foto Didascalia: Ingredienti per una speciale merenda polesana proposti da Gastone Sozzi agli amici Emo, Piero, Livio, Cire a Monfalcone alla riunione dell'Apocalisse Dura ormai da circa un secolo la ripresa d'interesse e la valorizzazione delle grandi figure del nostro Rinascimento, nel clima fervido di diffusione della filosofia idealistica e dello storicismo. Giustamente, da allora ì Chersini han fatto del loro Francesco Patrizio una bandiera: il segnacolo della loro appartenenza alla cultura cristiana, veneta e italiana. E' questa una figura straordinaria, di dimensioni più che nazionali, che più si studia da vicino e meglio rivela i tratti della sua molteplice personalità. La prima definizione del personaggio è «filosofo del Rinascimento», ma in questo termine devono entrare connotati diversi. Basta infatti leggere quel singolare documento che è la lettera autobiografica indirizzata dal Patrizio al Valori nel 1587 per accorgersi che la vita del filosofo fu avventurosa e ricca di esperienze. Nato nell'isola marinara, egli fu mozzo e marinaio, ma innamorato dello studio si diede a precoci e fervide letture. Studiò, ascoltò e discusse a Padova, ma ebbe poi esperienza d'affari e d'amministrazione, occupandosi di produzione agricola, di lavori d'idraulica, di commercio di cotoni a Cipro. A Venezia, con Bernardo Tasso e Gerolamo Ruscelli fu tra i fondatori dell'Accademia della Fama, progettando impegnativi lavori editoriali, forte dei suoi interessi enciclopedici e della sua mentalità d'innovatore. Nel periodo veneziano, che possiamo considerare formativo per l'attività successiva del Patrizio, insegnante di filosofia a Ferrara e a Roma ed autore di imponenti opere teoretiche, dobbiamo collocare un'impresa libraria poco nota, solo di recente lumeggiata dagli studi del compianto Corrado Marciani e della giovane studiosa Lina Bolzoni. Ecco in breve la ricostruzione di quegli anni difficili. Intorno al 1560 Francesco Patrizio s'era statoilito a Venezia, aveva curato la pubblicazione delle opere del Delminio e il commento al Contile e pubblicato i suoi importanti Dialoghi della historia. Pressato dalla necessità, egli non potè però curare personalmente la stampa dei suoi Dialoghi della retorica, perché partì per Cipro, amministratore degli interessi di Giorgio Contarini e poi dei Mocenigo. Questi affari non andarono troppo bene, sia per l'esosità dei patrizi veneziani suoi padroni, sia per le ambizioni del Patrizio, frustrate dallo sbarco dei Turchi e da malaccorte speculazioni. Infatti, acquistato nel '68 un bel numero di manoscritti greci, egli sperava di poterne fare un vantaggioso commercio: perciò non esitò a chiamare da Cherso due nipoti, cui affidare incarichi di fiducia in Spagna e nella stessa Venezia. Il nome d'un chersino fin qui sconosciuto compare accanto a quello dell'illustre filosofo: è il nipote suo Giovanni Franco, figlio della sorella vedova. Il giovane, appartenente ad una famiglia ben nota nella vita chersina del '500 e del '600, che ebbe parecchi suoi rappresentanti nel Consiglio cittadino, deputati del popolo, deputati dei fondaci e scrivani, venne associato agli affari dello zio ed ebbe anche a subirne qualche spiacevole conseguenza, di querele e di processi per inadempienza di contratto. I nipoti del Patrizio poterono fare qualche buon affare in Catalogna, commerciando libri, poi Giovanni Franco si fece editore a Venezia di alcuni testi di moda, in società con lo zio e con certa Leonora Caglia, pugliese, già famiglia del defunto Ruscelli. La società potè pubblicare le Imprese illustri del famoso Ruscelli, poi si ruppe per lite, ed ecco nel '73 la nuova casa editrice dell'Elefanta con sede in Calle delle Acque e responsabile Giovanni Franco. A questo editore chersino, che aveva alle spalle il Patrizio, si devono tre libri interessanti: gli Avvertimenti amorosi, una specie di segretario galante di largo consumo; i Quattro libri della mercatura, un fortunato manuale pratico di commercio redatto parecchio tempo prima dal raguseo Benedetto Cotrugli e scoperto dal Patrizio, e infine il saggio su Gli ordini della milizia romana tratti da Polibio in figure in rame. Queste tavole, grandi e di elegante fattura, sono state pubblicate anonime, ma appaiono molto vicine a quelle apprestate da Andrea Palladio per illustrare I Commentarli di Giulio Cesare. Si può dedurne con buona sicurezza che il grande architetto padovano sia stato amico e collaboratore del Patrizio, cui abbia affidato i disegni militari, poi incisi in rame dal chersino Giovanni Franco. L'edizione dell'Elefanta ebbe scarsa diffusione, ma alcuni anni dopo — morto il Palladio — i rami vennero nuovamente utilizzati dal Patrizio, cui dobbiamo rimproverare lo scarso scrupolo per la paternità dei disegni e dei rami, di cui non dà notizia, nell'edizione ferrarese della sua Milizia romana (1583). Ma ormai gli interessi e la fama chiamavano il Patrizio lontano da Venezia, forse dimentico dei nipoti e dell'amico. Non è quello dell'Elefanta un episodio che vada a grande onore del filosofo chersino, ma esso ci dimostra una volta di più la molteplicità e la versatilità del suo ingegno, incline alla teoria e alla pratica, alla filosofia e alla storia, in una sintesi e in una reciprocità feconde, che precorrono la «scienza nuova» del grande Giambattista Vico. Sergio Cella