Didascalie: Portico della chiesetta della Madonna dei Campi a Porto Porta del Sec. XVI a Montana, lato esterno Lapide in memoria di Gasparo Calavani a Montana TERZA PARTE La Repubblica di Venezia, divenuta Ia Signora della alasgiore e miglior parte del territorio istriano, provvide a rispettare le antiche consuetudini dei nuovi sudditi, riconfermando gli statuti municipali. scaturiti dalla volonta popolare. I Veneziani, poi, divisero il territorio istriano in quattroclassi distinte: Citta, Terre, Castelli e Baronie (feudi e ville), con cui Serenissima intese rispettare ramieo ordinamento romans; anche le funzioni di ciascun corpo politico rimasero sempre le stesse. Le citta corrispondevano ai municipi preesistenti, le terre maggiori alle colonic, le castella ai comuni liberi o atTrancati, le baronie e le ville ai Pagi, ai Vici, ai Predii Romani. Anche le altre istituzioni romane: i corpi decurionali, i collegi dei sacerdoti, i duuniviri, gli edili e i patroni, rivissero nei consigli dei Nobili, nei Capitol i dei Canonici, nei Giudici, detti anche Rettori o Consoli, e nei Baroni dei Feudi. Le citta venivano rette da un rettore o podesta, spesso un nubile veneziano in carica 16 mesi; avevano un Consiglio des Nobili che trattava la pubblica amministrazione e nom inava i funzionari scelti frail popolo. II Consiglio si riuniva a suon di campana e deliberava con tradizionale formula che leggiamo dall'Antico Statuto di Portole (Valle del Quieto): oNoi qui riuniti, a soon di campana, not qui, nel nome di Dio che tutto il mondo govema, invocando la grazia del glorioso S. Marco, vessillifero, e del nostro protettore S. Giorgio, ordiniamo e comandiamo questa Legge.» A Capodistriarisiedeva il Podesta Capitano a cui era affidata la vigilanza su tutti i Comuni, e le Terre della provincia. Essendo rlstria terra di confine ed esposta a possibi I i incursions nem fiche, Venezia provvide a presidiarla con una Legione di 4.000 uomini scelti (cernide) divisa in sei corpi distinti, comandati da altrettanti capitani. A llo scopo di mantenere l'ordine e la sicurezza della campagna, nel 1304, la Repubblica istitui il Capitano del Pasenatico, con sede in S. Lorenzo di Leme che ebbe il Comando Militare di tune le citta e i paesi della Provincia: i I primo Capitano fu Marco Soranzo. Nel 1358 ii Pasenatico fu diviso in due: un capitano a Grisignana e uno a S. Lorenzo. Nel 1394 tutti e due vennero soppressi per far luogo a quello di Raspo considerato «la chiave di custodia di tuna !Istria». Ma nel 151 I venne trasferito a Pinguente; dove rimase lino alla caduta della Repubblica di S. Marco (1797). Anche i Patrizi Veneti cosi come quelli romani vennero in Istria per scegliersi possessi e trovar moglie, come il valoroso Carlo Zeno, che sposO una gentildonna capodistriana, o il doge Marino Grimani che sposO Morosina Morosini, Signora del Castello di Sanvincenti. II senato mandava spesso Provveditori e Generali per visitare Ia provincia per poi relazionare al loro ritomo a Venezia. Fin dal sec. XIII molte terre e possessi privati, passarono al patriziato veneziano: i Bembo a Valle, i Loredan a Barbana, i Gavardo, i Contarini e i Foscarini a Capodistria, i Molin, i Soranzo, i Gravisi a Pietrapelosa, i Barbarigo a Pola, i Morosini e i Grimani a Sanvincenti. xxx Anticamente !'Istria era ricoperta di boschi, di faggi, aceri, olmi, pioppi, frassini e fin dal tempo dei Romani queste selve furono usate per far legna, costruire case e imbarcazioni. La devastazione di questi boschi fu perpetrata nel tempo sia dal le popolazioni che dai duchi e dai patriarchi stranieri che ne asportarono legna in gran qualita. per portarla sui mercati occidentali. Gran parte delle foreste istriane vennero salvate dal la distruzione totale proprio grazie alla Serenissima Repubblica di Venezia che fin dalle sue origini attinse dalle selve istriane il legno dei frassini e degli olmi per la fattura dei rem i, delle altane, e delle palafitte dei suoi palazzi e delle sue rive e, soprattutto, quello dei roveri di Valle per il tavolame e per i madieri, nonché quello curvo peril suo «arzana» sui cui scali poggiavano sempre nuove galee in costruzione. Divenuta, nel sec. XV, la Signora dell'Istria, provvide ad emanare leggi ed ordinanze severe per proibire il taglio dei boschi. II Senato Veneto, con suo decreto del 15 lug lio 1475, stabiliva la confisca di tutti i querceti istriani, ordinava che chiunque abbattesse un albero senza il suo consenso venisse punito con multa di 100 ducati e che ogni comune dovesse provvedere, a sue spese, al la nom ina di un «sovraintendente» che aveva il compito di provvedere alla bollatura o « martel latura» (con lo stemma di S. Marco) degli alberi più robusti, nonché alla loro registrazione, perché queste erano le piante riservate a Venezia. Consiglio dei Dieci nom inO poi un Capitano della Valle (Quieto) che in seguito si trasformO in una speciale magistratura composta da due nobili detti «Deputati sopra la Valle e Bosco». I boschi più importanti erano: il Cavalliero di Verteneglio e di Femé a Umago, quelli di Pinguente, Mom iano e Grisignana, ma il Bosco più famoso, tanto da esser chiamato Bosco San Marco, e quello che sorgeva lungo la Valle del Quieto, la foresta di Montona di ben 125 ettari, ricca di famiglie longeve di querce, di olmi, e di frassini che si estendeva per 18 chilometri. II Doge, nel 1452, done, alla generosa Montona un prezioso calice di oro puro, in snore di tale preziosa selva: oil Bosco di S. Marco». xxx L'Istria settentrionale e di formazionearenaceomamosa, per cui in quel tratto di costa che va da Trieste a Muggia fins a Pirano, compresa la Valle del Risano, troviamo molte cave di pietra arenaria mentre la bianca pietra calcarea si trova in quasi tutto il territorio istriano. Fin dai tempi lontani, i costruttori edili, gli scultori romani, veneziani e di altre citta, venivano in Istria per scegliersi la pietra. Le migliori cave erano lungs la costa della Valle del Quieto e a Pola e tra tutte eccelleva per la finezza del materiale, quells di Orsera, adatta per lavori di scultura e abbellimento. Della stessa durezza, compattezza e resistenza al rum idita, e la pietra della cava dello scoglio di S. Girolamo nelle isole Brioni, o le Cave di Vincural (Pola), conosciute col nome di Cave Romane. Da qui vennero estratti i blocchi lap ide i usati dai Romani per le Mura, l'A n Meato, gli Archi dei Teatri e di altri monuments romani a Pola. costruttori veneziani trovarono sempre nella pietra istriana la pietra ideate per la lavorazione in tutti gli stili, dal romanico al gotico, al rinascimentale, come possiamo notare ancora nelle facciate maestose dei palazzi sul Canal Grande. II Vasari, il Sansovino, lo Scamozzi esaltarono le qualità della pieta d'Istria. E doveroso ricordare che la candida pietra, che servi per la costruzione della cella campanaria del campanile di S. Marco (1902-1912) venue dalle cave di Orsera, e fu donata dagli istriani a Venezia. Nel canale di Farasina, che separa il litorale istriano dall'isola di Cherso, si spinge nel mare il promontorio di Fianona, la cui punta estrema veniva denominate «PAX TECUM», un termine preciso che era un simbolo che racchiudeva in se cinque secoli di scoria. A quel termine, nel XV sec. giunse la Repubblica di Venezia, la quale desiderava vivere in armonia con i suoi vicini della Liburnia, innalzava ii simbolico Leone col libro aperto dell'Evangelista, offrendo a quanti ne erano desiderosi: Pace e Giustizia. xxx II 12 maggio 1797, per tradimento del Generale Bonaparte, il Gran Consiglio della Repubblica di S. Marco, abdicava. Nelle sale del Palazzo Ducale il Doge Ludovico Manin deponeva le insegne e i magistrati le onomte toghe. Cessava di esistere la gloriosa Repubblica di S. Marco, e le Provincie Venete dell'Istria e della Dalmazia venivano cedute all'Austria. Alla notizia della caduta della Repubblica, le popolazioni del le citta istriane e dalmate, esplosero in aperta rivolta contro i traditori della Patria e contro i Francesi. A nulta valse la loro ribellione; esse dovettero sottomettersi non avendo Venezia più la forza di opporsi con le armi. Cosi una alla volta anche le c nth giuliano-dalmate furono costrette ad ammainare l'insegna e a tenerla nascosta. La sera del 23 agosto 1797 nella piazza di Perasto, la popolazione dava !'ultimo e commosso addio al suo vecchio Gonfalone. II Comandante della Guardia Veneta, conte Giuseppe Viscovich, col pianto che gli serrava la Bola, tenne una lungs orazione, e tra l'altro disse: «In sto amaro momento, che lacera el nostro cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Dom info, el Gonfalon de la Serenissima Repubblica ne sia de conforto, o zitadini, che la nostra condotta passada, e de sti ultimi tempi, rende non solo più zusto sto alto fatal, ma virtuoso, ma doveroso per nu. Per 377 anni, le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vice le xe stae sempre per ti, o San Marco, e fedelissimi sempre avemo reputa Ti con Nu, e Nu con Ti, e sempre con Ti sul mar no semo staff ilustri e vitoriosi. Nissun con ti n'a vista mai scampar, nissun con ti n'a visto vinti o spaurosi.» 11Gonfalone venne poi consegnato al Parroco, che la benedisse e lo depose sotto l'Altare Maggiore del Duomo di Perasto. Davide Ubizzo