foto Didascalia: Il presidente della Repubblica Italiana Pertini mentre appone la sua firme sul registro d'onore nel pelarzo del governo federale a Belgrado durante i funerali di Tito Nell'ottobre dello scorso anno, dopo la presenza celebrativa di Rei-tini in Jugoslavia, il nostro collaboratore Ira così scritto al presidente della Repubblica, unendo al rammarico per la partecipazione, nonostante la motivata assenza del comandante della Garibaldi», la delusione per il mancato omaggio, nella visita statoile dopo compiuta nel Friuli-Venezia Giulia, alla torba di Basovizza, anche a costo della rinuncia ad andare alla Risiera di Trieste, unico forno crematorio dei nazisti in Italia (e noi nel nostro piccolo ci accorgemmo dell'irritazione del presidente verso gli esuli istriani, impossibilitati a condividere per motivate ragioni storiche la sua sviscerata ammirazione per Tito, nel fatto che non venimmo invitati alle varie cerimonie goriziane nel corso della visita). Signor presidente, ospite per alcuni giorni da parenti in Friuli, l'ho vista e l'ho sentita a Tv Capodistria la sera del 20 settembre, vigilia della sua visita in Montenegro per il 40' anniversario della costituzione della Divisione italiana Garibaldi». Ho ascoltato il suo panegirico della Jugoslavia e di Tito e alla fine, deluso e amareggiato, mi sono veramente chiesto come un combattente per la libertà come lei abbia potuto glorificare una nazione come la Jugoslavia e Tito. Figlio d'un minatore della miniera di carbone dell'Arsia (Pela), il caso volle che mi trovassi IE settembre 1943 con l'esercito italiano a Clana. Jerovo (Jugoslavia) e poi con la divisa con la stella rossa, per evitare la tedesca-repubblichina. il 13 giugno 1945 a Pola. Sin da ragazzo ho avuto contatti con gli slavi: in seguito di più, girando con la bicicletta presa a prestito per l'Istria; quindi mi sono interessato della loro storia, del loro modo di pensare e di vivere e ancor oggi continuo a leggere libri e riviste che si stampano in Jugoslavia e in altre parti dell'Europa e degli Stati Uniti da slavi che erano comunisti e se ne sono andati dalla loro terra per non avere voluto approvare il regime titino. o per meglio dire, il regime panslavista di Tito. Lo scrittore e politologo Milovan Gilas. per anni il vice-Tito, è stato espulso dal partito comunista jugoslavo. adesso Lega dei comunisti, per avere denunciato gli abusi del sistema. Gilas, più volte imprigionato, ora vive in -libertà vigilata nella sua vecchia casa di Belgrado. strettamente sorvegliato dalla polizia segreta. In una intervista concessa verso la fine del 1970 al Los Angeles Times. ha affermato: Oggi in Jugoslavia non ci sono ideali, né ideologia o idealismo che tengano insieme il nostro Paese. L'unica cosa che tenga insieme la nazione è l'autorità di Tito; e l'autorità di Tito non, ha in sé alcun ideale. Il maresciallo Tito ha lavorato e sofferto però -gli si debbono addebitare i trascorsi eccessi delle sue milizie e non si possono dare patenti di umanità a una soldo-taglia che infierì su italiani (civili. militari della Rsi, volontari della libertà e membri del Cln, guardie di finanza. guardie di Ps. carabinieri, guardie civiche), colpevoli soltanto di non volersi lasciare mansuetamente slavizzare... Il Tito prima maniera non usò, né verso gli italiani, né verso i suoi oppositori interni. metodi ortodossi. O per meglio dire usò i metodi dell'ortodossia staliniana, così rispose Indro Montanelli sul Giornale a un mio scritto del 9 agosto 1983 sotto il titolo Una terribile verità storica: le foibe-. Le foibe: misfatti che sono propri dei popoli barbari che hanno come insegna l'odio, la vendetta, il rancore e la ferocia. L'Italia dopo IE settembre 1943 abbandonò l'Istria e gran parte della Venezia Giulia dove 'taliano per gli slavi voleva dire fascista. Su una rivista quindicinale che si stampa In Jugoslavia ho letto qualche tempo fa: -E' arcinoto che il fascismo. nelle sue varie vesti, fu pure un fenomeno jugoslavo, il movimento e regime ustascia in Croazia (ne trattano Mira Kolar-Dimitrijevic e Fikreta Jelic-Butic). la politica di Stojadinovic (Dusan Biber), le organizzazioni filofasciste e filonaziste in Slovenia, Serbia e altrove nella seconda guerra mondiale. Per varie ragioni che sarebbe lungo elencare e spiegare, gli studiosi jugoslavi hanno dedicato poca attenzione, in questo dopoguerra, alle ricerche sul fascismo. puntando tutti i loro sforzi sull'antifascismo. sulla Resistenza e su altri temi che non comportavano uno scavo nelle questioni teoriche del fenomeno del fascismo-. Marko Milunovic. segretario del partito socialista jugoslavo in esilio, membro dell'Internazionale socialista, ha scritto da Vesterae (Svezia) a Storia Illustrata d'aver -promosso la formazione di una commissione a livello internazionale con lo scopo di identificare i diretti re. sponsabili dei massacri le cui vittime sono state oltre 300.000 cittadini jugoslavi tra cui molte donne e bambini che non volevano vivere sotto il regime attuale jugoslavo. In Jugoslavia esisteva un campo di concentramento, quello dell'isola calva (Goti Otok) lungo le coste dalmate settentrionali, creato per I comunisti filosovietici su decisione di Tito nell'autunno del 1948. senza consultarsi con nessuno, neppure con il Comitato centrale che all'epoca era composto da tre personalità: Kardelj, Rancovich e Gilas. Ancora oggi questo costituisce un tabù per la stampa slava. Tito, checché se ne dica, è stato un dittatore e passerà alla storia come tale. Dal 1945 poi ha voluto vivere da monarca, con orgoglio. vanità, predilezione per le ville, i palazzi e per le divise anche se il suo popolo tirava la cinghia. L'ex importante personaggio del comunismo internazionale, già membro del Politburò jugoslavo e segretario del Pc di Croazia. l'istriano Ante Ciliga, ha scritto ne Il labirinto jugoslavo, I diversi regimi comunisti rivelano la stessa esperienza: la morte del capo-dittatore che ha diretto per lungo tempo i destini del Paese coincide con l'esaurimento del rispettivo regime. All'ordine del giorno non c'è soltanto la lotta per la successione; s'impone anche la lotta per i problemi da risolvere, o meglio per il problema centrale del proprio stato comunista Tito ha saputo destreggiarsi bene ed ha ricevuto prestiti anche a fondo perduto dai russi (pochini), dagli americani, dai tedeschi. dagli inglesi, dai francesi e dagli italiani, sempre pronti ad aiutare tutti. Alla sua morte nodi sono venuti al pettine per i debiti accumulatisi e alla Jugoslavia, senza una personalità di grande prestigio, ora non resta che cercare di tamponare la falla, specialmente quella disastrosa della regione del Kosovo, dove nel marzo 1981 è scoppiato il movimento Irredentista dell'unico importante gruppo etnico non slavo della Jugoslavia. In quella terra vige il silenzio e parlano solo i contingenti di polizia e dell'esercito che operano come si può operare nelle dittature a partito unico; e il Paese suhisce le conseguenze delle grosse spese militari e politiche. Con il censimento jugoslavo del 1981 si è constatato che il numero degli italiani è di 15.116, mentre nel 1971 era di 21.791 e di 25.615 nel 1961: in un ventennio il gruppo nazionale italiano s'è quasi dimezzato. La minoranza slovena in Italia è fiorente e dispone di banca, di un lussuoso teatro, di scuole materne, elementari, medie, istituti magistrali, licei-ginnasi. istituti professionali e commerciali. Dispone di testi scolastici di ogni genere: stampati in Italia e in Jugoslavia senza che le autorità scolastiche e politiche si oppongano, a differenza di quella italiana in Jugoslavia che per sapere la storia della sua nazione d'origine, deve procurarsi altrove quei libri che non possono circolare sui banchi della scuola. perché i politici slavi non hanno ancora capito che la storia si scrive in base ai fatti realmente verificatisi e non come si vorrebbe fossero accaduti. La Voce dal Popolo» che si stampa a Fiume, ha scritto mercoledì 20 settembre 1978, Sotto il patrocinio del presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, Josip Broz Tito, domenica 24 settembre nella libertaria Pisino (d'Istria) si tiene la manifestazione centrale per il 35^ anniversario dell'unione dell'Istria, Fiume, Zara, Cherso, Lussino, Lastovo e delle altre isole alla madrepatria. lo ho risposto e rispondo che si tratta d'un falso storico perché quelle terre sono passate alla Jugoslavia con il trattato di pace del 10 febbraio 1947 e che la Jugoslavia non è stata e non sarà mai la loro madrepatria. Stampa italiana e autorità sono rimaste zitte per la estromissione da ogni carica dell'istriano prof. Antonio Borme, già deputato al parlamento di Belgrado e presidente dell'Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume; fu liquidato per avere affrontato con coraggio i problemi della sopravvivenza della comunità italiana, com'ebbe a scrivere il giornalista Viktor Meier della Frankfurter Allgemeine Zeitung del 27 settembre 1977. Signor presidente, nella sua visita in Jugoslavia, nel. l'ottobre t979, ebbe occasione di conoscere I vari Bonita, Sau, Fusilli, Machin, Mestrovich, Radossi, niente altro che funzionari del regime jugoslavo. pronti ad abbassare il capo quando il compagno-dirigente ordina. In quell'occasione le venne regalato il libro Rossa una stella., storia del battaglione italiano Budicin di Giacomo Scotti e Luciano Giuricin. però forse non sa che lo Scotti è stato espulso dall'Associazione degli scrittori jugoslavi e privato dello stipendio. Queste cose Tv Capodistria non le può dire, come non s'azzarda a dichiarare che per motivi politici le autorità politiche slave non hanno concesso e non concedono che tale Tv venga cap tata nell'Istria meridionale (compresa Pola) e nella zona di Fiume, città compresa. Un giornalista italiano chiese al dissidente russo Aleksandr Galle: Ma questa doppiezza, ovvero questa ambiguità è figlia del regime o non nasce piuttosto da una particolare struttura dell'anima slava? Il dissidente rispose, La menzogna è figlia diretta del sistema, la conseguenza fatale di un regime fondato sulla paura. Sin da ragazzo ho sentito dire da gente che aveva combattuto nell'esercito austro-ungarico che gli slavi sono servili con i forti e spietati con i deboli, i fatti accaduti durante la seconda guerra mondiale e dopo lo hanno dimostrato. Lo scrittore istriano P. A. Ouarantotti Gambini ha scritto, E' strano. Sembra che nessun italiano, tranne noi giuliani, riesca mai capire gli slavi; e questa é un'altra ragione per cui veniamo continuamente giocati. Signor presidente, trovandosi a Pljevlje per la Divisione italiana Garibaldi non ha potuto stringere la mano all'uomo forse più rappresentativo di tale unità, perché non c'era, l'istriano gen. Ravnich, il leggendario comandante che combattè con Tito. ma per l'Italia. AI giornalista Antonio Pitamitz di Storia Illustrata dichiarò, Ouando faccio l'esame di coscienza e penso a quei tempi, provo ancora la massima considerazione per le popolazioni della Jugoslavia. di qualsiasi fede, nazionalità o religione. Debbo solo disperarmi perché non posso ricambiare quel bene che hanno fatto a me e ai combattenti italiani durante i due anni di lotta. Di alcuni capi non posso che rammaricarmi, perché dimentichi del nostro sacrificio, del contributo di sangue dato dai nostri soldati alla lotta dei popoli jugoslavi; subito dopo il nostro rimpatrio hanno devastato i nostri cimiteri. Questo è uno dei motivi, il principale, per cui rifiutai le ricompense jugoslave in occasione del ventennale della liberazione della Jugoslavia.. Mercoledì 5 ottobre 1983 Il Giornale di Montanelli ha pubblicato una lettera di Luigi Sommariva di Cavalese nel Trentina classe 1896. dal titolo La Posteri,' a Pljevlje in cui si leggeva, Probabilmente il presidente Pertini non era stato informato che proprio a Pljevlje gli alpini della Divisione Pusteria che. finita la campagna in Grecia. erano stati chiamati in Montenegro per portare l'ordine nel Paese, furono proditoriamente attaccati da ingenti forze partigiane jugoslave e subirono in una sola notte centinaia di perdite di soldati e ufficiali. A ricordo dei caduti il generale comandante della Divisione Pusteria fece erigere un cimitero di guerra del quale oggi non esiste più traccia perché finita la guerra gli jugoslavi ne ararono il terreno con le ruspe. Quale sia la ripercussione della visita del presidente italiano è facile immaginare ed a nome delle famiglie dei Caduti e dei reduci ancora viventi le chiedo, caro direttore. se anche lei non ritenga che le sfere responsabili (era presente anche il ministro degli Esteri on. Andreotti) dovrebbero essere più caute nel programmare certe visite del presidente della Repubblica.. Giorni fa ho letto su un quindicinale che si stampa a Roma: .... E sì che Pertini, sia pure scherzando, ha detto che se in Italia lo trattassero male. lui potrebbe pensare di trasferirsi in Jugoslavia... Abbiamo però l'impressione che se dovesse farlo (Dio non voglia!) s'accorgerebbe che in Jugoslavia non mancano soltanto certi generi alimentari (farina, burro, carne, olio, oltre a medicinali e detersivi), manca anche un "genere immateriale", al quale il presidente Pertini ha dimostrato, pagando di persona. di tenere molto. Si chiama libertà.« Signor presidente. non mi rendo ancora conto per quale motivo un uomo come lei. trovandosi nel Friuli-Venezia Giulia, non sia andato a visitare le foibe di Basovizza e Monrupino in territorio triestino — dichiarato monumento nazionale nel 1980 —; molta gente é poi rimasta delusa perché credeva portasse anche un fiore alla Risiero. Tutti gli anni vengono ricordati con cerimonie civili e religiose e con la presenza delle più alte autorità dello Stato i 335 martiri delle Fosse Ardeatine: perché dimenticare allora i poveri infoibati? Ovale cristiano cattolico non posso portare e non porto odio: però ha avuto ragione Montanelli quando, rispondendomi sulle foibe, ha detto: Non si tratta di chiedere conti a nessuno, dopo quarant'anni. Si tratta di dire apertamente la verità su tutti e su tutto. Mi scuserà per questo promemoria poco diplomatico; mi conforta il fatto che è rivolto ad una persona che nella sua vita ha tenuto poco alla diplomazia. Piero Sanvincenti