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Didascalie:
Pola agli inizi dell'Ottocento
Port'Aurea nel secolo XVII
Pola sotto la neve e veduta del Museo dell'Istria
Veduta dell'Arena e di alcune case bombardate in via Epulo
Tra le città istriane perdute dall'Italia in seguito al secondo conflitto mondiale, Pola è certamente la più importante sotto ogni aspetto. E' stata per secoli il centro economico, amministrativo e politico dell'Istria, di questa penisola definita da Cassiodoro, ministro di Teodorico, in una epistola del 537 di bellezza incantevole, dove imperatori e patrizi romani si ritiravano a godere la vita degli dei. Già allora l'Istria era ritenuta fortuna ai mediocri, delizia dei ricchi, ornamento dell'Impero.
Pola (da Polis?), che conserva imponenti vestigia del suo glorioso passato, sarebbe stata fondata, secondo la leggenda, accreditata da Callimaco, Licofrone e Plinio, dai Colchi, fermatisi in loco dopo aver invano inseguito gli Argonauti, reduci dalla conquista del vello d'oro. Essi le avrebbero dato l'appellativo di «città degli esuli», appellativo che, per uno strano destino, le sarà riconfermato nel 1947. A parte la leggenda, che potrebbe però provare relazioni commerciali fin dall'antichità con le genti d'oriente, la città fu in origine uno dei tanti «castellieri», villaggi di rozze capanne costruite sulla sommità dei colli (Pola, come Roma, è sorta su sette colli) ancora in periodo protostorico (eneolitico) dagli Istri, genti venete giunte in Italia dall'Oriente all'epoca della guerra di Troia.
Tali «castellieri», lo studio dei quali si deve in massima parte a Pietro Kandler, storico triestino, erano spesso cinti da una o più serie di mura a difesa soprattutto dalle incursioni degli Illiri. Benchè sicure notizie sull'Istria e Pola risalgano al III sec. a. C. il primo storico che la ricorda pare sia Ecateo, vissuto tra il 540 e 570 a. C.
Nell'epoca dell'espansione romana Pola fu peraltro superata per importanza dalla vicina Nesazio, i cui resti, messi alla luce nel primo dopoguerra, sono attualmente lasciati in abbandono nella campagna a pochissimi chilometri da Pola. Nesazio e Pola, così come l'Istria intera, furono oggetto da parte dei Romani di aspra guerra negli anni 177-178 a. C. La fine di Nesazio richiama alla memoria quella di Masada, difesa dagli ebrei Zeloti nel 73 a. C.; anche a Nesazio infatti la popolazione non combattente venne uccisa, sotto gli occhi dei Romani stessi, per risparmiarle la schiavitù ed i pochi superstiti della feroce lotta preferirono suicidarsi, Re Epulo in testa. La regione fu comunque sottomessa da Claudio Pulcro e definitivamente domata, dopo una rivolta dei polesi nel 129, da Sempronio Tuditano. Conquistata dai Romani, Pola divenne una importante colonia militare e base navale. Nel periodo delle lotte civili a Roma, parteggiò per la Repubblica, e ne fu
punita con lo smantellamento delle mura e con la semidistruzione. Più tardi Ottaviano Augusto, che probabilmente ne intuì l'importanza strategica e la sicurezza quale base navale, la fece ricostruire con il nome di Pietae Julia. Plinio la chiama anche con l'appellativo di Pollentia Herculanea in onore pare, di Vespasia Polla, moglie di Vespasiano, e di Commodo. Con Augusto, che fissò i confini italici al piccolo fiume Arsa, l'Istria intera, e con essa Pola, venne a far parte della X Regione «Venetia et Histria». Sotto Roma, a cui appartenne per oltre sei secoli, Po-la acquistò grande prosperità e splendore di cui sono ancora testimonianza le splendide vestigia di ville imperiali (a Brioni), il superbo anfiteatro, il tempio d'Augusto ed altre opere. Nel 1400 i resti erano molto più consistenti di oggi; ruderi di sontuose basiliche e palazzi pubblici, ed in particolare monumenti ed arche funerarie, in gran numero, citati da Dante nell'Inferno, Canto IX, ai versi 113 e 114. Frà Nicolò di Poggibonsi, partito per la Terra Santa, il é aprile 1346, visitò Pola e nel suo «Libro d'oltremare» così ne parla: Puola si fu nobile terra, che uno Imperatore di Roma si abitava molto in questa città e però ci fece fare un castello che è ancora tutto in piede, che propriamente è fatto come il Colosseo di Roma; e viddici nobilissime antiche sepolture... Su Pola riferiscono Nicolò d'Este nel suo «Viaggio al Santo Sepolcro», Ser Mariano da Siena (nel 1431) e Marin Sanudo nell'«Itinerario per la terraferma veneziana dell'anno 1483». In tempi più recenti la ricorda anche il Carducci, che nel «Canto Italico» così si esprimeva: Salutate il divin riso de l'Adria fin dove Pola i templi ostenta a Roma e Cesare.
Dopo una breve dominazione ostrogota che non sembra aver lasciato tracce, nel 539 Pola passò all'Impero d'Oriente e più precisamente all'Esarcato di Ravenna. Fu visitata da Belisario che vi si fermò per riorganizzare il proprio esercito in vista della guerra contro i Goti. Ebbe allora inizio una progressiva riforma di tutto l'ordinamento: politico, pubblico e privato, sul modello bizantino, con notevole prevalenza del clero. Verso la metà del VI secolo, mentre Ravenna iniziava la costruzione di S. Vitale, Pola erigeva il Duomo. Sotto Giustiniano, nel 546, a cura di Massimiano, polese, venne iniziata la costruzione della splendida Basilica di S. Maria Formosa (o del Canneto). Anche sotto Bisanzio Pola rimase la capitale dell'Istria, e, qual'era fin dall'editto di Costantino, sede vescovile. Mantenne l'autonomia municipale istituita in epoca romana e fu risparmiata dalla conquista longobarda, che raggiunse solo l'Istria superiore. Non subì nemmeno l'invasione degli Slavi e degli Avari del 599, 602 e 611. Nel 788, dopo otto secoli di libertà ed autonomia, l'Istria e Po-la, passarono ai Franchi. Il governo della città venne affidato da Carlo Magno al duca Giovanni il quale introdusse in modo quasi «irreversibile» il sistema feudale, privando la città della sua autonomia, infeudando terre ed angariando in mille modi la popolazione. Stanchi del malgoverno, Po-lesi e rappresentanti delle altre città istriane ricorsero all'imperatore mettendo sotto accusa il duca, e nell'804, tennero il famoso placito del Risano, sotto la presidenza dei messi imperiali, ottenendo però solo parziale soddisfazione. Il duca venne allontanato, le città riebbero i tribuni e gli altri magistrati come al tempo di. Bisanzio, ma non i terreni infeudati né l'antica giurisdizione sui comuni forensi; il processo di infeudamento non si arrestò. Anche i diritti concessi alle città benché confermati pure dall'imperatore Lodovico Pio nell'815 vennero a poco a poco limitati dal prevalere del nuovo sistema sostenuto dai Vescovi che, divenuti anche loro grandi feudatari, parteggiavano per le mutate condizioni sociali da cui ritraevano non poco vantaggio.
L'epoca che intercorre tra il IX e X secolo vede Pola, e tutta l'Istria, oggetto di continue scorrerie da parte dei pirati Narentani, Croati e Saraceni, che minacciavano anche la libertà dell'Adriatico a danno della potenza marinara di Venezia. Ne scaturì anche per le città istriane la necessità di allearsi alla Serenissima. Il ricordo dell'antica e lunga comunanza di stato politico, l'affinità di schiatta e di linguaggio, la vicinanza, gli scambi commerciali, la partecipazione al governo municipale mantenuta sempre viva nelle città e nelle terre dell'Istria, la dipendenza da un comune primate ecclesiastico (Patriarca di Grado) ed infine il comune pericolo, facilitarono l'avvicinamento. Pola peraltro era poco disposta ad accettare • il «costo» dell'alleanza che consisteva nel riconoscimento dei privilegi acquistati da Venezia nei secoli precedenti; anzi vagheggiava di mettersi alla testa di una confederazione delle città marinare istriane per contendere a Venezia stessa il predominio in Adriatico. Con il pretesto delle scorrerie piratesche la Repubblica inviò nel 1145, una flotta a Pola, con lo stesso Doge, sventando ogni velleità polese di primato. Pola però non tenne fede ai patti, del resto imposti; e nel 1150 un'altra flotta veneziana al comando del figlio di Morosini, pose l'assedio alla città, la costrinse alla resa, al pagamento di un forte tributo d'olio ed alla costruzione di un palazzo per il Doge.
Nelle varie lotte per il predominio del mare, Pola ebbe la peggio anche con i Pisani che nel 1193 abbatterono le sue mura e la misero a sacco.
Nel 1208 il Patriarca di Aquileia in seguito all'infeudamento a suo favore del Marchesato dell'Istria, conferì la carica di vicari e capitani del popolo alla famiglia di Castropola, che si riteneva diretta discendente dei Sergi. Nel 1331 la città, stanca dei Sergi e del Patriarca, dopo essere stata messa a sacco per altre due volte dai Veneziani nel 1241 e nel 1243, decise di darsi definitivamente a Venezia, cacciando a furor di popolo i Castropola. Venezia che però non si fidava troppo dei Polesi, anche per il loro innato, conosciuto desiderio di libertà, continuò a tenere nel porto della città una propria flotta e solo nel 1351 permise la ricostruzione delle mura ma limitatamente all'altezza di 10 piedi.
In questo periodo Pola riceve da Venezia le costumanze sociali e l'organizzazione civica rimanendo legata alla mentalità, all'arte, alla parlata venete in modo indissolubile per secoli avvenire, fino alla storia recente, nonostante tutte le successive vicissitudini. Rinasce il nuovo Comune, si istituiscono i giudici, si riorganizza la magistratura comunale e si codifica l'amministrazione, la città consegue l'autogoverno scaduto all'epoca franca; si istituiscono i consoli e successivamente il podestà. Risale a tale epoca la costruzione del palazzo comunale. Debellati i pirati, acquistato l'autogoverno, la tranquillità e la sicurezza, la città può liberamente dedicarsi ai commerci elevando sensibilmente le condizioni materiali di vita.
Le guerre tra Veneziani e Genovesi (Guerra di Chioggia) ebbero per Pola funeste conseguenze. Per ben due volte ancora, nel 1379 e 1380 venne messa a sacco e incendiata dai Genovesi che in tali occasioni si appropriarono, tra l'altro, anche delle porte di bronzo del Duomo e tolsero il Leone di San Marco che stava sulla torre municipale portandolo a Genova per murarlo nella facciata della chiesa di S. Marco al Molo. Nel 1413 durante la guerra tra Venezia e l'Ungheria, Pola seppe resistere alle truppe del re Sigismondo costringendolo a ritirarsi dall'Istria. Furono tempi duri! Anche la Serenissima, nel cui ambito Po-la viveva, non si fece scrupoli di sistematiche spogliazioni di opere d'arte, fino al punto da progettare la demolizione dell'anfiteatro per ricostruirlo a Venezia. Esso fu comunque ampiamente depredato nella parte interna, specie nelle scalee, il cui materiale da costruzione in pietra d'Istria, venne usato per le varie fabbriche di Venezia ivi compreso, pare, anche il Palazzo Ducale.
LEOPOLDO BARI
(Stampato a Firenze coi tipi dell'Istituto Geografico Militare Estratto da L'Universo rivista bimestrale, n. 1, 1974).