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Didascalie:
Il Fairchild A-10, caccia assaltatore controcarro della Nato, unico aereo sviluppato appositamente per l'impiego contro formazioni corazzate
Un missile Cruise versione aviolanciata ALCM (Ah. Launched Cruise Missile), etremamente preciso, con un raggio di azione di 2.300 chilometri
Si possono avanzare molti dubbi sulle opinioni espresse nell'articolo di Gianni Cora, pubblicato sul n. 2210 dell'«Arena», sotto il titolo «Un corridoio della pace dal Baltico all'Adriatico» e, in particolare, sulle asserite possibilità di salvaguardare la Venezia Giulia, «novella Svizzera», nella deprecata ipotesi di un olocausto nucleare. Sembra meramente illusorio pensare che la ventilata costituzione di un corridoio denuclearizzato, corrente lungo !a linea Stettino-Trieste, la quale rappresenta dai tempi della guerra fredda la frontiera europea continentale tra il mondo capitalista e quello socialista. possa fugare i pericoli di uno scontro tra forze della Nato e quelle del Patto di Varsavia. Non è più credibile che, in assenza di un processo generale di disarmo e di distensione, la semplice rimozione delle 3.500 testate nucleari tattiche, tra missili a corto raggio e pezzi di artiglieria nucleare (cannoni da 155 e 203 mm), dislocate nei Paesi dell'Ovest, e le 2.500 immagazzinate nei Paesi dell'Est, sia sufficiente a scongiurare un conflitto atomico. Dal punto di vista tecnologico, la crescente precisione dei nuovi missili di teatro a lungo raggio, in grado di colpire direttamente dall'Urss l'Europa occidentale, rende possibile una guerra nucleare limitata ad un'area di poche decine o centinaia di chilometri quadrati. Questi progressi tecnici fanno ipotizzare agli strateghi la possibilità di un'intera gamma di guerre nucleari, limitate di volta in volta a obiettivi militari, il che rende poco credibile l'efficacia di un corridoio denuclearizzato nella Mitteleuropa.
L'ipotesi di una guerra nucleare limitata spaventa giustamente gli europei, anche se da molti anni è acquisito che, in caso di conflitto, la difesa del nostro continente richiederà, molto probabilmente, l'uso di atomiche tattiche, a causa dello squilibrio delle forze convenzionali a vantaggio dell'Unione Sovietica. Quello che l'Europa teme, in realtà, è di diventare campo di battaglia di una guerra che lasci intatte le due superpotenze. Se in teoria si potrebbe avere una guerra limitata, è difficile credere che, in caso di conflitto, le due grandi contendenti ritengano di poter controllare l'escalation, anche volendolo, e che una delle due non lanci subito un attacco strategico preventivo contro l'altra. Ma sussiste veramente i! pericolo di una terza guerra mondiale? Certo che di fronte alla crisi della distensione ed all'incapacità degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica di dare soluzioni evolutive aí maggiori problemi politici ed economici del mondo, le preoccupazioni per l'avvenire dell'umanità aumentano, anche se si possono avere dei dubbi sull'effettiva consistenza di questo rischio. Il solo fatto che questa ipotesi venga affacciata, è un segno evidente dell'attuale stato di malessere dei rapporti tra i due blocchi.
Analizzando la situazione politico-militare, bisogna però riconoscere che, fatta astrazione per il problema polacco, non esistono nel centro Europa motivi d'inquietudine tali da alterare quella sorta di tacito accordo di comportamento tra le due superpotenze sugli stati di fatto che si sono gradatamente accumulati ne! dopoguerra. Questo accordo non prevede mutamenti nelle aree d'influenza proprio là dove le loro forze militari sono contigue. Questa regola sbiadisce man mano che dalla Mitteleuropa si scende verso sud. Ess,, evidenzia infatti che là dove le forze militari delle due superpotenze non hanno confini comuni, si assiste, soprattutto in Africa ed in Asia, ad ogni tipo d'interposto conflitto e a ogni tipo di più o meno celata infiltrazione. Siamo stati testimoni, in questi ultimi anni, di un massiccio riarmo e di un notevole allargamento delle attività sovietiche nei vari continenti, mentre l'Occidente è rimasto, impassibile, a guardare. Da qui la necessità di adottare quel nuovo modello di difesa, sollecitato dai tedeschi sin dal 1977, tendente a controbilanciare la superiorità russa in specifici settori, come le armi nucleari di teatro a lungo raggio e il numero dei carri armati e delle truppe corazzate.
La strategia occidentale è basata sul concetto di solidarietà, ossia sul comune coinvolgimento volto a ridurre i rischi di guerra, grazie ad una credibile difesa, ma l'atteggiamento europeo non sembra contribuire a questo risultato. Pare addirittura che l'opinione pubblica sia più spaventata dal riarmo americano che dalla marea di carri armati e dai missili SS-20 che l'Unione Sovietica può scatenare, in qualsiasi momento, contro i paesi occidentali. Una parte degli italiani, in particolare, dimentica che già negli anni cinquanta-sessanta, missili atomici Usa tipo «Jupiter», a raggio intermedio, erano stati installati sul territorio nazionale. In questa situazione appare giustificata la reazione, per lo più emotiva, dei movimenti pacifisti europei, che riflettono il punto di vista di una parte sostanziale dell'opinione pubblica, soprattutto dopo le clamorose dichiarazioni di Reagan. Non sempre però il pacifismo e il neutralismo possono costituire una politica efficace ai fini della sicurezza, almeno fino a quando quei 150 missili sovietici SS-20 (altri 70 riguardano la Cina Popolare), capaci di colpire obiettivi a 5-6000 chilometri di distanza, muniti di tre testate nucleari da 150 kiloton, pari a 150.000 tonnellate di tritolo ciascuna, con una precisione stimata a meno di novanta metri, saranno puntati nella zona di Perm, nella parte centrale dei monti Urali, contro i Paesi dell'occidente. La pace è una cosa troppo importante per essere subordinata a giochi di convenienza politica ed a strumentalizzazioni di parte e non può essere assolutamente delegata a politicanti di professione.
Sergio Cionci