Andandocene da Pola 40 anni fa portammo con noi la statua di Cesare Augusto, come documenta questa immagine, ultima testimonianza d'un ricordo, destinato poi ad affievolirsi, sino a scomparire del tutto, sui grandi organi di informazione: fu un gesto simbolico, per testimoniare con quale bagaglio storico la città affrontava la diaspora; ma anche una determinazione dettata dalla volontà di salvare un monumento, altrimenti condannato alla distruzione, come purtroppo è avvenuto in tanti altri luoghi per le vestigia della romanità e della civiltà veneta delle terre adriatiche. La statua, portata a Venezia, fu poi richiesta dal Comune di Gorizia, dove l'Arena e il Cln di Pola, trasformatosi in Movimento istriano Revisionista, continuarono la loro attività, e collo. cala all'inizio di via Roma, accanto all'Auditoriurn, dove si trova tuttora, curata dal cancro del bronzo con appropriati interventi di sostegno In attesa dell'imbarco sul «Toscana»: desolazione che anticipa il senso di solitudine che poi avrebbe circondato soprattutto gli anziani di Pola, fra tanta incomprensione Nel quarantesimo anniversario dell'esodo del popolo di Pola ricordiamo le vicende della città istriana, l'unica ad avere la ventura di essere amministrata dagli anglo-americani dopo i 45 giorni di occupazione jugoslava nel maggio-giugno 1945. Per essere stata recuperata ad un regime democratico che, pur con le limitazioni d'un governo militare, aveva consentito lo sviluppo di libere espressioni politiche. Pola s'era sentita legittimata ad esporsi apertamente nell'affermazione delle proprie idealità, e a pronunciarsi anche in nome dell'Istria in balia dell'oppressione slavo-comunista. Perciò il cedimento anglo-americano alla Conferenza della pace alle pretese russe, sostenute dai francesi, di assegnare tutta l'Istria alla Jugoslavia (fatta accezione per l'ansa Capodistria Isola Pirano destinata a dar vita con Trieste al poi mai attuato Territorio Libero), aveva gettato nella costernazione la gente di Pola, già provata dal terrorismo tifino e quindi espostasi a viso aperto nello scontro con il nazionalismo slavo, ferocemente intransigente e settario, col deliberato proposito di liquidare la maggioritaria presenza italiana. Inutile s'era dimostrato l'appello al plebiscito per dirimere il problema confinario in armonia con il postulato della Carta Atlantica per il rispetto del principio di autodecisione dei popoli. L'arroganza jugoslava non ammetteva verifiche del genere dovendosi dare per assiomatico il diritto d'un Paese schierato dalla parte dei vincitori nell'ultimo conflitto mondiale a veder appagate le proprie pretese territoriali. In preda allo sconforto per un verdetto tanto iniquo e crudele, cui non avevano prestato alcuna plausibilità neppure in via di ipotesi tanto assurdo e contro natura appariva lo stravolgimento d'una realtà che stava davanti agli occhi di tutti, gli abitanti di Pola sentirono pesare sulla loro testa la plumbea minaccia della rivalsa jugoslava e decisero nonostante l'invito a non muoversi frettolosamente, di andarsene al più presto. Inutilmente fu fatto presente che alla firma del trattato di pace sarebbe dovuta seguire la ratifica da parte dei parlamenti per legittimare la consegna della città agli jugoslavi. Esortazioni del genere furono considerate come manovre dilatorie in funzione del tentativo di evitare l'esodo, sgradito a molti settori politici italiani. A quello comunista innanzitutto, disturbato dalla condanna popolare — insita nell'esodo — ad un regime che Togliatti aveva chiesto ai triestini di accogliere come liberatore ed al quale politicamente aveva prestato incondizionato appoggio. Ma anche a quello centrista, desideroso di risolvere nel modo più indolore possibile l'eredità della guerra perduta, seppellendo in fretta sotto la lapide delle colpe del fascismo la pesante rivalsa jugoslava sull'Istria, su Fiume e su Zara. Nessun settore dell'opinione pubblica credette però ad un esodo tanto massiccio. La stampa s'era molto occupata del problema giuliano, identificato però quasi sempre con la questione di Trieste, ma più in termini storico-politici che in quelli umani, del vivere quotidiano nella tensione permanente e nello scontro frequente — anche fisico — fra la popolazione italiana d'una città isolata e le forze slavo-comuniste fatte affluire dall'esterno. Pochissimi inviati dei giornali italiani arrivarono fino a Pola nei momenti caldi del 1946. Quasi tutti si fermarono a Trieste, senza penetrare perciò nella realtà particolare quanto a condizione sociale e a situazione psicologica, dei trentamila polesi, arroccati nei confini cittadini e collegati a Trieste soltanto via mare con una linea a frequenza trisettimanale (partenze di mercoledì, venerdì e domenica; i rientri di martedì, giovedì e sabato), nessuno — non slavo comunista — azzardandosi a far uso della ferrovia che attraversava l'Istria occupata militarmente dagli jugoslavi. Non ci fu, quindi, la percezione — al di là delle escursioni retoriche — della verità d'un dramma collettivo. Neppure De Gasperi — pur uomo di frontiera, però con riferimento ad un tipo di rapporti nella sua terra ancora intriso di tolleranza asburgica — credette allo spopolamento pressoché totale di Po-la. Pensò ad una forzatura propagandistica per contestare l'iniquo verdetto di Parigi. Quando si rese conto d'essere itt presenza d'un moto di popolo irrefrenabile, si preoccupò per il danno derivante sul piano nazionale dalla slavizzazione immediata d'una città per lo svuotamento provocato dalla partenza di quasi tutti i suoi abitanti. Cercò perciò di prendere tempo chiedendo — invano — il rinvio d'un anno dell'attuazione del trattato di pace, al fine di rendere possibile il raffreddamento delle contrapposizioni e lo stemperamento dei contrasti in un clima più rasserenato, forse anche per forza di rassegnazione. Intanto invitava a non precipitare, ma questo messaggio recato a Pola dai delegati del C.L.N., che infittirono le loro missioni a Roma, causò il diffondersi del timore dell'abbandono ed accentuò nei ventotto mila, che avevano sottoscritto la scheda dell'esodo, l'ansia di partire senza indugio. Sotto questa pressione, la fase dell'esodo fu dichiarata aperta dall'apposito Comitato istituito dal C.L.N. che provvide a noleggiare i primi bragozzi per il trasporto delle masserizie. Alcune settimane dopo le autorità di governo presero atto dell'evidenza e ad interessarsi del «caso Pota». Fu perciò possibile avvalersi anche della ferrovia per l'inoltro del mobilio, accatastato per lo più a Trieste. Trascorsi Natale e fine d'anno del 1946 in una corale esplosione di festosità (per reazione all'angoscia, per un fermo grido dell'animo popolare, per l'ultimo ritrovarsi prima della dispersione), le partenze ebbero inizio nel 1947, subito dopo l'Epifania, con le corse normali della motonave «Pola», che prese ad effettuare viaggi stracolma di passeggeri (la linea fu poi rafforzata con il «Grado» per dare, per un certo periodo, corse giornaliere). Il governo mise a disposizione il «Toscana» per una serie di collegamenti con Venezia e Ancotta. A fine marzo Pola era deserta. Tre o quattro mila i rimasti: i comunisti per convinzione ideologica, attestati attorno al quotidiano «Il Nostro Giornale» scritto tutto in italiano (non fu stampato in quel periodo alcun foglio croato); e i passivi spettatori di quella vicenda segue a pag. 9