Didascalie: La rocca di Gibilterra Sul Toscana nel 1940 nella baia di Parteni nell'isola di Lero: dietro Alfredo Roma, Egidio Pettener, Gino Angelini; alla balaustra Toni II 20 novembre del 1939 m'imbarco sul la petroliera .Pagan. come mezzo di coperta. All'indomani mattina si parte da Trieste; quello era il mio primo imbarco e io ere pervaso da un senso di eccitazione. II mio lavoro consiste nel rendermi utile un po' dappertutto: picchettare la ruggine, pulire i gabinetti, pitturare, aiutare il cameriere ecc. Quando arriviamo alto stretto di Messina scrivo una lettera a mia madre e la affido al le poste marine: accartoccio ben bene il foglio e lo caccio in una bottiglia, aggiungendovi delle sigarette per il pescatore che avesse trovato il messaggio; poi tappo accuratamente la bottiglia per impedire che l'acqua vi penetri. Traversiamo lo stretto di notte e io con altri marinai affidiamo alle onde i nostri sgrammaticati componimenti (al ritorno dal viaggio saprò che il mio messaggio è stato tra quelli giunti a destinazione; il messaggio in bottiglia e una antica tradizione). Giunti a Marsiglia il tempo di scaricare il carico, e via per lo stretto di Gibilterra; un controllo da parte delle autorita inglesi e poi si fa rotta verso l'Atlantico con destinazione Centro America, all'isola di Aruba. La traversata lunga e mi (là modo di conoscere tanti aspetti della vita di mare e tanti lavori che una nave richiede. Se il tempo a belle, me ne sta alla sera sul ponte di comando. Mi piace l'aria che si respira lasso, e guardare II timoniere; il quale a volte permette che mi metta al suo posto con il timone tra le mani. Quando I'ufficiale di guardia si mette all'estremità del ponte di comando e calcola il punto nave, servendosi del sestante, osservo tutti i suoi movimenti, calcolando poi con le parallele sulle carte nautiche la rotta giusta. Una mattina, salendo in coperta, vidi che la nave era circondata dal delfini. Era uno spettacolo incomparabile: erano tanti da non poterli contare e saltavano, guizzavano, s'immergevano e riaffioravano dal mare. Le loro evoluzioni sembravano obbedire a un ritmo inarrestabile, come se danzassero sulle note musicali. I giorni passavano, la cappa di caldo incombeva giorno dopo giorno, gli scarafaggi nelle cabine crescevano. Quando il mare era agitato, trascorrevo molta parte del mio tempo sotto coperta, assieme al nostromo, che m'insegnava a impiombare i cavi e tanti altri lavori che dovevano concorrere a far di me un marinaio. La nave sviluppava circa otto miglia orarie e ci vollero venti giorni di mare e cielo prima che avvistassimo l'isola di Aruba. Alla vista della terra provai una grande gioia. In fondo penso che il senso della terra sia racchiuso nel cuore di tutti; si potra amare il mare, ma la terra rappresentera sempre per ciascuno il ritorno alla sua casa. La petroliera fu ormeggiata in banchina a la coperta fu invasa dal personale addetto al carico, per lo pie genie di colore. Nei due giorni durante i quali si protrasse la sosta della nave, il tempo necessario per riempire le tasche, io scesi a terra, assetato di novità. Guardavo le strade, le case, i negozi, e gli abitanti nei loro variopinti vestiti. Completato il carico gli intrusi scomparvero, la nave ritorno al suo aspetto abituale e riprese il mare per il viaggio di ritorno. In navigazione, come a terra, la domenica era giorno di Festa. La mattina mi occupavo delle pulizie, iniziando dalla cabina del nostromo e del capo tanghista; poi a mezzogiorno della mensa ufficiali: aiutavo il cameriere; quando finalmente potevo considerare finito il mio compito, me ne andavo a mangiare anch'io. Al pomeriggio mi era concessa qualche ora di liberta, che avrei dovuto teoricamente dedicare al riposo, e che trascorrevo invece a lavarmi la biancheria e a rammendare i capi sdruciti. Poi verso sera, l'ufficiale in seconda mi portava con se in coperta e mi faceva esercitare con le bandierine da segnalazione, fino a quando non veniva l’ora di cena e la mia presenza era richiesta nuovamente in mensa. Altri venti giorni di mare e fummo nuovamente a Gibilterra. Dopo il solito controllo, facemmo rotta verso Livorno, dove avremmo scaricato il combustibile. Dopo cinque mesi di navigazione, tornai a Trieste, soddisfatto dell'esperienza vissuta. E pochi giorni dopo, m'imbarcai sul piroscafo Toscana. PRIME ESPERIENZE DI MARINAIO Con il Toscana a Rodi II mio imbarco sul piroscafo Toscana avviene 20 maggio 1940, in qualità di ragazzo di cucina. Si parte da Trieste destinazione Bari; imbarchiamo i soldati e si provvede a riempire la cambusa; si va verso l'isola di Rodi. Sono assegnato alla cucina di proravia adibita alla truppa; poi in navigazione il capo cuoco mi avverte di trasferirmi in cambusa. II primo lavoro, ogni mattina, consiste nella distribuzione dei viveri per le Ire cucine; ed e tutto un pesare e un via vai. Quando si tratta di dar fuori le razioni per l'equipaggio io cerco sempre, specie se il cambusiere non e presente, di abbondare col caffe, con lo zucchero e il latte condensate; faccio del mio meglio per accontentare tutti. In pochi giorni conosco tutti a bordo e mi faccio tanti amici. Quando arriviamo a Rodi la truppa sbarca e io ne approfitto, con qualche compagno, per scendere a terra. Nella citta circondata da mura ci fermiamo nella piazzetta Castellania, con in mezzo una meravigliosa Fontana in stile gotico. Ci addentriamo nel centro; infine ci dirigiamo verso il mare, il porto di Mandraki, con i tre mulini lungo la diga, e, all'estremita, il massiccio forte di San Nicola. Eravamo ancora a Rodi quando apprendemmo che era state dichiarata la guerra. Ci giunse l'ordine di partire e ci rifugiammo nella baia di Parteni, nell'estremo lembo dell'isola di Lero. Buttammo l’ancora; con la poppa sotto costa, ci ormeggiammo agli scogli,raggiunti poco dopo dal P.fo Sicilia, che era gemello del Toscana. Essendo la nave ferma, la maggior parte del personale di bordo era inattiva, e quindi pensò bene di impiegare il tempo a cost ruire una strada che portasse fino in cima al monte Santarcangelo del tutto disabitato. Al le prime giornate di caldo cominciammo a fare i bagni, quasi fossimo in vacanza. Talvolta il capo cuoco radunava due o tre di noi giovani; con una scialuppa attraversavamo la baia e sbarcavamo su un piccolo pontile per dirigersi verso qualche campagna e comperare un po' di frutta e verdura. La scorta di viveri a bordo era fortunatamente abbondante, ma non si sapeva quanto tempo ci sarebbe toccato di rimaner li; perciò per precauzione il comandante dispose il razionamento. Io facevo parte della rosa dei favoriti, per il posto che occupavo in cambusa; ma i mesi passavano e le provviste diminuivano; la pasta cominciava a mettere i vermi e bisognava mangiarla, perché buttarla via sarebbe stata una pazzia, in quelle condizioni d'incertezza. Dopo otto mesi il Toscana era sempre fermo, e l'equipaggio in ansia per quanto tempo ancora sarebbe passato prima di poter rimpatriare. Ma era domanda cui nessuno poteva dar risposta. In gennaio del 1941, all'improvviso, ci fu dato l'ordine di ritornare in patria, non senza aver prima trasformato piroscafo in nave ospedale. II Toscana venne attrezzato alla bisogna per quanto si poteva; poi venne verniciato in Bianco, con le insegne della Croce Rossa fuori bordo.; giunsero dall'Italia ufficiali medici e infermieri della Marina militare. Tutto l’equipaggio fu militarizzato; io fui qualificato infermiere e la nave fu ufficialmente militarizzata. Pochi giorni prima della partenza, Lero fu presa di mira da un bombardamento e tutti i feriti vennero ricoverati all'ospedale in attesa di essere trasportati a bordo al momento di salpare. Infine levammo le ancore e il Toscana lasciò la solitaria baia di Parteni diretto a Taranto. I feriti più gravi furono alloggiati nell'infermeria; tra loro mi ricordo vi era un marinaio vittima di un incidente di bordo sul rimorchiatore di Portolago; aveva il bacino schiacciato. Mori dopo un giorno di navigazione e il suo corpo fu sistemato in una cabina dal cassero di poppa, improvvisata camera ardente. Per tutto il viaggio noi giovani ci demmo da fare per assistere i feriti: nessuno di noi aveva particolari cognizioni di medicina, ma si cercò di operare con la massima buona volonta e umanita possibile. A Taranto furono sbarcati i feriti e il Toscana potè proseguire per Trieste. Fu ormeggiato nell'arsenale del Lloyd Triestino per essere sottoposto a lavori di manutenzione e di modifica.Il personale fu sbarcato nella quasi totalita; io fui tra i pochi a rimanere a bordo; mi vidi affidare il compite di pompiere, fino al 13 maggio 1941, quando fui sbarcato e congedato, dopo un anno d'imbarco. Alfredo Roma