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Quanta gente si sta chiedendo il perchè dell'esistenza che ci fa stare in questo mondo cosi strano e curioso e tanto incoerente, senza trovare una risposta logica all'eterno dilemma. Ce n'è tanta di gente cosi, ed io appartengo a questa moltitudine insoddisfatta e curiosa che si pone invariabilmente dei problemi senza soluzione. Che fa un povero diavolo quando si sente braccato dalla depressione, quando la sua volontà si annulla nell'apatia e non trova una scappatoia dalla trappola in cui ci si è ficcato? Oggi, per esempio, dovrei pregare ma, essendo un animale abitudinario, le mie preghiere le dico prima di coricami. Cosi, ora come ora, mi sento spacciata. Telefonare agli amici? Figurarsi. Con il loro quotidiani problemi finanziari, amorosi ecc., mi sarebbero di ben poco aiuto. Lo psichiatra? Ma nemmeno per sogno! L'ultima volta che mi feci visitare da uno di questi sacerdoti della mente umana, mi capitò uno talmente altruista che, per salvare il mio malcombinato subcosciente, decise di dividere il suo sofà professionale con me. «Dovevi querelarlo» dissero i miei amici benpensanti; qui la querela è dopotutto uno sport molto proficuo. Se un povero disgraziato ti pesta malauguratamente un piede, querelalo immediatamente, cosi impara. Sfortunatamente io non sono una benpensante e, in fatto di praticità, un vero fallimento; cosi me ne uscii dallo studio del chiaroveggente laureato, più perplessa e confusa che mai. Dopo tutto pensai, non dovevo avere proprio tutte le rotelle fuori posto se quel «buon uomo» cercava di concentrarsi più sul mio corpo, che sui problemi del mio subconscio. Brutto rischio che certa gente corre in nome «dell'altruismo». Dopotutto mi dissi che forse anche quel poveraccio aveva bisogno di farsi psicanalizzare. Qui la concatenazione umana diventa veramente un circolo vizioso. Che pena!
Cosi non so proprio cosa fare. Messa da parte temporaneamente la preghiera, scartati gli amici, aboliti gli psichiatri, mi dico che cosi non può proprio andare, bisogna pur far qualcosa per eliminare questo orrendo stato d'animo, questo senso di nullità completa. Se avessi velleità artistiche suonerei o dipingerei; ma neanche qui nulla da fare; la musica mi limito ad ascoltarla e i quadri me li guardo. Potrei mettermi a scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Ecco, si, perchè non dire qualcosa sulla Italia e sull'America, fare un pò di satira di costume sui due soli paesi che conosco bene, il primo perchè ci sono nata e cresciuta, il secondo perchè ora è il mio paese di adozione. Bisognerà che scriva naturalmente anche sul sesso; dopo tutto non è forse l'argomento del giorno? Pure nella pubblicità del lucido da scarpe ce lo mettono; non posso mica permettermi il lusso di andare contro corrente! Continuando nelle divagazioni, comincerò col dire che ho trascorso la mia infanzia a Pola, in meno di un secolo ha cambiato parecchi governi, idiomi e bandiere. Io nacqui sotto la bandiera italiana e, siccome la mia città era uno dei principali porti militari, tutto ciò che ricordo era un pullulare di uniformi appartenenti a tutte le armate. Due case più il là del nostro modesto appartamento, c'era una casa di tolleranza; chi se le dimentica quelle lunghissime, interminabili file di giovani militari imperturbabili sotto il sole di agosto, la pioggia di novembre e il freddo di gennaio. Tornando dal doposcuola, me li trovavo sempre sotto casa. Senza poi parlare delle domeniche, in cui la calca era indescrivibile. «Ma che diavolo vanno a fare in quella casa e chi dà loro tanta costanza» chiesi un
giorno a mia madre. Lei con la sua semplice logica di donna, che aveva un alto concetto e rispetto del sesso come terapia fisica e mentale, mi rispose: «Ma se quei povereti no andarià la, i gavaria sempre mal de testa.» Nulla da eccepire; il discorso non faceva una grinza. C'era solo da domandarsi come se la cavassero i poveri farmacisti con quella dannata competizione.
Cosi la mia infanzia trascorse bene o male fra scuola e giochi con i bambini della stradina, tra le perpetue file di giovani con «l'emicrania». Fu in quel tempo che «scopersi l'America» nel cinema locale. Che mondo straordinario era quello, che uomini Jamee Stewart, Garà Cooper e Spencer Tracy! Altro che quelle facce sbiadite e anonime di soldati in coda. Un avvenimento importante accadde allora, quando uno zio di mia madre venne a farci visita. La cosa importante era che veniva proprio dall'America dopo tanti anni di permanenza. Ecco finalmente l'occasione di sapere la verità sul mio «Shangrilà» d'oltreoceano. Il parente emigrato e benestante non era edificato dalle nostre condizioni di povera gente. Quelle file di uomini sotto le finestre, poi, erano un insulto alla pubblica morale. Non si sapeva che quel sistema medioevale lo avevano abolito in America? «Ma come i fa sti poveri omini americani» chiesero esterrefatte mia madre, le sue esuberanti amiche e le comari del vicinato. Beh, rispose l'emigrato, li si concentrano più sul dollaro e, nella maggioranza dei casi. sì sposano presto. Ero indignata, ma troppo piccola per ribattere a quelle donnette ottuse, che non sapevano far altro che parlare da mattina a sera di gravidanze, di sesso, di corna e di un mucchio di altre scempiaggini. Ma andassero a vedere i film di Frank Capra e, anche se il buon Frank non fosse riuscito a convincerle, a mandarle in visibilio come me, quelle poverine qualcosa potevano pur sempre imparare.
Anni più tardi, i miei idoli vinsero la guerra e, cosa incredibile, la vinsero nonostante il «mal di testa», perchè loro non si adattavano certo a stare in quelle odiosissime, esecrate file. In seguito le cose non andarono per il verso giusto. Mescolati con i nostri militari, notavo imperturbabili in ogni stagione, anche i miei John Doc.
«Ma guarda che pasticcio che ci combinano con il loro cattivo esempio questi italiani», dissi alla mia vecchia; e quella bonariamente: «i xe omini anche lori, no?» Le cose si complicarono di più quando mi accorsi che i bar e le osterie erano zeppe di Yankees e mica si accontentavano del quartino; quelli ingollavano alcool come se niente fosse. Qualcosa certo non quadrava in tutta la faccenda; pian piano mi sentivo deufradata dalle mie convinzioni; ero stata bellamente imbrogliata. Qui, per la miseria, il cattivo esempio non c'entrava. Tranne il bicchiere di vino a pasto e il semialcolico aperitivo dell'una, era risaputo che l'italiano non eccedeva frequentemente nel bere. Dopotutto il mio era un popolo di amatori, non di bevitori. Cosi la gente illusione di Frank Capra si tramutava nella mia grande delusione e il mio John cioè scendeva lentamente dal suo piedistallo. Ora sono una cittadina dello zia Sam, cerco di assuefarmi ai costumi e abitudini di questa gente tanto attiva e laboriosa, di mantenere, anche se con fatica, il passo a tutto questo travolgente progresso. Ci sono cose belle, come la democrazia. Niente Cav. e Comm. per fortuna; puoi chiamare il tuo bose o il presidente degli Stati Uniti per nome di battesimo, se ti fa comodo. C'è inoltre la libertà di stampa e qui non c'è scampo. Altro esemplare di eccessiva libertà è quel signor Hefner, direttore di Playboà, il pioniere del sesso, il profeta che ha aperto agli americani nuovi orizzonti!
Mah, come se la cavassero prima che ci arrivasse lui con il «nuovo culto», è un mistero. In ogni modo, questo signore non contento di avere fatto soldi a palate in tanti anni con eloquenti fotografie di sederi e seni femminili e vignette alquanto sporchette, ora ti ci mette arcivescovi e prelati, temi teologici e cose del genere. Ma perchè non lascia argomenti simili al dignitoso e intelligentissimo «Time dove religione, scienza e politica sono di casa. Questa mescolanza di sacro e profano, questa mania di sconcertare a tutti i costi, raggiunge troppo spesso la pacchianeria.
Dimenticavo la libertà di costume. In California ad esempio presto le cameriere «topless» batteranno in numero le segretarie; basta dare un'occhiata alle richieste di lavoro su un qualsiasi quotidiano, da San Diego a San Francisco. Diciamo pure che, dal punto di vista maschile, un nudo femminile ammirato in luogo appropriato, può essere di bell'effetto estetico, ma vedere nei ristoranti queste benedette ragazze che, nude dall'ombelico in su, saltellano tra salse e insalate è una cosa che non va. Seni nudi, semi-posati un una bistecca alla Strogonoff o su spaghetti e meat-balls, in verità non ci azzeccano proprio. Ogni cosa a suo tempo e luogo, perbacco! Dopo aver visto questo miscuglio eroticoculinario, penso con simpatia a «quelle cattive signorine», come diceva il nostro poeta Gozzano. Povere cattive signorine, cosi quiete, cosi invisibili e, pure i militari delle interminabili code, non mi sembrano più sbiaditi e anonimi e non sfigurano affatto accanto al mio John cioè di vent'anni fa. Concludendo dirò che questa mia non è stata una critica ma, ripeto, una satira di costume. La Shangrilà dei miei sogni giovanili si è semplicemente trasformata in una splendida Babele economica. A lungo andare ti accorgi che il generalizzare sul nostro prossimo non ha assolutamente alcun senso. Gli uomini, siano bianchi, neri, gialli o rossi, sono eguali sotto tutte le latitudini. Convinciamoci che non esistono popoli migliori, ma semmai solo e unicamente individui migliori.
Yvonne Cervarich Brooks