1354 Dieci anni terribili per Venezia: «acque al. te», bufere e, nel 1348, un terremoto e qual. tro mesi di peste (quella ricordata nel «De. camerone») che riducono la popolazione del 50%. E, poi, guerra, sempre guerra: contro i Turchi avanzanti, contro Zara in rivolta e contro Genova. La guerra contro Genova ha carattere prioritario ma mancano i fondi: la Repubblica non solo ha le casse all'asciutto ma è indebitata fino agli occhi con i prestiti pubblici. Non può nemmeno ricorrere a nuovi inasprimenti fiscali perché rischierebbe una rivoluzione. Nel governo della città prevalgono i «falchi», i rappresentanti delle grandi famiglie interessate ai traffici d'oltremare e che, perciò, richiedono rotte sicure. Come sempre succede, ci rimetteranno i poveri, i nobili senza un soldo e le categorie di lavoratori a reddito fisso. Nel frattempo Genova, sconfitta l'anno prima dai Veneziani ad Alghero, è diventata un protettorato dei Visconti ed è animata da una irreprimibile volontà di rivincita tanto che una sua armata di 20 galee, al comando di Paganino Doria, sta risalendo l'Adriatico. Il 19 agosto, il Doria assalta Parenzo; la saccheggia, la incendia e, per maggior scherno, trafuga i corpi dei Santi Mauro ed Eleuterio. Poi si dirige verso la flotta che, a prezzo di notevoli sacrifici, Venezia è riuscita a mettere in mare, e la sconfigge a Porto Longo, la cattura quasi tutta e la rimorchia a Genova. Tutta la laguna è assalita dal panico: ma è pur sempre un panico in scala ridotta rispetto a quello che, 25 anni più tardi, la assalirà durante la guerra di Chioggia. 1373 La Repubblica veneta concede, il 22 agosto, a Galeotto Malatesta il permesso di mandare a prelevare in Istria (ma, molto probabilmente, si tratta solo di Pola) delle colonne e dei marmi, da impiegare nella costruzione di una cappella nella chiesa dei francescani di Rimini, secondo le disposizioni testamentarie del defunto Unghero Malatesta. La nave che viene impiegata per quest'opera... religiosa viene appositamente costruita ed è munita di speciali apparecchi di sollevamento, necessari per la movimentazione del materiale. Ancora una volta, e non sarà certamente l'ultima, Venezia dispone con molta generosità, delle cose di proprietà altrui, riconfermando la validità della sua personalissima interpretazione degli atti di dedizione: con la sottoscrizione dell'atto di dedizione la Serenissima è diventata tacitamente proprietaria dei monumenti pubblici delle città infeudate e, perciò, ne può disporre liberamente. Non sta scritto da nessuna parte ma così si usa... 1379 Genova ha appena preso Chioggia e si è installata nella laguna. I papà veneziani, nei giorni di festa, portano i loro figlioletti a passeggio sulla Riva degli Schiavoni per mostrare loro, oltre l'isola del Lido, le alberature delle galee genovesi. La situazione militare appare senza via di uscita: Venezia è bloccata entro le sue stesse lagune! A parte il fatto (ma ciò accadrà l'anno dopo) che la Serenissima troverà in sé stessa la forza per reagire vittoriosamente, chi si fa vivo in questo drammatico momento? Il solito patriarca di Aquileia che, il 25 agosto, riesce a prendere, con le sue truppe, Isola d'Istria lasciata totalmente indifesa ' dai Veneziani, occupati a difendere sé stessi. Ma come la conquista è stata ingloriosa e vile, così l'occupazione dei soldati patriarchini durerà per poco tempo: infatti, pochi giorni dopo, i podestà di Capodistria, Pirano e Umago, alla testa di ciurme istriane, riconquisteranno Isola e la faranno pagare molto cara ai temporanei conquistatori. Lo... «scherzo da prete» ha avuto breve durata! 1380 La guerra di Chioggia tra Venezia e Genova è, praticamente, finita: il 24 giugno, Pietro Doria, che resisteva a Chioggia da circa sei mesi, si è arreso a Vettor Pisani e Carlo Zeno. Nell'Adriatico, però, sta ancora scorrazzando la seconda squadra genovese, quella dell'ammiraglio Maruffo, che, essendo giunta in ritardo all'appuntamento con il Doria, si è dedicata, per tutto il mese di luglio, a ripulire e saccheggiare i territori di Venezia. La Serenissima manda Vettor Pisani, il vincitore di Chioggia, al comando di 47 galee, a riconquistare l'Istria. Veramente non ci sarebbe molto da riconquistare perché Maruffo, dopo le sue scorrerie, i saccheggi e le distruzioni, non ha lasciato truppe di occupazione, delle quali non dispone, e, lasciata Pola il 28 luglio, se l'è svignata verso sud. Vettor Pisani l'I agosto sbarca a Capodistria, il 3 agosto a Trieste, il 4 agosto a Parenzo ed il 5 agosto a Pola: in meno di una settimana Venezia si è ripresa tutta l'Istria. A Pola Vettor Pisani si ferma un solo giorno per far provvista d'acqua e, poi, il giorno é riprende il mare dirigendosi verso Zara in caccia dei Genovesi, che sa essere in quei paraggi: sarà il suo ultimo viaggio da ammiraglio della Serenissima e da marinaio perché, al primo scontro con i Genovesi, sarà ferito a morte. La quarta guerra tra Venezia e Genova è giunta al suo epilogo: la guerra di Chioggia, che è durata poco più di due anni, finisce con la morte di uno dei suoi principali protagonisti e con la sepoltura delle ambizioni genovesi sull'Adriatico. 1409 Appena firmata la pace a Torino (1381), che suggella la fine della guerra di Chioggia, Venezia deve nuovamente rimboccarsi le maniche. In Italia c'è da mettere ordine nel «dominio da terra» che signori e signorotti hanno, in parte, rosicchiato; Trieste ha chiesto la protezione degli Absburgo in funzione ant i-Venezia; ad occidente, dopo aver sistemato la signoria degli Scaligeri di Verona, si trova a contatto di gomito con i Gonzaga di Mantova, che non sono clienti del tutto tranquilli; infine, ad oriente, c'è Sigismondo d'Ungheria, il nemico principale del momento,quello che, approfittando della guerra di Chioggia, aveva cercato di soffocare Venezia dalla parte di terra e che, in quel periodo, deteneva tutta la Dalmazia (meno Zara) sulla quale la Serenissima aveva esercitato il suo potere per secoli. E proprio in previsione di un acuirsi della tensione tra Venezia e l'Ungheria (che avrebbe potuto avere ripercussioni anche in Istria), la Repubblica ordina a Pola, il 3 di agosto, di assoldare 300 uomini validi, di armarli di tutto punto e di inviarli, via mare, a Zara, assieme agli uomini messi a disposizione da Capodistria, Pirano e Parenzo. Dovranno fronteggiare, per ogni evenienza, gli Ungheresi. Venezia ha visto giusto: la guerra contro Sigismondo scoppierà da li a poco ed il re ungherese spingerà le sue truppe non solo in Dalmazia, ma anche in Friuli, in Istria e nel Veneto, fin oltre il Tagliamento. 1421 Si sa che le campane furono i «mass media» del Medio Evo: i loro rintocchi chiamavano alle funzioni religiose, invitavano a piangere un morto, avvertivano che era scoppiato un incendio o che minacciava il mal tempo, indicavano, in caso di nebbia, la direzione di un porto sicuro, annunciavano l'arrivo di una galea, convocavano il Consiglio dei cittadini. Ogni scampanio, partendo dalla sommità dei campanili, entrava in casa per comunicare qualcosa! Ma i campanili avevano anche la funzione di torri di vigilanza perché, dalle loro celle campanarie, si poteva vedere molto più lontano che non dalle sommità delle mura. Per tal ragione, appena conquistata una città, era cura degli assalitori buttar giù il campanile. Infatti, il 5 agosto, Fantino Michiel, membro del Maggior Consiglio e Lorenzo Bragadin, governatore delle terre appena conquistate (nell'ambito della guerra contro Sigismondo di Ungheria) di Portole, Pietra Pelosa e Pinguente, stabiliscono che, al fine di evitare pericoli per i possedimenti veneti in Istria, «...campanile ditte terre ruinari debeat usque ad illam partem que videbitur,,. 1461 Che fra armi e denaro vi sia una strettissima connessione non l'ha scoperto Gorbaciov qualche anno fa: è una legge vecchia come il mondo. Le guerre costano e di guerre, Venezia, nonostante che la sua vocazione sia prevalentemente mercantile, ne fa molte. Dopo la guerra di Chioggia (1380), che l'ha portata sull'orlo della disfatta, ha già combattuto contro gli Scaligeri di Verona (1404), contro gli Ungheresi ed il patriarca di Aquileia (1418-1421), contro i Turchi (1416), contro i Visconti (1426-1433) e, per finire, ancora contro i Turchi. Con questo ritmo le finanze vanno, molto rapidamente, in malora anche perché non è semplice tirare su tutti i soldi che occorrono. Venezia non possiede industrie: la sua unica industria è l'Arsenale, ma l'Arsenale è un'industria di Stato che lavora solo per lo Stato. È vero che alla finanza dello Stato vanno i dazi che, in una economia quasi esclusivamente commerciale, non sono pochi, ma è altrettanto vero che i dazi possono essere facilmente evasi, quando non vengono riscossi e reinvestiti dal Centro, riducendo sensibilmente le entrate. In altre parole, se Venezia vuole incassare tutti i dazi che le spettano, è necessario che le merci, provenienti dalla provincia, arrivino tutte a Venezia: lì pagheranno il dazio loro spettante e, poi, saranno poste in commercio. In quest'ottica, il 17 agosto, il Senato di Venezia emana un decreto con il quale si ordina che tutta la lana prodotta nei territori della costa istriana, da Umago a Promontore, non deve essere più venduta direttamente a Pola od in altre città della Repubblica, ma deve essere tutta inviata a Venezia dove, una volta assolti tutti gli obblighi di legge, si provvederà a venderla. Claudio Fontanive