Didascalie: Cosi mi apparve il giovane sopravvissuto nell'uscire dalle tenebre della devastazione a Vergarola Luigi Cossa, Aurelio Valletta e un amico negli anni verdi a godersi II mare a Pole Seconda parte Non e facile frugare tra i ricordi affievoliti dal tempo ma qualcuno si fissa nella memoria phi forte degli altri, e allora il fatto rimane lucido nella mente in tutti i suoi particolari. Io ho fissato indelebilmente quello di quel giorno a Vergarola. Aspettavo da circa un'ora l'arrivo degli amici; improvvisamente decisi che era arrivato il momento di muoversi da quel posto perche non li vedevo arrivare. A dire la verita non era solo quella la ragione; sentivo una forza che mi faceva lentamente allontanare: andai verso il molo di Vergarola da dove potevo vedere la Pietas Julia. Era circa l’una e mezza. Camminando sulla banchina guardavo l'acqua e il fondo marino. Ero come incantato ad ammirare la vita sott'acqua: una schila che guizzava all'indietro, qualche sparo, sul fondo un gransetto intento a mangiare qualcosa. C'erano rottami arrugginiti, forse ancora del tempo dell'Austria. Mi trovavo a circa cento metri dalle mine e quello che voglio descrivere ora si svolse tutto nel giro di due, tre secondi. Udii un colpo secco come di una rivoltella scacciacani, seguito da un urlo lacerante di donna; mai sentito un grido cosi in vita mia; mi volsi per vedere cos'era successo; venni abbagliato da un lampo seguito da un boato e da una pressione d'aria che mi scaravento a terra. Cercavo di afferrare qualcosa con le unghie perchè ero vicino all'orlo della banchina e mi sentivo cadere in mare. il sole era sparito e tutt'attorno a me c'era il buio. Mi ricordai che prima dell'esplosione vicino a me c'era una vecchia gru su un binario morto. Mi alzai e a tentoni andai a ripararmi sotto. Ero intontito, smarrito, il cervello non mi funzionava più. II fumo acre dell'esplosione mi soffocava. Sentivo cadere tutt'intorno sassi e ogni sorta di detriti, sicuramente anche brandelli .umani, con sinistri tonfi cupi. Questa pioggia durò per circa un minuto; poi passarono altri lunghi minuti e finalmente l'oscurita si diradò e incominciò a far capolino il sole. La mia mente annebbiata ricominciò a funzionare, e il mio primo pensiero fu per quella povera gente che avevo lasciato sulle mine; dovevano essere tutti morti. Non si sentivano più le voci, i richiami, le risate di prima; era calato un silenzio di tomba. A questo punto voglio fare una riflessione. Mi sono chiesto tante volte cosa vide quella donna, e quale connessione avesse avuto quel tiro con lo scoppio. Forse un artificiere avrebbe potuto dedurre di più; io posso solo pensare che il tiro fosse proprio della mina accanto alla donna, facendole intuire quello che stava per succedere. Forse oltre al tiro ha visto anche del fumo o delle scintille uscire dalla mina. Certo e che quel tiro secco e quell'urlo non erano una coincidenza ma una sequenza precisa antecedente allo scoppio. Rimasi sotto la gru per alcuni minuti; poi pensai che qualcuno poteva essere rimasto vivo; cosi mi alzai e tremante per il grande spavento mi diressi verso il punto dell'esplosione con l'intenzione di portare soccorso. Lo spettacolo che mi si presentò era sconvolgente. La pineta non esisteva più soltanto qualche tronco di albero fumante. Dove c'erano le mine, una grande buca; attorno l'erba bruciava ancora. Non c'era segno di vita, Ia gente era sparita, restava solo qualche brandello umano annerito dal fuoco. Ero inorridito da quello spettacolo di morte. Poi vidi un uomo che camminava lentamente verso di me; mi appariva come un fantasma uscito dall'oltretomba. Quando mi giunse vicino vide che era un giovane di circa venticinque anni. Non aveva più capelli, gli occhi erano sbarrati, il costume da bagno a brandelli; era tutto coperto di terra nerastra e una profonda ferita gli insanguinava il collo. Mi disse: «scampa via mulo che xe ancora altre mine che pol scopiar.. Vedendo quel giovane insanguinato che mi diceva di scappare mi prese un terrore indicibile e mi misi a fuggire con quanta forza avevo in corpo. In un lampo arrivai in cima alla salita dove c'era cancello d'entrata e dove della gente attonita correva verso di me chiedendomi cosa era successo. Non ricordo cosa risposi perché ero in uno stato di choc. Dietro di me arrivò, il giovane ferito; era esausto perö non perdeva più sangue come prima. Lo aiutammo a distendersi sull'erba cercando di confortarlo, ma lui non rispondeva, guardava fisso nel vuoto. Finalmente arrivò un piccolo furgoncino con due infermieri; volevano soccorrerlo, ma lui si oppose e continuava a dire: No ste basilar de mi, ande la so che xe gente che sta morendo.. Era un eroe ai miei occhi; in quel momento pensava a salvare gli altri. A forza di insistere, riuscirono a farlo entrare nel furgone assicurandolo che sarebbero subito andati a prendere gli altri feriti. Caro concittadino ammirevole, non ho mai saputo chi ere, ma ti ho sempre molto stimato. Due infermieri potevano fare ben poco in quella strage. Poco dopo peró molta gente arrivó da tutte le parti, assieme ad un gran numero di automezzi delle truppe alleate e della polizia, i «bacoli neri.. Non c'era il pericolo di un'altra esplosione perche tutte le mine erano saltate assieme. Pensai di ritornare sul posto dell'esplosione per vedere se potevo aiutare qualche ferito, ma in quel momento il mio corpo non rispondeva, era come afflosciato. Mi sentivo adosso gran debolezza e facevo molta fatica a muovermi. Non avevo mai provato a sentirmi cosi. Mi mancavano le forze e dovetti sedermi per terra. Infine cosa avrei potuto fare, a quel tempo ero solo un giovane muleto, anche piutosto picio per la mia eta. Prima di andarmene guardai ancora una volta verso il punto della sciagura; ormai c'era tanta gente che correva a soccorrere quei pochi rimasti vivi, e c'era un continuo arrivare di veicoli militari di soccorso. Io non ho visto alcun ferito all'infuori di quel giovane, e mi domandavo se veramente ce ne fossero. Lentamente presi la via del ritorno. In quel momento mi accorsi che avevo perso il borsellino della merenda, la lenza e il berretto che mi aveva fatto mia madre. Spariti con l'esplosione. Avevo il gomito destro che mi bruciava a vidi che avevo un graffio con un po' di sangue. Pian piano mi sentivo ritornare le forme il mio passo divenne phi rapido e sicuro. Sullo stradone c'era una via vai di auto della croce rossa e camion che andavano all'ospedale. In centro c'erano gruppetti di persone che confabulavano sulla tragica notizia. Avevano visi molto tesi e c'era nell'aria un senso di sgomento. Pola ancora una volta versava lacrime. Arrivai a casa e non trovai nessuno; mia madre non c'era. Tornai in strada e trovai Egidio Fabretto amico dell'Orione. Mi disse: «Bruno tutti pensano che ti se morto.. La gente della contrada si trovava tutta davanti all'ospedale. Mi misi a correre e in poco tempo arrivai là. Trovai una folla smarrita e sconvolta. Quando arrivava un mezzo della croce rossa tutti cercavano di vedere dentro. Si sentivano tante esplosioni di pianto. L'autista di una lettiga si fermò davanti al portone e tutti si fecero attorno per vedere dentro, ma lui disse che portava solo morti e doveva proseguire verso la cappella mortuaria di via Sissano. Ciò produsse un coro di lamenti e paura. Anch'io ero afflitto dal comune sgomento e cercavo disperatamente mia madre; finalmente la vidi e la chiamai, lei mi sentì e corse verso di me piangendo di gioia e mi abbracciò forte. Mi chiese «dove ti Teri?. la strinsi forte e le dissi: «Mamma un attimo prima iero anche mi là de le mine, son vivo per miracolo.. In quel momento, vinto dall'emozione, cominciai a piangere assieme a lei, e restammo cosi abbracciati per lungo tempo. Intorno a me c'era della gente che voleva sapere cosa era accaduto, ma io non ero capace di dire niente, continuavo a singhiozzare. Più tardi mi calmai e raccontai quello che avevo visto. Quando finalmente tornammo a casa, mi guardai nello specchio e vidi che i miei capelli stavano dritti come spini. Ci volle un mese per farli ritornare a posto a forza di brillantina e la retina per tenerli giù. Le orecchie mi fischiarono per due settimane. I giorni che seguirono furono tristi per tutta Pola. Ai funerali delle vittime, tutta la cittàa era presente. Tante anime salite in cielo per molte delle quali non fu ritrovato il corpo. Al nostro grande dolore per quella sciagura si aggiungeva quello dell'esodo. Stavamo perdendo la nostra città che veniva data ingiustamente alla Jugoslavia e nessuno ci aiutava a salvarla, eravamo soli e abbandonati da tutti anche nostra patria. Non c'era un cuore a Pola che non fosse colmo di una profonda tristezza, paura, c sgomento, eccetto naturalmente i comunisti slavi e italiani che si battevano per la Jugoslavia. Un mese dopo la sciagura, era di domenica, il nostro caro Don Felice celebrò una messa all'aperto di fronte a Vergarola. io ero là con tanta altra gente, la maggior parte vestita di lutto, gente che aveva perso i propri cari. Non posso esprimere l'emozione che tutti provarono. Tante lacrime scendevano silenziosamente su ogni viso. Di chi la colpa di quella tragedia? Me lo sono chiesto per lungo tempo. Io penso che fu di tutti coloro che avevano il potere; in particolare le truppe di occupazione alleate che lasciarono quelle mine abbandonate sulla spiaggia. Ormai anche per loro si avvicinava il momento di lasciare il posto a Tito e si agiva in base al «chi se ne frega.. Si era parlato di un uomo vestito di grigio che si aggirava circospetto sul posto dell'esplosione. Io per il tempo che fui non ho visto nessuno, altrimenti lo avrei detto tanto tempo fa. Credo sia stata un'invenzione della polizia alleata per togliersi dalle responsabilità. Non escludo però l'ipotesi dell'attentato, e se veramente esistono uno o più responsabili di una tale infamia, Spero non abbiano mai trovato pace su questa terra. Un giorno, prima o dopo, dovranno presentarsi al tribuna le divino, e giustizia eterna sara fatta. Questa e l'unica cosa che mi consola. Un giorno, nell'inverno che poi segui, incontrai la signora Iolanda, moglie di quella grande figura che fu il professor Geppino Micheletti; era a casa di mia zia, Meri Pesavento, che faceva la sarta. Stava provandosi un altro vestito nero. Mia zia le disse che anch'io quel giorno mi trovavo là; e allora lei mi fece delle domande. io le dissi che avevo visto il più giovane dei suoi figli assieme alla zia. Forse sarò stato l'ultima persona a vederli vivi. Lei mi parlava con calma sorridendo, mostrando una dignità ammirevole, ma dietro a quel sorriso potevo scorgere una grande sofferenza, un vuoto colmo di tristezza. Ringrazio la Rena per l'opportunità avuta di pubblicare questo racconto che purtroppo non ha potuto che essere triste per aver rievocato una delle tante tragedie che hanno colpito la nostra citta. Bruno Stella