vignette Didascalie: Il prof. Fattori (Fatovich) II prof. Buccini, quello che mi dava 5 in disegno Studio geometrico di Toni Mocchi (Zmokovich) di Montegrande ,Pana», professore alle scuole commerciali a Pola Il mio compare di Brescia Presentiamo il caro NINI / ch'è il più bello fra i postini, / il più bravo fra i ginnasti. / L'altro anno tenne ad Asti / il prestigio alto di Pola; / sugli attrezzi par che vola. / Poco fa vinse a Trieste / una gara d'importanza, / sempre in gamba, il nostro LANZA «Quel gìornal», El Spin, piccolo settimanale satirico politico pupanettato, rievocava, in un momento burrascoso di eventi che stavano maturando per noi, una tradizione locale, popolare e scherzosa, che aveva dato vita in precedenza, alla pubblicazione El Grizolo ed a saltuari numeri unici, graditi al buonumore della gente polese. Per quel momento particolare El Spie, nella sua breve esistenza, risultò di ben più alto significato, perché, sempre rispecchiando il carattere di tutta una gente, interpretò, meglio di ogni altro giornale, lo stato d'animo e i sentimenti profondi che affioravano incontenibili, si manifestavano negli atteggiamenti ed esplodevano alle provocazioni subìte dalla cittadinanza, per azione della striminzita parte avversaria, in quel periodo di passione vissuto prima del doloroso epilogo nell'esodo protestatario. Nell'ambito di «quel giornal», e in un torno di tempo così caldo, vennero provvisoriamente appagate le mie aspirazioni giovanili, per le quali mi ero destreggiato con l'entusiasmo di chi aspira a sfociare nel campo pubblicistico e con alta ammirazione per gli autori di genere caricaturale come il nostro Gigi Vidrie che sognavo di emulare. Con queste aspirazioni, pertanto, fin dal momento che conobbi Rodolfo Manzin e la sua taglia mordace di giornalista professionista alla redazione de Il nostro giornale diretto dal prof. Cernecca nei giorni della prima occupazione della città da parte delle truppe partigiane di Tito. Cambiata la testata precedente e il direttore, l'istituzione del quotidiano rimaneva valida con la sua vecchia organizzazione tecnica, amministrativa e redazionale, alla pari di altri complessi insostituibili, salvo l'allontanamente, già spontaneamente avvenuto, e la sostituzione degli indesiderati, compromessi con il passato; al giornale, pertanto, i tipografi erano gli stessi di prima e così l'impiegato contabile; in redazione, insieme con lo stenografo prof. Sfilligoi e col cronista sportivo Miliesi, Manzin era presente, in regola con le carte della sua ultraventennale professione in quello stesso ambiente che l'aveva visto anche nelle funzioni di direttore, durante le poche settimane dell'interregno seguìto al 25 luglio 1943. Per la sua antica veste socialista, nel ventennio •non era stato certo favorito e, nel 'periodo dell'occupazione tedesca, aveva svolto parte attiva in operazioni della resistenza clandestina. Con le carte altrettanto pulite, anche se molto meno importanti, lusingato di poter accedere al campo stampa cui aspiravo mi ci trovai portato dallo stesso Cernecca, il quale, al mio saluto rivoltogli in piazza nel rivederlo dopo tanto tempo, rispose: «Andemo a lavorar». Conoscevo la sua nuova veste, e la convenienza momentanea di tenermelo amico, come avevo conosciuto quella dell'insegnante di lettere alle scuole italiane di ,Pola e quella dell'ufficiale d'ordinanza del generale medaglia d'oro Giovanni Esposito al comando del presidio militare. Cernecca era persona civile, molto istruito e politicamente preparatissimo, nel senso della causa che, meravigliando tutti noi, aveva poi abbracciato. Formalmente, perciò, l'ambiente era italiano; non così l'atmosfera morale; una guardia del corpo, armata, comprensibile e giustificabile per quel periodo di fresco cambiamento, era per noi un complemento di apprensione con la sua presenza indefettibile. Eravamo là, comunque, in buona fede, senza soverchi pregiudizi dapprincipio; con l'Italia in ginocchio, avremmo anche accettato con rassegnazione la nuova prospettiva, se tante promesse non fossero venute a cadere presto, provocando in noi delusione e preoccupazione. 'Correva ancora diffidenza anche tra di noi; solo in seguito avremmo potuto conoscere reciprocamente il nostro intimo stato di crisi, mascherato dalle facezie in cui specie Rudà si prodigava con naturale schiettezza. Piccole discussioni contenute, riflettenti lo stato d'inquietudinc diffuso in città, avvenivano come quelle sulla consistenza etnica della popolazione istriana che i filoslavi come Cernecca non volevano riconoscere prevalentemente italiana ma cercavano di sovvertire in ogni modo; ciò provocava l'accrescersi dell'incertezza e del distacco che ci separava dai nuovi venuti. Cernecca compreso anche se istriano. Albino Dorliguzzo