie - Elvino Toinasini - foto

foto Didascalie: Zannantoni, Mazzaro e Beni: gli inseparabili Viverit e Calusa: un'epoca nel calcio a Pola In sala, seduto accanto all'amico Durin, c'era Bruno Ghersetti, giunto per l'occasione da Carate Brianza dove abita. Bruno Ghersetti è di Pilino. Compagni di classe e poi di banco allo «Scientifico» è stato ed è tuttora uno dei miei più cari amici e non salo perché mi ricorda gli anni più belli, quelli della giovinezza, lieti e spensierati... Bruno, o meglio «Brunetto» come lo chiamavamo noi, era una delle colonne della squadra di caldo del Dopolavoro di iPisino, benché giovanissimo (è del '20); quante partite giocammo assieme su quel campetto spelacchiato, a metà del viale che porta alla stazione, con il pubblico assiepato ai lati del campo che ti soffia sul collo, protetto con i teloni dai... portoghesi! All'inizio del conflitto Brunetto passò al Ponziana di Trieste (Serie C-girone A) e venne a ,Pola a giocare contro il Grion nell'inusitato ruolo di ala destra (lui invece era una classica mezz'ala di spola, alla Ferrari, per intenderci). Ricordo quell'incontro giocato a Pola il 28 gennaio del 1940 sotto un tiepido sole e con una brezza quasi primaverile. Vinse il Grion per uno a zero con una rete messa a segno al 14' del primo tempo dal «marines» Lieti. Io vedevo la partita dal «parterre» dietro la rete metallica di recintazione del campo vicino all'ingresso del campo di via Roma con alcuni amici. Nel secondo tempo Brunetto si schierò da quel lato, perché il Poliziana attaccava verso la porta nord, quella cioè verso la Casa della GIL. Quando mi fu vicino, in una pausa del gioco, gridai verso di lui: «Meazza!». Egli si girò, mi vide e mi fece un cenno con la mano. Bisogna sapere che il suo soprannome era appunto Meazza, sia per le sue caratteristiche fisiche, sia un po' anche per il suo modo di giocare <con i dovuti paragoni). Brunetto «Meazza» quel giorno disputò una bella partita fra le fila dei celesti ponzianini e nel primo tempo anzi ci graziò di una rete stampando il pallone sulla traversa. Grazie, Brunetto, sapessi che gioia mi desti quel giorno non segnando! Di Bruno Ghersetti ho già parlato diffusamente (interi capitoli!) sul mio «Istria, uomini e cose» uscito l'anno scorso per le Edizioni Arti Grafiche di Udine. Repetita juvant. Ciò per chi non lo sapesse. Qualche anno fa è stato a casa mia a Trento e abbiamo rinverdito i ricordi... giovanili. Ma i nostri discorsi (era inevitabile!) sono ricaduti sul calcio. Finito in Lombardia nel dopoguerra, giocò in squadre e squadrette lombarde (Rhodense, Caratese. ecc.) e poi attaccò le scarpe al chiodo. Di lui, in quell'occasione, mi disse: «Ero veloce ed avevo un bel tiro, purtroppo solo col destro; !a statura, poi, era un handicap non indifferente...» A me lo diceva, a me... Io però aggiungerei anche che aveva un ottimo dribbling, era solido e valido nei contatti con l'avversario nonché in possesso di un notevole fiato. Dati più che sufficienti per eccellere in quel difficile ruolo che è la mezz'ala anche a livelli di categoria superiore (in una Serie B, per esempio). Ma ormai l'età (quando si riprese, nel dopoguerra, era sui 27-28) e la necessità di reperire una sistema zione professionale adeguata sof. locarono o meglio limitarono i sogni di gloria... calcistici. Pec. calo, perché proprio in quel periodo (1947) cessò l'attività il vero .Meazza, cioè Giuseppe, nel. l'Internazionale. C'era un altro Meazza, in una squadretta, poca distante da Milano e nessuno la sapeva... Il quartetto triestino Fra gli intervenuti, come già ho detto, l'ex nazionale (e campione del mondo nel 1938: una partita, quella vinta di misura contro la Norvegia; poi sostituito da «Medeo» Bi.ati del Bologna) ed ex alabardato (con intermezzo milanista nel periodo bellico) iPiero Pasinati. In forma anche lui, come il gemello (calcisticamente parlando) Gino Colaussi, il buon Piero si è seduto accanto a Gino, in prima fila, e ci ha ascoltati. A un certo momento l'ho invitato a dire qua!-che cosa, ma lui mi ha fatto un cenno con la mano come a dire: «No, no...» Allora ho desistite, ed ho rivolto l'invito a Colaussi. Con uno scatto degno dei bei tempi il Gino nazionale si è portato a lato del tavolo e ci ha deliziato con i suoi gustosi ricordi e l'impareggiabile «verve». 'Pasinati e Colaussi partecipano di buon grado a queste rimpatriate (vecchie glorie et similia), ma mai separatamente. hanno ragione. Quando incominciai a darmi da fare per portare i due al raduno di Gorizia, andai prima da Pasinati e poi da Colaussi. «Viene Codaussi?» mi chiese il primo. «Viene Pasinati?» mi chiese il secondo. Uno scaltrone avrebbe detto senza esitazioni ai due «Sì, certo, viene». Invece, il sottoscritto, che è nato a Pola e che si ritiene una persona abbastanza seria, si limitò a dire che era in trattative con il «gemello», semplicemente. E' andata bene lo stesso, come si vede. Piero ,Pasinati, vetri, cristalli e specchi, via Diaz, Trieste. All'interno del negozio c'è, su una parete, un diploma e una medaglia d'oro per il contributo dato da Pasinati alla nazionale azzurra ai campionati del mondo del 1938. Talvolta qualche compratore si sofferma nel negozio e se c'è il «titolare» si mette a conversare di calcio con quest'ultimo, così animatamente che alla fine (così dicono i maligni) si dimentica perfino di •pagare il conto e viene accompagnato alla porta con un sorriso dal padrone, anche lui dimentico di quella piccola formalità che è il saldo dopo un acquisto. Misteri del calcio! Altri raccontano di aver sentito, sempre in negozio, Piero Pasinati narrare di un suo sogno, a dir poco... simbolico. «E' da un po' di tempo che sogno di essere negli spogliatoi, in procinto di scendere in campo per una partita importante. I miei compagni sono già pronti, anche io lo sono o almeno ritengo di esserlo, quando vedo con stupore che ho un calzettone sceso alla caviglia. Voglio riportarlo al suo posto, sotto il ginocchio, ma l'arbitro fischia invitando i giocatori a scendere ;n campo. Lascio perdere il calzettone e mi accingo a entrare ;n campo con i miei compagni. Ma c'è un altro contrattempo. In quel momento passa di là un cane e forse scambiando la mia gamba per un tronco d'albero o un palo, ne approfitta per fare quel tal bisognetto che i cani fanno sempre in vicinanza di un'asse (perché poi mai?). Attendo ancora, anche i cani poveracci hanno le loro necessità, e poi mi decido finalmente a entrare in campo. Ma proprio in quel momento sento un alto trillo: è l'arbitro che ha fischiato la fine del primo tempo...» Sarebbe interessante sentire a questo proposito cosa ne pensa qualche bravo divinatore di questi onirismi (possiamo chiamarli così?). Il terzo ex alabardato presente fra noi era Emilio Rancilio, centromediano (metodista) dei tempi d'oro della Triestina. Giocatore elegante, dal rendimento costante ,(fa rima, no?), Rancilio è stato uno dei giocatori più rappresentativi della squadra alabardata negli anni '30-'40. Una sicurezza. Dopo di lui il diluvio... o quasi (facciamo un'eccezione per Grosso?). Mite, cortese, amichevole Emilio Rancilio ti guarda con quel volto inconfondibile, un po' stretto e allungato nel quale spicca un naso appuntito e sotto una chioma biondo-grigia spuntano due occhi sempre vispi e furbescamente ammiccanti dello sportivo di razza. Il quartetto triestino era chiuso da Emilio Loschi, terzino e capitano alabardato nonché nazionale B. Friulano puro sangue (è di Udine), Loschi fu una colonna della compagine alabardata a quei tempi (vedi sopra). Alto, massiccio, imponente formò con Geigerle (a proposito, dov'è? Mi devo informare) una coppia di terzini affiatatissima. Lo abbiamo rivisto a Gorizia con molto piacere, segno che si calcio è sempre nel suo cuore e nei suoi pensieri. E' arrivato con un cappello a larghe falde, alla cow-boà, che ha fatto un po' sensazione. Una volta, in campo, spaventava gli avversari con la sua mole e gli interventi decisi; oggi spaventa (si fa per dire) la gente con l'abbigliamento. espedienti mutano coi tempi. A proposito di Loschi. Incontrai a Milano l'ex olimpionico Frossi, estesi anche a lui l'invito (declinato gentilmente per impegni presi in precedenza) e mi sentii proporre di invitare il «friulano» Loschi. Cosa che feci di buon grado e che il «rosso» di Udine nonché ex alabardato accettò intervenendo alla presentazione del libro. Ecco, non fosse stato per il dottor Frossi, non avrei pensato a Loschi. La mafia friulana calcistica (in senso buono) è viva. Il convegno e la cena Visti al raduno, tra gli altri, Bepi Depicolzuane (Grion), fratello di Lele, residente a Torino (scambiate due parole sole per il caoe postconferenziale) e Giuseppe Viverit, che abita a Milano. Due «Bepi», insomma. Il secondo, cioè il terzino, l'ho rivisto anche il giorno dopo a Monfalcone, da «Zeno» e l'ho accompagnato alla stazione. Viverit (bel terzino, in forza all'Arsa di Arsia, che non giocò mai ne Grion) mi è apparso in bella forma è del '15) e come sempre molto simpatico. Mentre stavamo lasciando la sala delle riunioni del «Palace» è corsa voce che H prof. Umberto Nicol stava intervistando al piano superiore Gino Colaussi. L'editore, con un po' di frenesia addosso perché in serata doveva raggiungere Venezia, mi dirà più tardi di aver carpito all'ex nazionale rivelazioni clamorose sul calcio passato e attuale che sarebbero apparse su «La Notte» di Milano, di cui è corrispondente da Parma. Diavolo di un Gino, ma che hai detto? Non posso mai lasciarti solo? I partecipanti si sono ben presto divisi in due gruppi: quelli che son rimasti a cena, al piano di sopra, e quelli... che hanno tagliato la corda, per una ragione o l'altra. Si son formate due tavolate, una grande e una più ridotta. Qualche piatto ordinato al primo tavolo è andato a finire al secondo e viceversa. Così quello che doveva mangiare «in bianco» ha mangiato al ragù o alla salsa e quello invece cui piace condito ha mangiato all'inglese (o al burro). Ma stiamo a sottilizzare per questo? Fra i molti intervenuti il dottor Gildo Rosso da Terrassa Padovana, medico del Grion nel '42-'43; il «trio» di Treviso (Beni, Zannantoni e Mazzaro) che adesso è diventato un «quartetto» essendosi aggiunto statoilmente il colonnello Faraò .(«i quattro moschettieri... quarant'anni dopo»); Luigi Zelaschi; Armando Vatta giunto da Roma con la signora il quale ha acquistato la bellezza di 6, diconsi sei volumi, uno per sé e gli altri per i fratelli e gli amici (Giovannino ,B a t t ion i , ecc.), un esempio da imitare...; Mario Bonivento; Nicolò Curto; Renato Calusa da Monfalcone, sempre in ottima forma; i due fratelli Bogneri; Lodovico De Luca, il quale mi ha «sganciato» altre stupende foto, una più bella dell'altra (attendete e vedrete); Severino Williling ,(Villini) che abita a Gorizia; Sergio Rusinov, il monfalconese di San Canzian d'Isonzo; Angelo Solaz.zo, immancabile, con la signora; Mario Silli; Memo Chincich; Giuseppe Viverit; Bepi Neffat, da Pola; Livio Pericini (idem); e da ultimo, accompagnato dall'immai, cabile fratello, Silvio Marini. Al quale, Silvio Marini, è stata definitivamente ribadita la fama di «killer degli anni '30-'40» dopo ciò che ha raccontato Enzo Lanzotti, il quale, in tribuna per assistere all'incontro «amichevole» <fra virgolette, come vedete) di calcio fra il Grion e da Triestina (14. 4. 1940) udì gridare «Marini, .daghe al rosso!» (il «rosso» era Uccio Valcareggi). Adesso lui dirà che è una mania, un luogo comune, quello di affibbiare a lui l'etichetta del «cattivo», del «giustiziere» o peggio dell'«assassino» se, sempre secondo lui, giocava solo con un po' di «grinta» (chiamiamola così). Il lontano episodio mi dà lo spunto per inquadrare vieppiù il caro amico Silvio, il quale, neil mezzo delle sue confidenze calcistiche un giorno mi disse che prima di un incontro con il Ponziana di Trieste, fra le cui fila giocava Memo Trevi•an, il suddetto venne negli spogliatoi e chiese sommessamente, non senza un certo timore: «Gioca Marini?» e avutane risposta affermativa, se ne andò sconsolato e avvilito, nonché in ansia per i propri garetti. Ma non è finita, vi voglio dire proprio tutto e poi... succeda quel che succeda (mi perdoni, Silvio?). La vigilia della presentazione del libro, andai con i due fratelli Marini a Capodistria a trovare Manlio Vidovich, capo dei servizi radiofonici in lingua italiana di radio Capodistria. Fu un colloquio lungo e cordiale nel salottino di casa sua, poco distante dal porto, tutto o quasi tutto imperniato sul calcio (ovvio, no?). E proprio a casa di Vidovich saltò fuori l'epiteto di «Marini castròn», in mezzo ai nostri discorsi. E allora, come la mettiamo? L'amico Silvio dirà ora che l'ho... rovinato, che se un po' di buona reputazione gli rimaneva, ora ha perduto anche quella. Me le sentirò, alla prossima occasione, ma il cronista deve essere obiettivo, se no, che cronista è? A una certa ora (tra le undici e mezzanotte) siamo tornati a casa. Ho caricato sulla «Cit'roen» Mario Bonivento, Bepi Neffat e il dott. Nino Paglione (che poi non sarebbe altro che mio cognato) e ci siamo avviati verso Grado, patria del buon Mario. Mentre Bepi dormiva (o sonnecchiava) dietro, noi tre abbiamo iniziato una interminabile discussione su... Indovinate un po'? Incomincia con C. Ancora niente? Allora vi dirò che la seconda parola è una A. Niente ancora? Forza, spremete le meningi. Come? No, no... è sbagliato. La terza parola è una L. E se non avete capito ancora, peggio per voi. Non dico altro. Una settimana dopo, al «Gra. zar» di Trieste. Nel sottotribuna prima dell'incontro Triestina-Varese facce e personaggi noti, più o meno quelli di sempre: Pasìnati, Colaussi, Mario Villini, Pa. ron, Nuciari. Sessa, Dante di Ragogna, Enrico Radio (che sì scusa di non essere potuto vani re) ecc. Parlando della riunione di Gorizia, Gino Colaussi mi dice: «Peccato che non ce ne sia una tutte le settimane...» E' un compi Mien io, convenitene. Elvino Toinasini

Dal numero 2139

del 24/05/1980

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