foto Didascalie. 1919. La banda di Sebenico «all'arivo di trupe», diretta dal maestro Simeone Descovich. Tento di riconoscere qualcuno dei suonatori. la fila, da sinistra: el Toni Delich col trombone, il secondo el Toni Descovich col clarinetto, salto il terzo, il quarto mio padre, il quinto l'Illyricus in braghe curte. In seconda fila, dietro mio padre, el Dante Train con la tromba, dietro di lui, il piccolo orologiaio clarinettista, di cui non ricordo il nome, ma solo le due sillabe finali: zizza. Dietro il piccolo orologiaio el Niki Delich. Non riconosco altri suonatori. Dietro la banda tre bandiere: l'azzurro vessillo di Dalmazia, il tricolore, la bandiera del Comune. Dietro le tre bandiere, una quarta, portata dal Comici, cappellaio sebenzan con la paglietta in testa Sebenico imbandierata (novembre 1919). A destra «la botega del croato Smocic»; al primo piano il Fascio giovanile di Sebenico, al secondo la casa del maestro Simeone Descovich e di Illyricus, suo primogenito. Al balcone è affacciata Ruza (Rosa), servetta morlacca, che ci ha seguiti a Pola. E poi bandiere, bandiere, bandiere a non finire II La documentazione che Marcello Bogneri ha potuto avere in copia dall'Ufficio Storico della Marina Militare, e che gentilmente mi ha inviato in dono per farmi cosa gradita e perché ne traessi argomento per alcuni articoli da pubblicare ne L'Arena di Pola, contiene molti dati tecnici e ordini di servizio. Se riportati integralmente, allungherebbero troppo «il brodo» dell'occupazione italiana di Sebefico nel 1918. Perciò li tralascio in parte, soffermandomi maggiormente sui punti più interessanti ed essenziali, secondo il mio punto di vista. Il 5 novembre 1918, il comando in capo dell'Armata navale disponeva che due cacciatorpediniere d'alto mare, l'Albatroe (ten. di vasc. Pezza) e la Pallade (ten. di vasc. Bertoldi), con a rimorchio due motoscafi, partissero da Brindisi per recarsi a Sebenico. Sulle due torpediniere erano imbarcate due compagnie da sbarco, al comando del ten. di vasc. Tomaso Surdi Digiuseppe. Poco prima della partenza, prese imbarco sull'Albatroe il cap. di fregata Giuseppe Monroy, destinato al comando delle prime forze di occupazione di Sebenico. «L'esploratore Nibbio (cap. di fr. Grixoni) era stato incaricato dell'eventuale assistenza alla spedizione, in prossimità dello sbarco. Giunte all'ingresso dell'estuario il mattino del é novembre, le siluranti, dopo l'imbarco di un pratico locale, entrarono in porto verso le ore 16, salutate festosamente dalla popolazione, ma accolte con riserve dalle autorità jugoslave. Così è scritto nella parte introduttiva del fascicolo inviatomi da Marcello. E io aggiungo: Che la popolazione di sentimenti italiani — una minoranza rispetto alla jugoslava, siamo d'accordo, ma una minoranza entusiasta — avesse accolto festosamente le truppe italiane, è inconfutabilmente dimostrato dalle due fotografie. Una riproduce Sebenico pavesata di tricolori, con l'imbocco della Calle Larga attraversato da uno striscione, recante una scritta eccessivamente ottimistica; la seconda, la banda cittadina della mia piccola città natale. Su questa, mio padre scrisse alcune parole con la sua chiara calligrafia, ma dimenticando, da buon dalmata, alcune consonanti doppie: «La Banda di Sebenico all'arivo di trupe, diretta dal maestro Simeone Descovich — 1919 (era trascorso un anno dal primo «arivo di trupe»). Dietro la banda, il tricolore d'Italia e l'azzurro vessillo di Dalmazia con le tre teste di leopardo. «E chi sarà mai — si domanderanno i lettori —quel birichino in maglietta bianca e calzoncini corti, che marcia spavaldamente a fianco del maestro della banda?» E chi volete che fosse, amici miei, se non il vostro giovanissimo Illyricus, «insenpià» anche lui, come quel brav'uomo di suo padre, «drio de quele bandiere e de quele trupe». «Un pocheto insenpià drio de quele bandiere e quele trupe» era allora anche il mio vecchio amico Giorgio Monai, il quale, ormai completamente rinsavito, mi esorta a chetarmi e mi consola assicurandomi che la Dalmazia è in buone mani. A quell'epoca, Giorgio era «un mulo polesan» residente con la famiglia paterna a Sebenico. Diventato maggiorenne e savio, sposò mia cugina Tea Zanchi, sebenzanissima come me. Con Tea e con la figlia Anna Maria, egli è oggi «un vecio polesan» residente a Roma, ma ancora perdutamente innamorato della Dalmazia. Giorgio, Giorgio, che cosa mi fai scrivere: «Vecio» sarai tu, Tea e Anna Maria sono giovanissime. Chiedo scusa per il «lapsus calami». Parlando di quei lontani tempi, mi ha scritto: «Eravamo pochi ma buoni». Questa volta, caro Giorgio, hai perfettamente ragione. Come avevo intenzione di raccontarvi, se Giorgio non m'avesse interrotto con le sue reminiscenze dalmatiche, verso le ore 16 di quel é di novembre, le due siluranti italiane entrarono in porto. Venne subito eseguito lo sbarco delle due compagnie, che furono alloggiate nei baraccamenti dell'ex guarnigione ungherese. Fu quindi provveduto al rimpatrio di 1600 prigionieri italiani, affluiti a Sebenico da varie parti della Dalmazia, alla raccolta delle armi e munizioni, a stabilire un servizio di pilotaggio attraverso le zone minate. Nella giornata dell'8 novembre giunsero da Ancona il Cortellazzo con un battaglione di marinai, e lo Schiaffino con a bordo il contrammiraglio Leopoldo Notarbartolo, comandante superiore navale e marittimo della Dalmazia, al quale il Comitato jugoslavo presentò subito formale protesta, domandando che l'occupazione non avvenisse sotto la sola bandiera italiana, senza l'intervento degli altri alleati. L'ammiraglio concesse 24 ore di tempo per attendere il dott. Krstelj, presidente del Comitato della Dalmazia, e malgrado la situazione torbida che si andava creando, non procedette alla effettiva occupazione che il giorno 9 alle ore 12, come aveva promesso; e rilasciò al presidente del Comitato jugoslavo una dichiarazione, con la quale lo informava che, per decisione delle potenze dell'Intesa e degli Stati Uniti d'America, l'Italia aveva avuto il mandato di occupare, per conto e in nome delle potenze stesse, alcuni territori, fra i quali era compresa la Dalmazia fino a Capo Planca e le isole prospicienti. La nave «Puglia» Data la situazione poco tranquillante, fin dai primi giorni del suo sbarco il comandante Monroà aveva chiesto l'invio di una nave da guerra. A tal fine il comando in capo dell'Armata aveva disposto che la R.N. Puglia (cap. di freg. Menini), con un battaglione di marinai, si recasse a Sebenico. Scortata dalla torpediniera d'alto mare Sirio e preceduta da una torpediniera P.N., la Puglia, partita da Brindisi la sera del é novembre, dopo una breve missione a Lissa, giunse a Sebenico 1'8 novembre, pilotata da un motoscafo attraverso la zona minata. Ma nonostante la presenza di nostre unità navali e l'impiego dei contingenti da sbarco, la situazione diveniva sempre più critica. Perciò, d'accordo con il comando supremo del R. Esercito, venne dislocato a Sebenico il comando della 24. Divisione con buona parte delle truppe della Brigata «Savona», comandata dal brigadiere generale Oneto, che giunse a Sebenico il 23 novembre. Con la Brigata «Savona», composta prevalentemente da liguri, giunse in Dalmazia anche l'allora tenentino di fanteria Sandro Pertini, destinato a diventare, molti anni più tardi, Presidente della Repubblica Italiana. Il 21 marzo 1979, ricevendo al Quirinale gli esponenti dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, il Capo dello Stato ricordò quei tempi lontani della sua giovinezza e concesse al vecchio Illyricus, a riconoscimento del suo attaccamento all'Italia, la croce di Cavaliere Ufficiale della Repubblica. Riassunte così brevemente le fasi iniziali dell'occupazione italiana di Sebenico, vi racconterò la prossima volta i particolari, sulla scorta dei documenti ufficiali, concernenti le istruzioni e le operazioni militari svoltesi dal 4 novembre fino alla dislocazione a Sebenico dei contingenti di truppe del R. Esercito. E se mi scapperà qualche ricordo personale, accompagnato da un paio di balorde divagazioni, come spesso mi succede, non vogliatemene, ma accogliete quei ricordi e quelle divagazioni con tollerante simpatia. Sento già che mi scappa qualcosa. Nulla di sconveniente, rassicuratevi. Mi scappa soltanto il bisogno impellente di raccontarvi le allegre vicende di zio Guido, di zia Nella e del giovanissimo Illyricus. Dovete sapere che, con i contingenti di truppe italiane, arrivò un bel giorno a Sebenico un tenentino napoletano di cavalleria, Guido Salvadori, il quale, presa una cotta per Nella, sorella minore di mio padre, se la sposò in quell'anno di euforia dalmatica che fu il 1919. Ah, se zio Guido vivesse ancora! Lui si che saprebbe descrivervi meglio di me le scene di entusiasmo collettivo della comunità italiana di Sebenico per i soldati e i marinai d'Italia. Ma è morto, purtroppo, una ventina d'anni fa, dopo avere raggiunto il grado di colonnello. Lo ricordo quando, appassionato cacciatore, portava con sè il piccolo .Illyricus, a caccia di anitre sulla Cherca gelata, il fiume che, passando accanto a Drnis, sfocia presso Scardona, formando le incantevoli cascate, dal Tommaseo definite «di virgiliana bellezza». Un giorno, dato che era il comandante di un reparto di autoblindate e aveva parecchi automezzi a sua disposizione, prese un camion militare leggero, vi fece salire sopra — ma di nascosto, perché la cosa era proibitissima —la sua bella, ossia zia Nella, e il sottoscritto, e via noi in una di quelle scorribande venatorie, delizia sua e mia, attraverso strade polverose, a caccia di lepri e anatre e di ogni altro bendidìo di quel paradiso terrestre per cacciatori che era la Dalmazia. Zia Nella, la birichina, si era seduta accanto allo spasimante che reggeva il volante. Invece il piccolo Illyricus, nell'interno del camion, reggeva il moccolo, assieme a «Spalato», il bellissimo setter del tenente Salvadori. Belle cose facevano zio e nipote sulle polverose strade di Dalmazia, setter compreso! Scalogna volle, però, che strada polverosa facendo, c'imbattessimo proprio in colui nel quale sarebbe stato molto meglio non imbatterci: nel tremendo capitano dei RR. CC., comandante della compagnia carabinieri di Sebenico, il quale, dotato di un fiuto da segugio certamente superiore a quello di «Spalato», avendo fiutato che su quelle strade polverose transitava qualcosa che non avrebbe dovuto transitare, ispezionava la zona in autovettura. Per il terrore, «Spalato» guaì e ululò disperatamente, preso da una crisi di sconforto per non essere riuscito a fiutare per primo «il nemico». Incrociandoci, il tremen do capitano fece finta di nulla e tiro dritto. Tirò dritto anche il tenente Salva dori, ma il giorno appresso venne chia• mato dal colonnello, si buscò una lavata di testa con i controfiocchi e una stangata di arresti di rigore. Che tempi meravigliosi! Il tenente e i morlacchi Scontati gli arresti di rigore, il tenente Salvadori si guardò bene dal far salire sugli automezzi militari la fidanzata e il nipote, ma non gli passò la voglia di andare a zonzo per la Dalmazia, inseguendo anatre, folaghe e beccaccini. E fu così che, un bel giorno, capitò a Sedromiè, il villaggio morlacco nel quale era nata Marta, la mia adorata mamma, che oggi riposa nel cimitero napoletano di Poggioreale. Conoscere quei contadini morlacchi e sentirsene attratto, fu, per il tenentino napoletano, una cosa immediata. Divenne amicissimo del fratello di mia madre, zio Grgo (Gregorio), il quale, vedendo la «pugka» (il fucile da caccia) dell'ufficiale, cominciò a fremere di incontenibile desiderio. Volete sapere come finì? Finì che l'ufficiale italiano di cavalleria e il contadino morlacco andarono a caccia insieme, e il primo regalò al secondo una delle «putke» che possedeva, correndo il rischio di non prendersi più una stangata di rigore, ma qualcosa di ben più pesante. Era tassativamente proibito regalare «puIke» ai •morlacchi. Ricordando quei tempi, sparo una imimaginaria schioppettata a salve con la «pulka» di zio Grgo, in segno di nostalgica allegria, e vi rimando alla prossima puntata. Ma prima di spararla, vi intrattengo ancora un momentino per raccontarvi la fine di «Spalato». Erano gli ultimi mesi dell'occupazione italiana e il tenente Salvadori, ricevuto l'ordine di trasferirsi a Zara con le sue autoblinde, era partito, lasciando con noi a Drnie il fedelissimo «Spalato». Pochi giorni dopo, anche zia Nella, nonna Beni ed io lasciammo Drnie per far ritorno a Sebenico. Mentre stavamo per salire sul treno, sentimmo in lontananza il rombo del motore di un'autoblindata. «Spalato», sentendolo, «ciapilo lighilo», o per dirlo con esattezza, «dislìghilo». Con uno strattone spezzò la cinghia che lo teneva legato a un palo, filò via come una saetta, all'inseguimento dell'autoblindo, credendo che dentro vi fosse il suo amato padrone. Non lo vedemmo mai più, e zio Guido lo rimpianse per anni. Addio, «Spalato», e con te, addio cacce sulla Cherca gelata, addio Drnis, addio Sebenico, addio Dalmazia mia! Orlando Devescovi (2. continua)