Alpini a Gorizia, 2 novembre 1923: in primo piano, nell'angolo a sinistra, zio Gigi Ziz, fratello di papà
Papà sulla sua Moto Guzzi
Papà — quarto da sinistra — e gli amici
Foto inviate da Silvia Lutterodt Sizzi
PARLATORIO
Con mamma al mercato
Quando decido di scrivere al. l'Arena penso sempre di farlo raccontando fatti e avvenimenti accaduti recentemente. Immancabilmente però, il mio pensiero vola liberamente nel tempo remoto, nel bel mondo bambinesco; quando eravamo a Pola felici e spensierate, quando tutto ciò che ci circondava era tinto splendidamente di rosa. Fra i tanti ricordi, questa volta ho scelto i primi anni di scuola di Gianna e Maria. Per me era una pacchia! Non perché mi pesasse la presenza delle mie sorelle, tutt'altro! La ragione per cui gioivo era di avere la mamma tutta per me, per tutta la mattina e a mia completa disposizione (com'ero egoista!). Che belle mattinate trascorrevamo! Per prima cosa accampagnavamo a scuola Gianna e Maria; la mamma le salutava facendo loro tante raccomandazioni, io mi limitavo a fare un «ciao» con la mano. Incominciava così la mia mattinata magica. Ci recavamo subito al porto dove quasi tutte le mattine arrivava e partiva un grosso idrovolante. Ero io che insistevo di andare al porto: mi divertivo tantissimo a vedere l'arrivo e la partenza; soprattutto alla partenza mi entusiasmavo perché il velivolo, per riprendere quota, faceva una lunga corsa sull'acqua lasciando dietro di sé una enorme scia di schiuma bianchissima. E poi si innalzava velocemente nel cielo azzurro e scompariva poi dietro... la lontananza. Ringraziavo contenta la mamma per avermi accompagnata al molo e ansiosa come ero chiedevo subito: «Dove andemo adesso, mamma?». La meta successiva era la piazza del mercato; che bella! Come mi piaceva! Quanta gente potevamo vedere, incontrare e salutare. Le massaie passavano indaffarate da un banchetto all'altro in cerca delle cose migliori e genuine. La mamma faceva altrettanto. Anche lei si dava da fare per comprare il meglio che offriva quella mattina il mercato. La prima tappa la facevamo quasi sempre dal sior Rimbaldo che gestiva una macelleria nel mercato coperto. La mamma non comprava mai grosse quantità per la scomodità della conservazione; infatti in quegli anni, almeno noi, non avevamo il frigorifero; ma ciò che si possedeva era una piccola ghiacciaia. Ricordo che nei mesi caldi passava un uomo con un carretto spinto a pedali il quale vendeva il ghiaccio a grandi stecche e noi ne acquistavamo un pezzo per la nostra ghiacciaia. Successivamente andavamo dalla siora Antonia, che vendeva frutta e verdura la quale era di Rovigno come la mamma; infatti quando si incontravano il loro piacere era grande e immancabilmente, usando il loro bel dialetto, parlavano di Rovigno, di Santa Eufemia, delle persone che conoscevano, rievocando così la loro giovinezza: quasi sempre nei loro occhi una lacrima faceva capolino. Ogni tanto però andavamo al banco della siora Vidoni, pure lei vendeva frutta e verdura. La siora Vidoni abitava vicino a casa nostra, nella villa Mifka; aveva una figlia che si chiamava Lauretta e che era amichetta mia e di Maria. Le ultime notizie di Lauretta risalgono al 1948-49, quando ricevetti una sua cartolina da Avellino. Ci trovavamo ancora al campo profughi di Brescia. Sarei felicissima se Lauretta leggesse queste poche righe dedicate a lei e alla sua mamma. (Ricordi, Lauretta, quando la signorina Mifka ci lasciava giocare con le sue stupende cartoline?). Poi passavamo nella sottostante pescheria. Qui mi divertivo un mondo ad osservare i granai e le granzievole che facevano le corse sul banco di vendita: sottovoce li incitavo dicendo: «Dai scampeghe al paron!». Uscite dal mercato andavamo nel panificio di Beltrami dove la mamma comperava il pane che era ancora caldo, profumato e freschissimo; poi comprava anche un grosso pezzo di pane coi fichi: sapeva che ne eravamo tutte e tre ghiottissime: fiera el famoso .pan fin». Finiti gli acquistici recavamo a fare una breve visita alla nonna Giovanna (mamma di mio papà) che abitava al n. 4 di via Minerva. Quando andavo dalla nonna preparavo sempre qualche robeta» da raccontarle; ella mi ascoltava attentamente e poi infilando la mano in una grande tasca che aveva sotto le sue lunghe gonne, toglieva un soldino e qualche caramella e me li dava dicendo: «Marcellina, ti xe proprio brava..
Alla fine dei nostri bei giretti imboccavamo via Carlo Defranceschi; immancabilmente incontravamo qualche conoscente che chiedeva, dopo averci salutate: «Quanti ani ga la Marcellina? No la va ancora a scola?» La mamma rispondeva: .La xe an. cora picia, la ga solo 5 ani!. Andavamo verso casa... La mamma mi prendeva la mano e me la teneva stretta, alzavo la testa e la guardavo con compiacimento; ella mi diceva: «Cuor mio, meno mal che, ala macina, te go a casa almeno ti.. Così si concludevano le mie belle mattinate, le mattinate magiche». Marcella Burgher Ghidotti