V
Riprendo il racconto del «leon co' le ale», interrotto la settimana scorsa. Centinaia furono i leoni alati in Dalmazia; i dalmati non ne conoscevano altri. Si dice che una vecchietta dalmata, ai tempi della Dcfonta, andasse in pellegrinaggio a Roma. Tra le meraviglie della Capitale, visitò anche il giardino zoologico. Vedendo i leoni in carne e ossa, esclamò incredula: «Ma no i ice veri, no i ga le ale». Eravamo rimasti all'«Ei fu» napoleonico. Nel 1814 l'Austria si riprese l'Istria e la Dalmazia e se le tenne fino al novembre 1918. Regnava in Austria, allora, Francesco I. Non era più Imperatore del vetusto Sacro Romano Impero, perché quel titolo era stato tolto da Napoleone ai sovrani austriaci, lasciando loro quello più modesto di imperatori d'Austria. Un giorno, il buon Kaiser Franz volle visitare Sebenico e il forte di San Niccolò. Saputo della fine del «leon co' le ale» e dell'anatema scagliato da Gaspare Moro, ordinò che venisse costruito un secondo esemplare, identico al primo, e fosse collocato nello stesso posto. Per maggior sicurezza, fece incidere sul piedistallo la scritta che vi ho detto: «Austria e Imperator restitult», affinché io spettro di Moro, nelle sue scorribande notturne, passando di là, potesse leggerla e non giocasse pure a lui, a Francesco, qualche brutto scherzo. Per maggior sicurezza ancora, il giorno della nuova inaugurazione, si toccò tutti gli amuleti personali a portata di mano, pronunziando la frase sacramentale: «Terque, quaterque...» Da tutto ciò si deduce, non solo che l'Austria era un paese ordinato, ma eziandio che Francesco conosceva bene il latino ed era un imperatore superstizioso.
Finita malamente l'Austria, il é novembre 1918, i marinai d'Italia issarono un enorme tricolore accanto al leone alato di San Niccolò e di Francesco I. Giorgio Menai, oltre ad essere amico mio, è anche un valente pittore. Egli ha eternato quel memorabile «alza bandiera» in un artistico quadretto a olio, di cui m'ha fatto dono. Il quadretto di Giorgio fa bella mostra di sé nel Circolo giuliano-dalmata di Genova. Sotto il quadretto è riportata la storia che riprendo a narrare. Nel 1921, la Dalmazia passò finalmente in buone mani, e vi è tuttora. Ma prima di passarvi, il distinto signore, che avete visto la settimana scorsa, ritratto accanto al grande leone di pietra, si fece fotografare accanto ad esso, presago della imminente fine di quel simbolo tanto caro al suo cuore. Poi regalò una copia della fotografia a mio zio Toni, apponendo sul retro questa. dedica: «All'amico Antonio Descovich offre il più caro ricordo della vita l'aff/mo Dott. Doimo Cace». E il buon Dottore di Sebenico se ne partì con la morte nel cuore, lasciando per sempre la sua amata, piccola, venezianissima città. Alcuni anni dopo, re Alessandro I di Jugoslavia venne in Dalmazia. Si recò per primo a Ragusa, ribattezzata Dubrovnik, per ispezionare la sua cavalleria che bivaccava colà. I cavalleggeri serbi, vedendo tutto quel mare, esclamarono: «Muko maike, kolika voda!» (Mamma mia, quant'acqua), e vi portarono i cavalli perché si abbeverassero. Ma i cavalli serbi non ne vollero sapere. «Vraiije bestije, zasto necete piti?» dissero i cavalleggeri (Bestie del demonio, perché non volete bere?). I cavalli non risposero ma scossero a lungo la testa per significare che non ne volevano assolutamente sapere di quell'acqua salata. Per non vedere morire di sete i suoi cavalli, Alessandro se ne andò a Sebenico e visitò il forte di. San Niccolò. Vide «el leon co' le ale» e altamente si meravigliò che fosse ancora lì. Il folle! Per quella regale follia, il leone di pietra venne nuovamente distrutto e i pezzi finirono un'altra volta in mare. Buona parte di essi venne riportata a galla più tardi, da pescatori sebenzani, memori del glorioso passato della loro città. Oggi, alcuni di quei pezzi si trovano a Roma, nel Museo Storico della Dalmazia. Quando Alessandro fece capire a chi di dovere che non gli garbava la presenza del leone veneto — l'incauto! —Gaspare Moro si destò di soprassalto dal consueto pisolino pomeridiano ed esclamò: «Adesso ghe la fato veder mi!» Nel 1934, a Marsiglia, Alessandro di Jugoslavia, sbarcato in Francia per una visita ufficiale, fu accoppato da un fuoruscito croato. La maledizione del Moro aveva colpito ancora una volta.
Disse un giorno l'Innominabile: «Solo uomini arretrati ed incolti possono illudersi di cancellare la storia distruggendo le pietre». Aveva ragione da vendere: invece ebbe torto marcio quando, alleatosi con chi non avrebbe dovuto allearsi, trascinò l'Itaiia in quella guerra dissennata, che fu Ja rovina sua e nostra. No, non si cancella la storia distruggendo le pietre. E le pietre di Dalmazia — malgrado l'assenza del leone alato di San Niccolò, di quello di Sant'Anna, di quello di Traù, di Zara e di tanti altri, disseminati sulla terraferma e nelle mille isole dalmate —le pietre della mia piccola Patria, di quella sottile striscia di terra stretta tra il monte e il mare, e delle sue isole, ne testimoniano ancora la millenaria civiltà romana, veneta, italiana. «Se stretta è la vostra spiaggia, o dalmati, amplissima è la civiltà che la illustra. Siete quasi orlo di toga, ma tutta la toga è romana». (Gabriele D'Annunzio, il più grande amico dei dalmati.) Come finale di questa interessante (almeno lo spero) puntata, vi presento due fotografie
Siamo sempre a Sebenico, nell'agosto 1970. Il solito clan di Illyricue esce dal Duomo, attraverso il grande portale, per descrivere il quale non occorrono aggettivi come «stupendo, magnifico, meraviglioso, sublime, fantastico»: basta guardarlo. E' possibile guardare anche «cl de Brio de Uccio, detto el mulo Ganassa», poi Ninfa la sicula, un morlacco che tenta di rifilare qualche «straza» a Luciano l'etiope, il Nostro sempre «in navate e capel de paia», Anna Maria, vezzosa fanciulla diciannovenne e pronipote palermitana di Ninfa, a destra, avanzante a passo militaresco, Ninetta, madre di Anna Maria e figlia di un fratello di Ninfa, deceduto in guerra a •Massaua. Ninetta ha la borsa «piena de straze comprade dai morlachi». Fotografo ufficiale l'amico triestino-zaratino Elio Zongaro, nostro carissimo compagno di viaggio. La comitiva, che prese parte a quella indimenticabile rimpatriata dalmatica, era composta da quattordici persone: Orlando, Ada e Ferruccio, i tre fratelli sebenzani, Ninfa, Ni-netta e Anna Maria, le tre sicittàne, Maria, Marta e Federica, le tre napoletane, Luciano l'etiope (lo chiamo così perché nato in Addie Abeba). Fin qui il clan di Illyricus. Inoltre, Elio Zongaro, nato a Trieste da famiglia zaratina, con Angelina consorte iussignana; Oscar Buglia-Gianfigli di Comìsa di Lissa, con Maria Luisa consorte eenovese.
Siamo in galera, finalmente. Sedute: Federica (quattro anni, la più carina di tutte), Maria, Marta e Ada. Al centro, accosciato, Illyricue ( antanove anni, il più brutto di tutti). In piedi: Luciano, Ninfa, Maria Luisa, Angelina. Siamo in galera, davanti alla storica e malandata casa natale di Orlando e di Ada. «E dove altro el podeva nasser, se non in galera, quel ciacolòn? Me dispiase per Ada». E con un saluto cordiale dalla «Galera», rione natio di Orlando e di Ada, l'arrivederci alla prossima puntata.
Orlando Devescovi