foto Didascalia: Le tre sorelle Burgher con i mariti e i «pici» nella casa di montagna di Gianna A Pasqua sono andata con la mia famiglia in montagna, dove possiedo una villetta circondata da un prato con 27 pini altissimi; qui di solito passo anche le feste natalizie e buona parte delle vacanze estive, non tutte però, perché almeno venti giorni sono sempre riservati per il mio mare, lo stesso mare che bagna la mia Pola ed è per questo che vado più di frequente sulla costa romagnola dalla quale, aguzzando la vista, mi illudo di vedere la costa istriana. Quando vedo i miei figli scorrazzare beati, con i loro amici, su quel verde prato immancabilmente mi viene in mente il prato della mia infanzia, il prà de Pucher che era quasi di fronte a casa mia a Pola e allora i ricordi si accavallano velocemente, tanti ricordi e tutti belli. Il nostro prà non era tanto grande come quello di Pissaccia, del quale ha scritto tanto Silvia Lutterodt Sizzi. Non si poteva correre, saltare e tanto meno giocare a pallone perché i proprietari (erano due o tre fratelli con la mamma, che avevano parecchi cavalli) coltivavano l'erba. Così in quel magnifico prato potevamo andare solamente noi bambini con le nostre bambole e con i cestini o scatole de scarpe piene di ritagli di stoffe e di gomitolini di lana di infiniti colori, con i quali avevamo la pretesa di fare i vestitini per le nostre piccole bambole di celluloide. Molte volte il nostro lavoro si riduceva nel fare tre buchi, uno più grosso per fare passare la testa e due più piccoli per le braccia. Poi scambiavamo le bambole, i vestitini, le pezze e ci confidavamo i nostri «grandi» segreti. Così trascorrevamo lunghissime ore quiete all'ombra di alcuni grossi alberi di more bianche. Quando le more erano mature, non potevamo fare a meno di scuotere qualche ramo e fare così una dolce merenda. Molte volte la signora Pucher usciva dalla sua veranda, dalla quale controllava i nostri movimenti, e veniva lei stessa a tirarci giù i rami con un rampin. Allora si faceva una vera scorpacciata. Non ho più visto né mangiato delle more così grosse, saporitissime e dolci. Veramente tutto quello che ricordo di Pola è in superlativo; così !e piccole fragoline di bosco che vendevano a bicchieri, al mercato, le donne vestite con gonne lunghe nere e con il fazzolettone a fiorellini in testa. Quelle fragoline erano una vera delizia; ogni volta che andavo al mercato con la mamma insistevo per averne un bicchiere tutto per me; lei naturalmente cercava di accontentarmi; cosa non avrebbe fatto la mia buona mamma per vedermi felice. Adesso che non mi manca nulla e che potrei darle tutto quello che desidera, non c'è più. Quanto rimpianto... Gianna D'Amico Burgher