Molto spesso, quando parliamo di foibe, di campi di sterminio (es. Borovnica) o di rieducazione (es. Goli Otok) ci vediamo sbattere in faccia, dalla controparte slovena e croata, i campi di internamento allestiti dall'Italia fascista nel corso del secondo conflitto mondiale, quali i ben noti campi di Arbe e Gonars. A prescindere dal fatto che tra le suddette tipologie di istituti ci sono differenze assai significative, quali:l'essere stati resi operativi guerra durante o a conflitto finito; pratiche come tortura, lavori forzati, esecuzioni individuali e collettive in essi attuati o meno; ... è da rilevare che l'istituto del campo d'internamente, per le popolazioni civili ritenute a torto o a ragione infide, è previsto dalle leggi di guerra internazionali e che tutti i paesi, anche i più democratici e civili, se ne sono ampiamente avvalsi, in periodo bellico, nel corso della storia. Se n'è ampiamente avvalsa, ad esempio, l'Austria-Ungheria nel corso del I Conflitto mondiale e, anche in quella occasione, a subirne le nefande conseguenze furono, in particolare, le genti italiane del Trentino, della Venezia Giulia e dell'Istria. Una triste esperienza che le genti slave residente negli stessi territori non sperimentarono minimamente, essendo, al tempo, fedelissime del regio-impero di Francesco Giuseppe (l'irredentismo slavo era allora un fatto assolutamente elitario), e furono anzi tra i maggiori beneficiari degli esiti di quel conflitto, con la nascita del Regno degli Sloveni, Croati e Serbi. Ma qual è la sorte toccata allora ai nostri conterranei? I più fortunati furono inviati in Boemia e Moravia presso famiglie di contadini che, mossi a compassione per le loro pietose condizioni, simpatizzarono con i profughi italiani. Assai più sfortunati invece coloro che furono internati nei campi, o meglio nei lager, di concentramento austriaci. Uno di questi era quello di Landegg (Pottendorf) che, nel corso di circa trenta mesi, accolse oltre 6.000 italiani di cui 650, come ricordato da una lapide ivi posta, vi trovarono la morte. Altri simili lager, con il loro corollario di morti, furono quelli di Wagna e Leibnitz e, per i fiumani, quello ungherese di Tapiosuly. A Wagna, il 1 °luglio 1953, venne posta una targa commemorativa bilingue a ricordo dei 2.920 istriani e friulani che vi perirono e degli altri 90 morti nel campo di Wurmberg. Statisticamente parlando, in questi campi perirono di stenti oltre il 10 per cento degli internati, soprattutto vecchi e bambini; assai numerosi furono altresì coloro che ne uscirono minati nel fisico e morirono successivamente. Tra questi, ricordiamo il polesano Egidio Bullesi, morto a soli 24 anni di tubercolosi, contratta da bambino durante l'internamento a Wagna, e recentemente Beatificato dalla Chiesa. Di seguito, una sintesi di come andarono le cose, tratta da una tesi di laurea dal titolo La popolazione civile dell'Istria meridionale nei campi d'internamento austriaci 1915-1918, discussa presso l'Università di Padova nell'a.a. 1997/98. *** In seguito allo scoppio del primo conflitto mondiale, e in particolar modo dopo l'adesione dell'Italia alla guerra a fianco dei Paesi dell'Intesa (24 maggio 1915), le alte sfere militari dell'Impero austro-ungarico decidono di far evacuare dalla popolazione civile la zona circostante la fortezza e il porto militare di Pola. Si trattava dell'ampia area comprendente, considerate le località maggiori e i relativi territori: Pola, Dignano, Valle, Carnizza, Barbana, Sanvincenti, Canfanaro, Rovigno, Villa di Rovigno, Barbariga. Scopo del provvedimento è quello di assicurare libertà di manovra militare nell'Istria meridionale all'Impero. L'Istria rappresentava per l'Austria di allora una regione marginale dal punto di vista geografico, ma aveva un ruolo militare e strategico importante. Confinava con il Regno italiano, particolarmente infido agli occhi dell'Impero, a causa soprattutto della questione adriatica, continuamente risollevata in Istria dallo sviluppo negli ultimi cinquant'anni di un forte irredentismo, che l'Austria, favorendo l'elemento slavo della penisola, cercava di combattere e di soffocare con mezzi più o meno legali. Vienna aveva investito molto nella costruzione e nel riadatta- mento delle strutture difensive che puntellavano tutta la costa adriatica, concentrando, però, i suoi sforzi nell'alto Adriatico, nella parte meridionale dell'Istria. Pola, dal 1856 in poi, aveva subi- to una radicale metamorfosi, di- venendo il maggior porto militare austro-ungarico, sede anche della Marina e dell'Arsenale, ottima- mente protetto. Ciò non bastava e in quel maggio del 1915l'Austria, per essere sicura di non vedersi tagliare le vie di rifornimento al- l'esercito e agli operai dell'Ar- senale, e per garantirsi una maggiore li- bertà di ma- novra, decise di far evacua- re la popola- zione civile dell'Istria meridionale. Voleva evi- tare anche la possibile penetrazio- ne di spie nemiche ed eventuali atti di sabotaggio, eseguiti in accordo con gli irredentisti ed i nazionalisti locali. Questa scelta, che poteva essere giustificata dal punto di vista strategico-militare, si rivelò gravida di conseguenze disastrose per la popolazione interessata: migliaia di istriani furono costretti a vivere per tre anni in condizioni quasi animalesche, lontani dalle loro terre, abbandonate alla mercè dei soldati imperiali. E' impossibile indicare esattamente la data d'inizio dell'esodo forzato. C'è molta imprecisione in merito, sia per ciò che riguarda il tempo e il modo in cui venne dato l'ordine di sgombero ai cittadini istriani, sia per ciò che riguarda l'inizio delle partenze. L'avviso portò ad una tremenda confusione, mista di incomprensione e di sorpresa; costrinse tutti a delle scelte immediate sul da farsi. La guerra entrava prepotentemente nelle case di ognuno senza bussare. E' certo, comunque, che le partenze si svolsero nel periodo compreso tra l'ultima decade di maggio e i primi giorni di giugno. Il viaggio, una vera e propria odissea, fu disastroso: nei vagoni bestiame le per- sone vissero per gior- ni pigiate le une sulle altre, avendo a di- sposizione uno spazio vitale limitatissimo, senza acqua, ne pane, ne paglia per potersi riposare; senza la possibilità di scendere dal treno per sgranchirsi un po' le membra o per procurarsi del cibo: si rischiava di venir abbandonati nelle varie stazioni. I convogli attraversarono la Croazia, la Slovenia e l'Austria raggiungendo poi varie località. Generalmente i treni arrivavano fino a Marburg (Maribor) in Slovenia e qui si dividevano o verso l'Austria o verso l'Ungheria e la Cecoslovacchia. La maggior parte degli istriani venne raccolta nel campo (lager) di Wagna. Gruppi di minor consistenza si trovavano anche a Gmund, Leibnitz, Steinklamm, Oberhollabrunn, Oberstinhenbrunn, Pottendorf, Kamensdorf, Napensdorf, Nulendorf, Innendorf, Gutendorf, Bruck an der Leitha, Retz; in Ungheria: Paks, Bonjihadi, Salka, Grand, Mocva, Kisvejka; ed ancora in Cecoslovacchia, Moravia e Boemia. I campi-profughi o, meglio, le stazioni d'internamento (Internierungstation), come appariva scritto a caratteri cubitali all'entrata dei campi - erano già pronti ad attendere i nuovi arrivati. Costituiti generalmente da baracche di legno, assunsero ben presto l'aspetto di vere e proprie "città di legno". Alcune di queste, vedi il campo di Wagna, presso Leibnitz (Stiria) in Austria, erano dotate di tutte le strutture ritenute necessarie per permettere un'esistenza “normale”: oltre alle baraccheabitazioni, c'erano le cucine, i bagni, gli edifici scolastici (asili infantili, scuole elementari, scuole di musica, collegio militare), lo spaccio, gli ospedali e gli ambulatori, la chiesa, la sala di lettura, le officine (per falegnami, fabbri, carpentieri, muratori, pittori, sarti e calzolai, ecc.). L'Austria aveva pensato proprio a tutto, con meticolosità e spirito di organizzazione. Occorre, però, fare attenzione e non lasciarsi andare alle facili conclusioni: c'era una differenza abissale tra quelle che erano le intenzioni della amministrazione e quella che era la realtà dei campi, tra il progetto teorico, probabilmente funzionante nei primissimi tempi, e la prassi successiva. E' interessante notare come i testi di parte austrofila tendano ad accentuare l'ottima organizzazione e sistemazione dei profughi, ottenendo alla fine il risultato di evidenziare il lato grottesco di tutte le azioni e disposizioni adottate dal Governo. Solo nelle intenzioni ed in apparenza, infatti, sono volti a dimostrare come le imperial-regie autorità abbiano agito, non solo in buona fede, ma anche nel rispetto delle leggi e dei diritti umani. Lontana dalle loro terre, da tut- to ciò che era costato anni di lavoro e di sacrifici e che, forse, non avrebbe più rivisto o ritrovato integralmente, la gente istriana, profondamente attaccata alle sue radici e alle sue tradizioni, subì una frattura psicologica, sociale ed economica, che fu difficile rimarginare e che, ancor oggi, è ben presente nella memoria dei pochissimi ancora in vita sopravvissuti a quella esperienza. Una volta arrivati a destinazione, ultima stazione di quella estenuante via crucis, e sistemati nelle baracche, iniziava per gli sfol- Albino, Katharina e Emil Bacich lati un lungo periodo di indigenza e di sof- ferenza: la fame e la miseria dominavano sovrane, la morte in-fieriva sui più deboli e indifesi, il pensiero rivolto ai propri cari in guerra o alla casa abbandonata, la mancanza di libertà, l'ozio forzoso, l'insofferenza per una guerra non da tutti compresa e condivisa erano i pensieri ed i problemi che affannavano gli animi. Iniziava una specie di lotta per la sopravvivenza, per cui in ogni cosa, in ogni attività della giornata si cercava di alleggerire il peso di un'esistenza fatta di stenti e di privazioni per condurre una vita, almeno all'apparenza, civile. *** Per chi volesse approfondire la conoscenza del processo di internamento di civili dall'Istria, dal momento della loro partenza fino al loro rientro in patria (maggio 1915 -autunno 1918), relativamente al quale le fonti nazionali consultabili sono estremamente carenti, si suggerisce la lettura di due fonti austriache risalenti al momento dei fatti: Almanacco del popolo. Strenna di Wagna, rispettivamente per il 1916 e per il 1917, pubblicate dalla luogotenenza di Graz, e l'opuscolo Fliichtlingslager-Wagna bei Leibnitz (Campo profughi - Wagna presso Leibnitz) stampato, anch'esso, a Graz. Quest'ultimo fornisce, in modo preciso e minuzioso, il processo di adattamento e di costruzione del campo in questione, nonché informazioni utili sull'organizzazione della vita dei profughi all'interno del reticolato di ferro. Gli almanacchi, pur con le dovute attenzioni interpretative data l'ispirazione prettamente filoaustriaca del testo, aiuta a ricostruire gli aspetti sociali del soggiorno degli internati a Wagna (organizzazione di tipo militare del campo, organizzazione dell'istruzione, del sistema sanitario, delle occasioni di divertimento), nonché a far capire, attraverso la lettura delle poesie e dei racconti che ne riempiono abbondantemente le pagine, il modo di sentire di quei poveretti.