La visione de «La città dolente., il film proiettato da Rete 4 venerdì 10 gennaio alle 15,45, mi ha rubato il consueto pisolino pomeridiano compensandomi con la dolorosa e meravigliosa visione {autentico documentario nel contesto di una trama cinematografica) di Pola nel momento cruciale dell'esodo. Una panoramica stupenda dei monumenti più significativi della città «dolente», la gente. la povera brava gente che se ne va, montagne di masserizie esposte alle intemperie, la nera sagoma della motonave «Toscana» che inghiotte nelle sue stive una sconosciuta e pur superba pagina di storia che noi abbiamo scritto, noi che — come altra volta dissi — non siamo stati vanti -ma siamo stati gli etnici vincitori in un'Italia distrutta materialmente e moralmente, che vedeva sorgere ed ingigantire le beghe dei partiti, scatenarsi gli appetiti delle sfrenate ambizioni politiche quasi che il governare, come dice Voltaire, fosse o estremamente facile o estremamente piacevole: noi abbiamo scritto una pagina meravigliosa d'Italia con in calce il sigillo di un sublime e terribile atto di protesta compiuto da un'italiana come noi, una sorella toscana, Maria Pasquinelli. I libri di scuola non ne parlano, negli Atenei c'è silenzio sul grande esodo delle genti giuliane e dalmate: la pagina è stata messa a marcire nell'immondezzaio delle miserie morali della Patria. Certo, ho pianto rivedendo ciò che avevo vissuto, soprattutto rivedendo il film da me già visto al nuovissimo cinema «Metropolitani, di Roma nei primi mesi del 1949, in prima visione. Tuttavia non avrei scritto un solo rigo in merito se venerdì 17 gennaio, alle ore 10, «La città dolente non forse ricomparsa sullo schermo di Rete 4 e se non fosse venuto a trovarmi mio amico Mario Bazzarini per portarmi in regalo la fotocopia di una pagina della «Tribuna Illustrata. dei 9 gennaio 1949 in cui sono riprodotti quattro momenti del film, seguiti -da un acuto commento di Marco Ramperti -sul nostro dramma, argomento principale dell'articolo, con appena un riferimento al film il cui montaggio non era ancora finito. Una delle poche voci del tempo che non ebbero paura di parlare. Bepi Nieder