Silvio Benco non è più. È scomparso colui che per vari decenni fu uno dei nostri maggiori spiriti e, dal 1926, dalla morte e di Attilio Hortis per quasi un quarto di secolo e il più grande e più nobile rappresentante della cultura di Trieste e della regione. Nato a Trieste nel 1874 quindi pochi anni dopo la presa di Roma, e li seguì con l'intelletto e sentimento le vicende della nuovo Stato italiano, il suo assestamento interno, la politica estera, i primi passi di quella coloniale, la rinascita della coscienza nazionale, con tutte le loro conseguenze.
Divenne ben presto un cultore appassionato di studi politici come prima della guerra di redenzione si poteva rilevare dagli articoli pubblicati in""il piccolocol titolo il filo della politica, schemi dei fatti politici recentissimi, brevi sì, ma d'un tempo densi di pensiero. Egli era tratto però non solo dalla grande politica ma anche da quella regionale e locale; italiano di gran fede e lì come seguace del partito liberale nazionale, partecipò con tutta l'anima alle nostre lotte politiche, in ispecie a quelle di Trieste, contro gli ultimi resti del partito conservatore Austriacante, gli slavi, divenuti ormai baldanzosi e prepotenti e del partito nazionalista internazionale appoggiato dal governo imperiale; se anche spesso non condivideva dopo la redenzione le idee del governo nazionale, con ogni possa sii adoperava sempre per il bene della patria, posta in cima ad ogni suo desiderio.
Tutta questa vita, questa lotta di turba, per decenni di una città, di una regione intera è ricordata più tardi nel 1931, nel volume da lui pubblicato nel cinquantennio di"il piccolo"
, opera scritta con profondità ed alcune. Con questa visione della patria grande e piccola Silvio Benco autodidatta con uno studio in decesso si procurò cognizioni eccezionali nel campo linguistico, letterario ed artistico e, appena sedicenne, nel 1890 fu accolto nella redazione de ""l'indipendenteil giornale spiccatamente irredebntista, ardito e battagliero nel quale lavoravano Isidoro Reggio il poeta Cesare Rossi e quel Riccardo Zampieri che poi divenne il simbolo e poté vantarsi di aver diretto un periodico che celebrò il millesimo sequestro. Qui in quest'ambiente di fuoco ma d'un tempo assai elevato in linea spirituale si temprò l'anima del giovanetto che, ormai quasi trentenne, già ricco di esperienza, nel 1903 passò a "il piccolo"divenuto ormai il grande organo cittadino e regionale. La politica, la letteratura, latte, la musica, tutti campi furono da lui trattati nei suoi articoli infiniti, ad un tempo chiari, accessibile a tutti e profondi. Non aveva la mania di scrivere tutt'altro anzi al compilatore di queste righe e gli disse una volta": scrivo soltanto quando devo". Era generalmente anche parco di parole, ciò che diceva era però più che sufficiente, era un ammaestramento, una lezione; al "Caffè Municipio" ora Garibaldi durante l'anno della neutralità italiana 1914-15 egli non rincuorava i dubbiosi, i pusillanimi, spesso con una sola espressione otteneva l'effetto desiderato.
Internato dall'Austria per le sue idee, ritornò a Trieste agli albori della libertà e, con Giulio Cesari fondò " La Nazione" diretta con sentimenti nobilissimi, come la rivista "Umana" finché risorto "il piccolo" riprese il suo posto occupandosi ora però con preferenza della parte letteraria e artistica . Dopo 25 luglio 1943, in un momento difficilissimo egli con un articolo redazionale veramente classico e assumeva la direzione sino alla venuta dei tedeschi.
Dal 1945, dopo l'occupazione alleata, sino a questi ultimi giorni fu collaboratore di "La Voce" in quest'occasione piace ricordare particolarmente quelli articoli in cui egli sostenne con dovizia di argomenti e con nobiltà d'espressione il sacrosanto diritto d'Italia su questa terra.