POLA DELL'ALTRO IERI Le fate dell'Arena - A.G. - foto

foto Didascalia: IL TEMPIO D'AUGUSTO (Acquarello di G. Giordani) Per non ripetere cose detto già tante volte su questo giornale da altri, ci sforzeremo di poter trarre dallo scrigno della nostra memoria qualche ricordo, da molti cittadini nostri ormai dimenticato. E vogliamo iniziare subito il nostro discorso, dai monumenti romani, che fin dalla nostra prima infanzia hanno .sempre suscitato la nostra infinita ammirazione e la nostra grande curiosità. Che cosa possiamo dire dell' Arena? Che le nostre nonne ce la hanno tante volte raccontata la sua storia, ma era una storia favolosa, che andava diritta al nostro cuore. Furono, le Fate — esse dicevano — a costruire il grande palazzo di pietra. Si, le Fate, quelle bellissime e brave fanciulle che vivevano sul cocuzzolo del Monte Maggiore in un sontuoso edificio tutto ori e alabastri; furono loro a trasportar di lassù fino a Pola, negli ampi grembiuloni le grosse pietre per la costruzione e l'opera imponente, che sorse in una notte oscura, come loro avevano pattuito di fare coll'imperatore, romano Vespasiano. Ma essendo spuntata l'alba prima che l'Arena fosse ultimata, le misteriose fanciulle dovettero fuggire lasciando l'opera incompiuta, così, come la vediamo tuttora. Fu in tal modo che vespasiano non poté donare alla sua amata, Cénide, il palazzo marmoreo che egli desiderava, ma le dedicò in cambio quella maestosa e preziosa corona tutta marmi e merli, che da duemila anni attrae sempre l'ammirazione del mondo. Si narra che la graziosa Cénide continuasse a soggiornare nella sontuosa Villa Flaviana, che l'imperatore aveva voluto far costruire per gli ozi suoi fuori le mura di Pola, sul colle dove trovavasi fino alcuni anni orsono la chiesuola di San Giovanni, in via Medolino. Ritornando al nostro Anfiteatro romano diremo ancora che l'Austria, quando comandava da noi, studio più volte la possibilità di poterlo trasferire a Vienna, sul campi del Prater, ma non riuscì mai a mettere in esecuzione il suo arditissimo progetto; così, trecento anni prima, anche i Veneziani avevano pensato di demolirlo per poi riedificarlo sulle spiagge del Lido, ma l'ordine venne revocato (1583) per l'intervento del senatore Gabriele Emo, il quale s'ebbe dai polesi anche pubblica 'riconoscenza con quella lapide che .si vede sul monumento fra i due archi superiori del torrione sinistro, dalla parte del mare. Perciò anche i nuovi padroni di Pola dovrebbero essere motto riconoscenti al «veneziano senator», se oggi possono vantarsi di possedere un'opera di tal genere, e non dimostrargli, come hanno voluto subito fare, tanta ingratitudine nel cancellare il suo nome dalla via a lui dedicata! I nostri nonni ci misero tutte le cure per preservare i monumenti romani dai danni provocati dagli elementi e dagli uomini. Pensate, e voi tutti lo ricorderete, come l'Arena, il Tempio di Augusto l'Arco dei Sergi venissero protetti da quelle grosse cancellate di ferro (a dire il vero alquanto brutte ed antiestetiche) che poi vennero demolite nei primi ,giorni della Redenzione; e per essere più precisi, quelle di Port'Aurea furono abbattute nel pomeriggio del 4 novembre 1918 dalla gioventù polese per permettere ai primi soldati d'Italia di passare in trionfo sotto l'Arco “testimone della lunga attesa”, come diceva la scritta nella lapide, che nei giorni tristi del 1945 vanne infranta. da mano anti-italiana. Rituffiamoci nel passato se vogliamo dimenticare per un momento gli anni del nostro dolore, e passiamo a dire qualche cosa di un altro monumento che i polesi chiamavano Arco Romano, mentre invece al suo vero nome era quello di Porta Ercole. Perché Porta Ercole? Per che questa era una delle dodici parte di Pola romana ed era dedicata al semidio Ercole, la cui testa e la clava stanno forse ancora sall'arco a ricordarlo. Eppure quest'Arco Romano senza fregi, massiccio, che sfida i secoli, può raccontare anche lui qualche cosa della vita polese dell'ultimo sessantennio. Attraverso la sua larga entrata si accedeva un tempo a un modesto Asilo infantile, che si trovava nel giardino interno del terrapieno. Quell'asilo, uno dei primi asili infantili polesi, veniva retto dalla esperta maestra polese Maria Cipolla, poi, soppresso l'asilo nei primi anni di questo secolo, il grande caseggiato ospitò il primo Circolo di Studi Sociali, in cui si dava convegno la gioventù operaia polese e dove, nel suo vasto cortile si tenevano i consueti trattenimenti familiari; infine l'edificio servì ad accogliere il primo Ricreatorio Comunale, nel quale per una trentina d'anni i ragazzi di Pola trovarono il luogo più adatto per le loro occupazioni extrascolastiche, sia nei lavori manuali che in altre tante utili attività ricreative sotto lo la guida di esperti insegnanti. Quante centinaia anche migliaia di ragazzi, oggi forse anche nonni, ricorderanno con non senza un dolce rimpianto i loro giorni beati trascorsi tra quelle mura, accanto ai loro ottimi maestri, che rispondono ai nomi di Erminio Schiavon, Antonio Tromba, Tullio Baldessarini, Silvio Staffetta, Nicolò Bucavelli, Giovanni Magnarin, tutti, meno il primo, ormai trapassati nel regno del più. Non sarà facile — per chi oggi volesse istituire a Pola delle opere educative del genere — superarle, ma nemmeno imitarle! Del Tempio d'Augusto soltanto un ricordo di sfuggita. Venne distrutto da una bomba alleata, e poi, a guerra finita fedelmente ricostruito (1947) per merito del prof Mirabella Roberti, al quale Governo jugaslavo deve tutta la sua riconoscenza se oggi può godersi la vista di un gioiello così prezioso: tutto romano, fin dalle sue fondamenta, e simbolo indistruttibile della latinità dell'Istria Terra. A. G.

Dal numero 1311

del 13/02/1962

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