foto Didascalie: Gli ufficiali del primo battaglione del secondo Reggimento Milizia Difesa Territoriale «Istria» il 19 marzo 1945 davanti al Duomo di Buie: rottotenenti Galli, Cleva, De Ferra, De Campo, tenente Gera, il comandante maggiore Renato Martini, St. Hande, cap. Tedeschi, St.te Terrazza, De Ferra, Lazzarotto, Varvara; in basso SUI Spola, De Prei, Zibordi, Botari, Apollonio, Follo, Papo, Boselli La bandiera italiana della 3' compagnia di Montona. Fu ammainata il 29 aprile 1945 e fu l'ultima a sventolare al centro dell'Istria prima della grande persecuzione e dell'esodo generale Il centro di fuoco numero 4 predisposto dalla 3' compagnia a difesa del presidio di Montona A Buie il16 marzo 1945, al termine di un rapporto ufficiali del I. battaglione, la squadra di calcio del plotone comando di battaglione vincitrice di un torneo Centrale dell'Acquedotto Istriano di Santo Stefano semidistrutta dai partigiani slavi dopo l'annientamento del distaccamento della 3.a compagnia; i prigionieri, in parte feriti, furono uccisi a colpi di pugnale (30 giugno 1944); i partigiani appartenevano alla «Budicin" ed alla «Gortan»; una lapide ricorda la vittoria slava (vedere Scotti-Giuricin Rossa una stella; alle pagg. 144 e segg. le illustrazioni della Centrale, del piano della battaglia e della lapide murata; i reparti italiani coinvolti nella battaglia erano agli ordini di Luigi Papo. autore del diario Un reparto di formazione del I battaglione a Valle Fricola nel corso di una azione nel gennaio 1945 Sono trascorsi quaranta anni, ormai, dall'inizio di quella ultima battaglia in difesa dei confini orientali dell'Italia, una battaglia che per molti di noi ancora continua, il più delle volte tra l'indifferenza quasi generale. SI.. é vero, ma, in fondo l'Italia ha perduto la guerra. Lo ha scritto anche di recente uno tra quei giornalisti che, pure, dovrebbero esserci amici Ma niente di più. E, allora, dobbiamo essere ancora una volta noi stessi ed andare avanti, noi che abbiamo avuto la ventura di sopravvivere, noi che abbiamo «ciao la forza di continuare, riai che abbiamo ancora la possibilità di continuare in questa nostra battaglia. E' anche per questo che, rompendo una promessa che avevo fatto a Gaetano Maracich, che avevo fatto a me stesso, di lasciar passare anche le nostre vite prima di narrare, di rendere pubblico il periodo più tragico della nostra vita, ho deciso di dare alle stampe quello che è, in sostanza, il diario dei miei primi quaranta giorni di liberazione. dopo cinque anni di guerra con sfortuna, ma con onore. Una storia che ha due svolgimenti quasi paralleli, il giorno e la notte; la ricostruzione quasi plastica di una avventura che non si può cancellare, stesa ormai tanti anni or sono sulla scorta di appunti e note che avevo potuto scrivere mentre la tragedia stava incombendo. Non un'solo episodio è frutto di fantasia, la realtà, anzi, è resa meno crudele dall'assenza di qualsiasi rancore, di odio. Piccoli episodi ho trascurato, nel loro ripetersi quotidiano. I protagonisti sono reali; soltanto alcuni nomi ho modificato, di persone ancora vive o anche di scomparsi. Ma se qualche superstite leggera questo diario, le riconoscerà, si riconoscerà. Scritto quasi giorno per giorno, il diario non tiene assolutamente conto di quanto poi i protagonisti seppero, di ciò che dopo accadde, di quanto soltanto in seguito si venne a conoscenza. E' Io specchio del momento. Forse sarebbe necessario aggiungere delle note, alle volte, ma questo è un diario e non un testo di storia, anche se è storia. Una storia, ho detto, che ha due svolgimenti quasi paralleli, ed è vero, perché quando scendeva la notte, quando i volti scomparivano nel buio, allora non c'era prigionia che potesse costringere la mente. 1 pensieri non possono venire ammanettati. Ed allora era possibile vivere, nel ricordo e nel sogno, una seconda esistenza, quella dalla quale i prigionieri traevano la forza per sopportare il giorno successivo, che poteva essere anche l'ultimo; che per molti fu l'ultimo. Mario Marchesi fu assassinato; Bruno Manzin è morto; Gaetano Maracich è morto; è morto anche il generale; e ne sono morti tanti, tanti, da far paura a pensarci. Paura no, forse, perché la morte è il fine ultimo, inevitabile. Ma, a pensarci, ti vengono i brividi. Ecco, anche per questo, ho deciso di dare alle stampe il diario di quei quaranta giorni. Ed ho pregato l'amico Pasquale De Sintone, come se dal 1948 ad oggi non fossero trascorsi trentacinque anni e più, di ospitare questo diario su L'Arena di Pola, cosi come nel 1948 gli chiesi di pubblicare la prima rievocazione documentata sulle foibe, e che allora firmai cori lo pseudonimo di Paolo de Franceschi, raccolta, poi, in libro, più volte ristampato, oggi introvabile. L'ho fatto per dimo strare che esiste una continuità in questa battaglia e che la battaglia è sempre comune. Quando, al termine della pubblicazione a puniate, il diario verrà raccolto in volume, se qualche superstite di questa storia si farà vivo, aggiungerò, in chiusa, una nota a ricordo. Non saranno molti, purtroppo, e non solo perché gli avvenimenti risalgono al 1945, ma anche perché dal campo di Prestrane fu soltanto il sei per cento dei prigionieri a far ritorno a casa. Non a casa; a tornare, perché per alcuni la casa non esisteva più. E' ben ora che la verità appaia a tutti, nuda, senza falsi veli. Il campo di Prestrane fu 17011 un campo per prigionieri, ma un campo di sterminio. E non fu il solo. Ho dedicato questo diario, sin da quando lo stendevo nelle prime note, con Carlo sempre a fianco e con Gaetano, a mia moglie. Vicina nel sogno, mi dette la forza di sopravvivere. Luigi Papo de Montona