foto Didascalie: Un momento di stasi sull'ala del suo CR. 42 In licenza a Pola, con Vanna Agrimano (a sinistra) e un'amica Una foto scattata all'atto del rovesciamento che precede la picchiata contro il fortino inglese, chiaramente visibile, nella zona di Bir Hacheim Pino Chiussi in divisa coloniale Dopo il rientro dai Balcani, il 150o Gruppo C. T. viene basato, per qualche tempo, sull'aeroporto dì Treviso. Siamo all'inizio della primavera del 1942 quando i CR.42 Falco di questa unità vengono sottoposti ad alcune modifiche, per renderli idonei ad operare secondo criteri d'impiego, che via via si vanno sviluppando. Si procede all'applicazione di travetti alari per bombe di piccolo calibro, in modo che il velivolo possa effettuare, più concretamente, missioni di attacco al suolo. Successivamente, vengono installati alcuni accorgimenti atti a proteggere le parti più delicate dall'azione della sabbia. I piloti, con questa nuova versione «tropicalizzata», denominata «A. S.», iniziano l'addestramento alla tecnica dell'assalto e del bombardamento in picchiata. Chiussi giunge nuovamente a Pola, nel mese di aprile, per una breve licenza. Presago com'è dell'imminenza del trasferimento in Africa settentrionale, vive intensamente il breve periodo con amici e colleghi, suggellando la sua presenza nella città natale con un sonora, anzi canora, sbronza finale. Da Aviano si appresta a partire, alla volta delle basi libiche, il 159o Gruppo C. T. che, unitamente al 150o, darà vita al 50o Stormo d'assalto, protagonista, con il 4o Stormo da caccia, della guerra aerea nell'Africa mediterranea. Nella prima quindicina dì maggio ricevo una cartolina da Treviso. Vi è disegnata una piramide ed un palmizio; sotto, ad evitare noie con la censura, una semplice scritta: «Africa parla Pino». Quando mi viene recapitata, le tre squadriglie che compongono il gruppo, hanno già decollato alla volta dell'Italia meridionale, dove compiranno l'ultimo balzo che le porterà sui campi disseminati lungo il deserto. L'impatto con la terra d'Africa è piuttosto drammatico. La vita, anche quella dei reparti aerei, si svolge generalmente sorto le tende, in una specie di smisurato camping, con i velivoli perennemente all'aperto, esposti, alternativamente, ai roventi raggi del sole ed alla guazza notturna. I campi di atterraggio consistono in una striscia di terreno, livellata alla meno peggio, delimitata da bidoni di benzina e con tutti i servizi aeroportuali decentrati. Nei giorni in cui soffia il ghibli, il paesaggio diventa allucinante: il sole; simile ad un disio giallastro, opaco, illumina a malapena l'atmosfera satura di una polvere impalpabile, color ocra, che ricopre in continuazione ogni cosa, mentre un'afa rovente attanaglia la gola e nuvoli di mosche si posano in continuazione sulla pelle degli uomini per succhiarne il sudore. Verso la metà del mese di giugno, le squadriglie sono state sistemate ed organizzate nelle nuove sedi. Chiussi si appresta a prendere parte alla prima azione africana, contro capisaldi nemici, nelle immediate vicinanze del confine egiziano. La sua squadriglia, composta da uomini provenienti dalla caccia, i quali portano nella tecnica del bombardamento la superiorità aggressiva della specialità di provenienza, ha il compito di colpire in picchiata le postazioni fortificate avversarie di Bir Hacheim, alcune centinaia di chilometri dalla costa, all'interno del deserto e di mitragliare, a volo radente, concentramenti di truppe e di mezzi meccanizzati. Il metodo d'attacco prevede il raggiungimento dell'obiettivo, in formazione da combattimento, in stretta ala destra, ad una quota di circa tremila metri. E' una splendida mattinata, con un cielo azzurro, particolarmente intenso, quando viene impartito l'ordine di operazioni. Anche se breve, comincia per i piloti la snervante attesa, durante la quale ogni aviatore ha particolari problemi da risolvere intimamente. Sono momenti in cui mille pensieri, non sempre lieti, si accavallano velocemente nella mente. Giunge l'ordine di salire a bordo. Chiussi, aiutato dagli specialisti, indossa il paracadute, si issa nell'angusto abitacolo, si allaccia le cinghie di sicurezza. I motoristi provvedono alla messa in moto. Il motore, con i suoi quattordici cilindri a doppia stella, parte con uno sbuffo di fumo, seguito da un rumore assordante. 'L'elica gira vorticosamente, mentre la sua mano sinistra agisce progressivamente sulla manetta del gas, per chiamare a raccolta gli 840 CV. All'interno del posto di pilotaggio il consueto aggettino portafortuna dondola leggermente, in attesa del segnale di decollo. Con il pensiero corre intanto alla sua città, alla sorella, che segue con trepidazione le sue vicende, all'adorata nipotina Olga, agli amici polesani che, come lui, combattono nei cieli: Baldini, Vatta, Bonara, Scilke, Rovina, Biasiol, Kramer, Vicini, Garuti, Ferri, Bosazzi. Un pensiero di rimpianto a quelli che sono già caduti. Arriva il segnale. Immediato aumento dei giri del motore, stacco dei freni e il CR.42, contrassegnato dal n. 12, si muove sempre più velocemente, preceduto e seguito, in un gran polverone, dagli altri velivoli della squadriglia. In meno di cinque minuti raggiunge i tremila metri, per portarsi nella formazione prevista. Da un lato la costa, con il mare di zaffiro, trasparente, che gli ricorda quello della sua Istria, dall'altro, a perdita d'occhio, la distesa giallastra e desolata del deserto, all'interno del quale gli aerei del 50o Gruppo d'assalto si stanno dirigendo. Ad una quota superiore, di circa duemila metri, una formazione del 4o Stormo Caccia Terrestre, dotata di monoplani più veloci, vigila attenta, pronta a rintuzzare eventuali attacchi dei caccia della «Desent Air Force». La vicinanza dell'obiettivo è segnalata dalle prime fumate nere dell'antiaerea. Il comandante di squadriglia fa un cenno ai gregari di predisporsi all'attacco e, mentre la formazione si allunga, compie un lento rovesciamento, precipitando, per primo, giù in candela sul 'bersaglio. Chiussi lo segue dappresso e il velivolo, sia per la velocità di caduta, sia per la spinta del motore, a pieno regime, geme come se, da un momento all'altro, dovessero staccarsi le ali dalla fusoliera, mentre una miriade di proiettili traccianti sale dal basso a contrastarne la discesa. A qualche centinaio di--metri dal-bersaglio, sgancia le due bombe alari da 50 chilogrammi, mentre le due mitragliatrici Safat cal. 12,7 sgranano sulle postazioni :nglesi, attraverso l'elica, i nastri caricati, alternativamente, con proiettili traccianti, esplosivi ed incendiari. Richiama l'aereo a poche decine di metri dal suolo, mentre gli sparano da tutte le parti. E' il momento cruciale dell'attacco. I CR. 42, all'uscita del tuffo, sono infatti estremamente vulnerabili, sia per gli effetti della forza centrifuga sui piloti, sia per la limitata velocità di cabrata, ma Chiussi ha i nervi di acciaio e, con opportune manovre, si disimpegna, portandosi fuori tiro. Dotato di una macchina con caratteristiche ormai superate, ma di notevole robustezza e manovrabilità, sa che una volta liberatosi dalle bombe e riguadagnata quota, le sue qualità di cacciatore gli consentiranno di difendersi molto più validamente. Il comandante di squadriglia batte intanto le ali per richiamare i gregari e la formazione si ricompone. I piloti si guardano intorno e si contano. C'è un vuoto. Un «Falco», centrato dalla contraerea, è precipitato in 'fiamme durante la picchiata. E' il tributo che il 50o Stormo d'assalto ha pagato e continuerà a pagare per le sue quotidiane azioni, durante quasi un anno di 'guerra nell'Africa settentrionale. Oltre alle consuete missioni d'assalto, Chiussi partecipa alle operazioni di rilevamento in alto mare di convogli, per scortarli fino ai porti libici. Parte, su allarme, per intercettare ricognitori, per colpire colonne blindate in movimento. Si scontra, ripetutamente, con i caccia della South 'African e della Royal Australian Air Force e rientra spesso con le ali e i piani di coda sforacchiati dai proiettili. Nelle partenze su allarme, dà un premio di cento lire al motorista, ogni qual volta questi riesce a farlo partire per primo e poiché considerava, a ragione, le fotografie una testimonianza della vita, ha spesso appesa al collo la sua fedele «Voigtlander Vito», con la quale documenta fatti ed avvenimenti di cui è stato protagonista. E' abile nella scoperta e nella distruzione delle sezioni del Long Range Desert Group. Si tratta di reparti mobilissimi, dotati di camionette e di autoblinde, i quali operano a centinaia di chilometri dalle loro linee, in pieno deserto. Molto esperti in fatto di mimetizzazione e di mascheramenti, si spostano velocemente di notte, attaccano di sorpresa le basi aeree italiane e scompaiono nel deserto. La loro audacia arriva al punto di colpire, fra le altre, anche le basi di Eulta e di Habar Nimeir, sedi, rispettivamente, del 4o Stormo da caccia e del 50o Stormo d'assalto. Una notte il campo dove è basato il gruppo di Chiassi viene fatto segno ad una incursione. Come di consueto, arrivano di sorpresa, neutralizzano le poche sentinelle, lanciano bombe al fosforo sotto gli aeroplani, sparano raffiche contro gli attendamenti. Egli viene svegliato, oltre che dagli spari, anche da una sequela di «vaffanculo» che l'immancabile Trombino, con il quale divide la tenda, sta lanciando contro gli incursori. Il simpatico sergente meridionale non riesce, un po' per il buio, un po' per l'eccitazione, a trovare le scarpe e non si 'fida a scendere dalla brandina a piedi nudi, per paura degli scorpioni, sempre numerosi sulla sabbia. Terminato il trambusto, spenti gli incendi e soccorsi bip ari,:e7riat ie, rsvi teioezrnioseinoindeecd i i.AscalRl, e. s4op2dr uipmtaare t osi tnuaocni t e, ddide unal siate di una mezz'ora l'una dall'altra, dirette verso l'interno del deserto. Della prima sezione fa parte anche Chiussi, il quale, dopo mesi di permanenza in Africa, è un conoscitore dei trucchi messi in atto dal Long Range 'Desert Group. Il compito d'individuare le camionette e le autoblinde, che hanno un notevole vantaggio di tempo e che devono essersi già immobilizzate e mascherate, è tutt'altro che facile. Dopo una ventina di minuti di volo, a circa un centinaio di chilometri di distanza dalla base attaccata, comincia a sorvolare, con larghi giri concentrici, la zona nella quale presume che i mezzi inglesi possono essere arrivati, facendo frequenti puntate a bassa quota, per esaminare meglio il terreno e per rilevare eventuali tracce fresche. Gli altri componenti la sezione, trasformati in altrettanti segugi, battono altre direzioni. Sembra che la ricerche non debbano dare alcun esito, quando, ad un tratto, ai suoi occhi esperti sembra di scorgere qualcosa di sospetto, in un affossamento presso il letto pietroso e pieno di anfratti, di un uadi, il caratteristico torrente africano, quasi sempre asciutto. Compie una stretta virata, ritorna bassissimo sul posto e riesce a scorgere, mimetizzata con teli e reti, un'autoblinda. Non vi è dubbio che anche gli altri mezzi sono acquattati nei paraggi, in attesa dei rifornimenti di carburante e munizioni. Vengono infatti scovati, poco dopo, dagli altri piloti e distrutti, ad uno ad uno, con le bombe alari e con le mitragliere, senza che vi sia alcuna reazione. Mentre gli assaltatori italiani, ormai ripagati dello scorno subito durante la notte, si apprestano ad abbandonare la zona, contrassegnata dalle colonne di fumo dei mezzi incendiati, Chiussi scorge una dozzina d'inglesi, evidentemente gli equipaggi delle camionette e delle autoblinde, addossarti in un anfratto. Fa allora una puntata a volo radente, linquadra nel collimatore a rifrazione e potrebbe falciarli con una raffica prolungata, ma egli è un soldato leale, cavalleresco, incapace d'infierire su uomini ormai inermi, perciò richiama in virata ed esegue un altro passaggio, fa ruotare il caccia sul proprio asse di 45 gradi, sporge il braccio con il pugno minaccioso fuori dalla carlinga e grida ai tommiee una frase, che non potranno mai cogliere: «Finita de romper le baie co la gente dormi!». Sergio Cionci