foto Didascalia: Un toco de via Muzio Terza parte E' assillante il desiderio del mare; perciò, appena tornati dalle spese, cambiato abbigliamento, ci avviamo verso Valsaline attraversando la campagna prospiciente, coltivata a piccoli appezzamenti sparsi. Non ci troviamo a nostro agio a Valsaline e quindi proseguiamo attraversando l'ex macello e seguendo poi la strada asfaltata fino ad arrivare alla grotta dei boemi, prima del bianco. E qui, finalmente, facciamo il nostro primo bagno, il nostre primo tuffo dopo tanti, tantissimi anni. Invece no il tempo si annulla e noi di qua non ci siamo mai allontanati; !a sovrapposizione è perfetta, il mare è il medesimo, le grotte intatte, il macinino scolpite su quella pietra liscia e datato 1902 è visibilissimo niente è mutato nella natura che ci accoglie col respiro del mare, col fruscio dei pini, con l'amare profumo dell'achillea in fiore. E adesso me buto, (asso un salto zo dela grota, come una volta; ma ti son mata? Cossa ti credi de gaver quindici anni? Se proprio ti vol butarte te concedo de farlo in pie, ma sta atenta de sburtarte ben col calcagno per andar in fora. No ocori che ti cioghi le misure, ti sa ben che qua xe abastanza fondo e no xe pericolo de Locar (a proposito, me ricordo una barzeleta che me ga conta la Renata. Una siora la iera in acqua e un sior de fora che noi saveva nudar ghe fa: siora, se toca? E ela: agi no, xe qua mio mari). Ma guarda che mar! El ga mite riflessi, dal trasparente al blu più cupo. De qua in alto se vedi el fondo quasi come se fossi soto acqua con la maschera de sub. El xe bianco, celeste, gialo, de cento colori. Mi vado soto e spalanco i oci per veder meo, anche se dopo i me brusarà per el sal. Un mar cussì lo go trovà solo in Sardegna, ma lassemo star, xe questo el mio mar. Adesso vegno su e me melo a ciapar el sol ma intanto guardo in giro; a sinistra la punta de Sacorgiana e là i ga costruì un albergo che se ciama Splendid; de qua la punta de Stoia. Xe proprio necessario andar in soralogo per renderse conto de persona se tuto xe ancora come prima o xe cambià. Ma la costa xe quela. 12 luglio. Siccome è nostra intenzione rivedere tutti i «bagni» dei nostri ricordi, oggi abbiamo deciso di andare a Saccorgiana. La vecchia strada bianca che dal piè del monte portava a Valsaline e, lasciando questa sulla destra, continuava per Saccorgiana con un'ampia curva in discesa terminando sullo spiazzo a picco sulle rocce sottostanti, spiazzo delimitato da un fatiscente steccato in legno e filo spinato, dal quale si accedeva al minuscolo statoilimento, esiste ancora ma solo parzialmente, all'inizio. Le è qui parallela la nuova strada asfaltata che ad un certo punto si biforca portando da una parte a Saccorgiana e dall'altra a Verudella, con un servizio di bue abbastanza efficiente. Questa zona io non l'ho riconosciuta: in mezzo al verde dei pini, delle querce e di altri alberi giovani messi a dimora dopo la nostra uscita dalla scena polesana, sono stati costruiti dei padiglioni ad uso turistico. Al di là della caletta vi è l'hotel Brioni; siamo andati a vederlo dentro e fuori e nell'atrio abbiamo !etto l'avviso che informa i clienti che i pagamenti devono essere fatti in dollari e in marchi! Comunque, tutta la zona è collegata da strade asfaltate che non deturpano il paesaggio e quelle più interne sono fiancheggiate da rigogliose siepi di rosmarino che unendo il loro profumo a quello dei pini ed al salmastro del mare rendono l'aria leggera e balsamica come una medicina. Dalla bianca roccia a punta protesa sul mare lo sguardo spazia lungo 'a costa ed individua là in fondo, quasi sospesa sull'acqua, la penisoletta di Stola che chiude la visuale ma non il ricordo che sa che al di là c'è Valovina con la sua valletta da attraversare a nuoto e poi la grotta dei colombi e poi avanti ancora fino alla punta che rientra verso il porto. Ecco, questa saria Saccorgiana! Ma dove, ma quando! Qua no xe più gnente de quel che iera! Dove xe le grafie coi sparisi che cresseva apena che el Predo calava; dove xe i sentieri e le piste apena segnade piene de sassi e de spini che te sgrafava le gambe quando ti caminavi in mezo; dove xe el profumo de ginepro e de tute le erbe selvàdighe che-cresseva a grumi tra i sassi; dove xe i fiori che ingrumavimo per far mazzetti de portarse a casa. Dove xe tuto quel che iera? Solo nel mio cuor. Ma le grote no, quele no xe cambiade, le xe quele e quele le resta, le grote del mio primo amor. E adesso penso una roba, forsi incoerente, forsi no tanto. Se fossimo restai noi, se l'Aga Kan fossi vegnudo qua e el gavessi visto i posti, le grote, el mar, forsi la sua Costa Smeralda ei la gavaria fatta qua; ma (orsi el podeva anche fargliene un'altra e meterghe nome Costa Bella, visto che quella azzurra e quella smeralda le iera za accaparade! Che stupida che son, ma xe colpa mia se son inamorada della mia terra? 13 luglio. Stamattina ci siamo svegliati con il tempo un po' nuvoloso, quindi ottimo per andare verso la città a rivedere le nostre vecchie case. Partiamo da casa a piedi per vedere meglio quello che c'era e quello che è nuovo. Arriviamo a monte Paradiso, scendiamo un po' per via Muzio e poi dirigiamo a sinistra per via monte Cappelletta; dal muro d; cinta di una casa sporgono chiome di oleandri in un tripudio di colori rosso, rosa e rosa ancora più chiaro; è meraviglioso e la Renata vuole fare una foto con i ragazzi, proprio in quel luogo. Proseguiamo e arriviamo alla scalinata che conduce in via Arditi; a fianco di questa scalinata c'era l'orto della casa della Renata; c'era, perché una bomba si è incaricata della sua distruzione completa ma rispettando, per grazia di Dio, la casa adiacente. La Renata è commossa e mi racconta del vecchio noce sradicato e di tutti gli alberi frustati dalla furia dell'esplosione; ma quante volte abbiamo visto scene così? Entriamo nel cortile scavalcando una specie di deposito di immondizie e lì accanto una donna ci guarda con curiosità; sembra volerci domandare qualcosa, ma esita, poi si fa animo e chiede alla Renata se era del posto. Era mia, quella casa, risponde. Si riconoscono e cominciano a parlare delle conoscenze in comune. Per lasciare la Renata alle sua rimembranze, noi usciamo dal portone sulla via Arditi e l'aspettiamo. Guardiamo di qua e di là: le palazzine degli ufficiali della marina, il parco della marina, più in fondo il piazzale delle caserme e la salita che porta sul monte Zaro. Quando la Renata finalmente arriva proseguiamo la nostra camminata; alla fine di via Arditi giriamo a destra e ci troviamo in via dei Martiri con Strafhaue e il distretto militare. Giriamo ancora a sinistra e ritorniamo sulla via Muzio, proseguiamo verso il centro, verso la mia casa; l'avevo già intravista passando in macchina ma ora sono ferma davanti e guardo i vecchi muri, le finestre con i «scuri», il portone che internamente fa gomito e porta ad una scala all'aperto che io facevo in quattro salti per arrivare al cortile, all'orto dove c'erano due alberi di fichi, uno di neri ed uno di bianchi, due alberi di susini e rinsalatina che mamma aveva la pazienza e la cura di far crescere anche se il terreno era particolarmente ostile; e c'era l'uva che pilluccavo ancora acerba. Là in fondo il convolvolo si arrampicava sul muro e lungo i fili che papà tirava a primavera. La mia casa, il mio cortile! Nives Saitti Cardone