Didascalie: Cortei e manifestazioni furono all’ordine del giorno ... e l’Esodo dalle campagne non fu meno struggente e disperato Il generale Morgan, autore del confine per noi più restrittivo Era capitato da noi anche un mezzo miracolo. Fu quando Sergio cadde dal terzo piano nel cortile di casa e le cordicelle degli stendi-biancheria furono provvidenziali e lo salvarono. Zia Gina corse giù con le mani tra i capelli e trovò il figlio che risaliva le scale senza un graffio. Per grazia ricevuta Sergio indossò, per mesi, un saio da fraticello come ex voto a Sant'Antonio. Raccoglievamo, io e lui, bottiglie usate nelle case intorno e un giorno ne caricammo due sacchi pieni su di un carretto per portarle dallo straccivendolo di vicolo della Bissa. Attraversammo tutta la città con le bottiglie che facevano un fracasso infernale. Arrivati sul posto trovammo che il magazzino era già chiuso. Per non riportare indietro quel carico sonoro e scomodo, pensammo di nascondere i due sacchi tra le macerie di una casa bombardata. All'indomani li avremmo ripresi per portare a compimento la piccola operazione commerciale. Il mattino successivo quando ritornammo con il carretto sul posto, sacchi e bottiglie erano scomparsi e con loro la speranza di guadagnarci sopra quattro lire. Erano tempi bui e ci si portava via di mano anche la miseria. Quel pomeriggio, di ritorno a casa, percepii il passo di qualcuno che mi seguiva insistentemente da un po'. Mi girai e vidi un ragazzo che non conoscevo, dimesso nel vestito e nei lineamenti, pressappoco della mia età. Continuai la strada, senza più voltarmi, anche se sentivo i suoi passi dietro a me. Invano mi arrovellavo il cervello per comprendere le ragioni di quel pedinamento. Stavo per arrivare a casa e pensavo che così sarebbe finalmente terminato quell'assurdo episodio, quando il ragazzo mi si parò davanti e, senza proferir parola, mi sferrò un pugno in piena faccia e poi, senza aspettare la mia reazione, corse via e non lo vidi più. Mi sedetti sul marciapiedi con il naso che sanguinava e con un perché grande come una casa dentro alla testa. Il perché è ancora lì, ma ci rendemmo conto, più dopo che allora, che l'odio di classe era stato seminato a piene mani e stava dando i suoi frutti anche nel cuore dei giovanissimi. Tafferugli e cortei furono all'ordine del giorno; ai Giardini, inglesi e americani assistevano imperterriti a scontri fisici e pestaggi senza sapere come intervenire. Da una parte gli italiani, abitanti della città, pieni di certezza, all'inizio quasi scettici della necessità di dover dimostrare qualcosa (“ma no bastassi la Rena senza dover far tanti discorsi, e tante manifestazioni, ecco nostra mare, ecco da do' che vignimo, noi!”) e dall'altra i filo-jugoslavi, provenienti dalla campagna, che per anni avevano agognato di entrare come vincitori, senza sentirsi compatiti e derisi. E più avanti vi fu una grande manifestazione filo-italiana, nata spontaneamente dalla rabbia della gente, con migliaia di persone che percorsero le vie della città e si radunarono in piazza Foro. Zio Nini si sentiva oramai al sicuro in città, occupata dagli alleati, ed era uno degli agitatori della propaganda italiana. Di notte andava a buttar manifestini dentro ai portoni e a scrivere sui muri W L'ITALIA. Quel giorno, assieme ad altri giovanotti, pavesò di bandiere tricolori i tetti di tutti i palazzi della piazza. Il caos politico e istituzionale aveva portato ad un disorientamento degli animi. Poteva esserci disaccordo anche tra i membri di una stessa famiglia, tra fratelli, tra padre e figli. Si capiva, c'era poco da negarlo, che il fascismo aveva portato alla catastrofe tutto il paese, ma che da noi la catastrofe era assoluta, in quanto nel vuoto di potere politico s'era infilato l'esercito partigiano di Tito ed era oramai fortemente in discussione la nostra stessa appartenenza al paese Italia. Non c'era una forza politica credibile a cui aggrapparsi. La classe operaia aveva aderito già da tempo all'idea comunista, ma l'internazionalismo di questa poneva in seconda linea l'identità nazionale italiana dell'Istria, per cui essere comunisti voleva dire essere filo-jugoslavi. Eravamo vittime due volte, prima del fascismo ed ora del comunismo. Anche mia madre ripeteva spesso l'assurda frase che si sentiva dire in giro: “Ah benedeto Mussolini se nol gavesi perso la guerra”. Quella volta non veniva in mente ai più che la guerra non si doveva fare, più che non si dovesse perdere, in quanto una volta “fatta” non c'era nessuna possibilità di vincerla. Ma purtroppo la storia non si fa né con i se, né con i ma. Ritornava l'idea fascista come idea d'italianità, in difesa della nostra identità e del nostro onore infangato dal vergognoso esito della guerra, dimenticando che il fascismo era stato principio e fine di questo nostro pezzo di storia. Ecco allora il binomio o slavo o fascista dal quale era difficile uscire e dal cui sospetto non ne uscirono, nell'Italia post-bellica, neanche le persone di più assoluta fede democratica. Non era un vero abete quello che mia madre ed io stavamo addobbando quella sera a due giorni dal Natale, ma un ramo di pino che papà aveva portato a casa, da chissà dove, giusto per la tradizione. Era un triste Natale quello che stava per giungere, il più triste di quelli che mi fu mai dato da vivere. La guerra era finita ufficialmente, ma anche quello sarebbe stato un altro Natale di guerra, forse peggiore di quelli durante i quali fischiavano le bombe e bisognava correre nei rifugi. Erano le otto, le aveva appena annunciate l'uccellino dell'EIAR, quando arrivò lo zio Nini tutto trafelato perché avevano sparato a un suo amico mentre, di notte, buttava manifestini per via Carrara. Mia madre lo redarguì dicendo di non rischiare anche lui, tanto oramai tutto era già deciso. Sembrò che quelle parole potessero calmarlo e si mise ad armeggiare con noi attorno all'albero di Natale. Appendevamo arance, noci dipinte, qualche pallina di vetro colorato rimasta ancora dagli anni buoni. Custodivo, da non so quanto, una pipa di vetro blu e gialla con un'ancia sul bocchino che emetteva un suono flebile e stonato. Era il pezzo forte e faceva ogni anno bella mostra di sé, là sui rami più in vista. Ma ad un tratto un movimento inconsulto, un urto, ed ecco la pipa sul pavimento rotta in mille pezzi. La mia disperazione fu tale che non riuscivo a proferir parola, né a piangere. Mi pareva di aver perso una parte di me, dei miei anni più felici. Lo zio si sentì responsabile dell'accaduto e si rese conto del significato del mio sconforto. Mi propose perciò di uscire a cercare qualcosa che potesse assomigliare alla pipa rotta ed alleviare, in tal modo, quel dolore inconsolabile. Ricordo ancora con tristezza la sortita di quella sera alla ricerca di quello che non era più un balocco, ma aveva finito per rappresentare la serenità, il benessere, la gioia, la pace di un tempo che avevamo oramai perduto. La città chiudeva. Ferita, si preparava all'ultimo atto della sua storia più recente. Quasi nessuno per la via, i portoni bui, le finestre ancora oscurate per le incursioni aeree, i negozi in gran parte con la serranda abbassata, le poche vetrine illuminate erano desolatamente vuote. Non riconoscevo più nulla della mia città, gli avvenimenti ne avevano sconvolto le sembianze più consuete, come una malattia che alteri i lineamenti di una persona cara e incuta turbamento in chi la osservi. Dopo un po' mi resi conto dell'impossibilità assoluta di quel cercare, me ne vergognai un po', e chiesi allo zio di ritornare a casa. Q uella sera mi resi conto, sebbene non fossi ancora che un bambino, che null'altro che la partenza sarebbe stata possibile ed augurabile per noi. In paese si era giunti all'ultimo atto, anche là, ci si era rapidamente convinti che non esisteva alcuna possibilità di permanenza con i nuovi venuti, la sopravvivenza stessa, per noi italiani, era in pericolo. Nel palazo era rimasto solo il nonno, le donne e i figli già via, in città. Lui aveva voluto così, come un comandante che voglia lasciare per ultimo la nave che affonda. Non voleva che nessuno assistesse al suo distacco dalla terra, dalle cose. Catina aveva messo tutto in ordine e apparecchiato la tavola con i bicchieri veneziani ed i piatti con le decorazioni. E pensando come gli eventi avessero sconvolto quella casa e quell'uomo, piangeva in silenzio su ciò che preparava. Il nonno, dopo che la donna se ne fu andata, controllò che tutto fosse in ordine, chiuse la porta e scese lento, nel suo abito scuro da festa, la scala che portava al pianterreno. Il profumo acre della cantina gli entrò in bocca. Chissà se avessero saputo fare il secondo travaso con la luna calante di febbraio! Uscì borbottando poco convinto. Chiuse la porta con la grande chiave maestra che mise, come se la casa dovesse rimanere incustodita solo per poco tempo, nella fessura sopra l'architrave, e si avviò. Non aveva nulla con sé, le donne avevano portato via prima, lo stretto necessario, del resto di più non si poteva. Dopo alcuni passi ebbe la sensazione di essere seguito. Si voltò e vide l'Athos che in silenzio si era avviato anche lui e gli trotterellava a fianco. “No posso portarte, in malorsiga” disse alla bestia accompagnando le parole con un gesto perentorio della mano. Ma il cane non si diede per vinto e, dopo un po', gli era nuovamente dietro scodinzolante. Egli afferrò allora una pietra e la lanciò verso l'animale con l'intenzione di impaurirlo. “No posso portarte” gridò e la voce gli si strozzò nella gola. Il cane, che s'era fermato, quando vide l'uomo girargli le spalle, riprese a seguirlo con circospezione. Il nonno andò allora verso l'animale, lo costrinse a terra con forza, come quando da cucciolo gli insegnava a non inseguire le parnìse, e gli trasmise con un sussurro, la bella testa fra le mani, tutto ciò che aveva dentro. Non aveva mai saputo se anche i cani potessero piangere, ma quella volta fu certo di sì. Alla fine vide gli occhi delle bestia e fu sicuro di essere stato compreso. Athos rimase fermo, immobile, anche quando la corriera, chiusi gli sportelli, si avviò traballante per la strada polverosa, verso la città. Quei pochi chilometri gli sembrarono un'eternità, sprofondato nei suoi pensieri com'era. Rivide lentamente tutta la sua vita e meditò, in ispecie, le ragioni più riposte di quella sua ultima decisione. Quante patrie gli erano state proposte e a quanti governanti avrebbe dovuto obbedire! Si sentiva come uno di quei cani, che abbandonati per l'ennesima volta dal padrone, non ne vogliono riconoscere degli altri. Non voleva esser considerato un fascista (non lo era mai stato) costretto a cambiar aria, come dicevano i pochi che avevano deciso di rimanere ed avevano già abbracciato la nuova patria e il nuovo regime. D'altronde egli sapeva anche che i Nin, i Nìncioli, i Ciùncio non erano comunisti, né filoslavi, ma poveracci che pensavano di non poter stare, sotto nessun governo, peggio di quanto erano stati sotto l'Italia fascista. L'esodo era per loro una cosa troppo complicata per potersene accostare, neppure con l'immaginazione. I contadini come lui, poi, vissuti sempre lontano dalla città, non ne avevano mai condiviso i problemi né politici, né etnici. La loro identità nazionale la vivevano entro i confini della loro famiglia, al massimo entro quelli del loro paese. Si sentivano autoctoni, istriani più che italiani, forse più vicini anche ai loro amici-nemici croati (con i quali convivevano da secoli) che non ai piccoli soldatini siciliani o sardi che Vittorio Emanuele aveva mandato a redimerli. Lui stesso, la sua famiglia, scappavano non dall'instaurazione di un nuovo governo nazionale, ma da un nuovo regime, quello comunista di Tito. E poi dall'estraneità, dall'odio, dal malessere che questo aveva trasfuso negli animi, perfino negli angoli più remoti della campagna. (CONTINUA)