foto Didascalie: Così appariva Pòrtole da S. Silvestro a chi saliva da Levade Il Municipio di Pòrtole Il duomo di Pòrtole Ferrovia Trieste-Parenzo; treno da Parenzo in arrivo a Pòrtole 1930; notare la pendenza della linea (28 per mille) segue le ruote di gomma piena, le balestre da autocarro rendevano il viaggio piuttosto scomodo. Tuttavia la corriera, per il minor tempo impiegato, riusciva a rubare alla ferrovia i pochi viaggiatori diretti verso Trieste. Il mattino seguente, impaziente quanto mai, non vedevo l'ora di partire. Percorremmo in pochi minuti la discesa lungo il Rialto e le due carte fino alla casa Basiaco (quella con la torre) di fronte alla trattoria alla bella Venezia dove era posta la fermata. La corriera giunse puntuale alle 9,10. Appena saliti mi sistemai ad un .finestrino e mi godetti la vista, del resto arcinota, dei ricchi vigneti che ricoprivano i pendii del monte. Dopo la stretta curva del Casòn-S. Lazzaro e l'inevitabile doppio sobbalzo sulle rotaie della ferrovia, il lungo e polveroso stradone venne percorso in pochi minuti. Dopo una breve sosta al quadrivio di Levade, partenza per Pòrtole. La salita si fa ben presto ripida e le svolte si susseguono ravvicinate. Io conto i tornanti mentre mio padre mi nomina i nuclei abitati sparsi sui pendii in gran parte coltivati a vigneti: Pighini, Zubini, Mauretici, Basiachi, Facchini, Passini. Spesso si intravedono spazi rettangolari che sembrano bruciati: vi avevano mietuto il grano poche settimane prima. La salita durò una mezz'ora. Avevo contato una dozzina di tornanti in gran parte strettissimi, a forte dislivello, che le grandi ruote motrici posteriori a grossi raggi e doppio battistrada di gomma piena avevano superato agevolmente facendo schizzare ai lati polvere e ghiaia. Passata l'ultima curva presso la cappelletta di S. Silvestro ecco finalmente spuntare fra il verde degli alberi e l'azzurro del cielo la nota torre merlata e le prime case bianche. Percorse alcune centinaia di metri la corriera si arresta nella piazza presso la loggia di fronte ad una bella ed alta casa. Scendiamo e subito entriamo nell'abitato oltre la stretta porta ad arco che conserva ancora i suoi battenti di grossa quercia chiodata. Attraverso una stradetta accuratamente selciata (Pòrtole era la patria degli scalpellini) fra casette linde e illeggiadrite da piante fiorite giungiamo nella piazza del duomo al culmine dell'altura sulla quale si estende l'abitato. Mio padre sale nel vicino palazzetto comunale per sbrigare i propri affari e mi lascia in libertà fino a mezzogiorno. Gironzolo ancora un po' per la piazza ammirando la bella facciata del duomo rivestita di pietre bianche accuratamente squadrate, le case circostanti, il campanile merlato posto di fronte, in arenaria giallastra corrosa dal tempo ma con gli spigoli in pietra 'bianca intatta e singolarmente sporgenti. Infilai poi una stradetta in discesa fiancheggiata di casette, alcune molto graziose, con balconi, architravi in pietra lavorata, stemmi gentilizi. Osservavo ammirato i ballatoi, i corti-letti pieni di fiori, le vetrine dei negozietti, la gente alle finestre e sulle porte e per la strada, allegra e ridanciana. Sembrava di essere in un salotto pieno di ciàcole. Uscii dalla porta — era l'unica rimasta della cinta muraria sopra la quale erano state erette le case — e mi ritrovai nella piazza presso la loggia. Mi preoccupai subito di cercare la stazione dalla quale saremmo partiti per fare ritorno a casa, ma per quanto cercassi, scendendo pure per il ripido tratto di strada che portava al cimitero, non ne scoprii alcuna traccia. Ne chiesi notizie a un passante. Questi mi condusse presso il muretto che racchiudeva la piazza verso la campagna e indicandomi la valle sottostante lungo la quale correva una stradina biancheggiante mi disse: «Vedi quella strada? Quella porta alla stazione». «Ma non vedo la stazione», ribattei. «Non la puoi vedere», mi rispose, «è lontana, oltre quella curva in fondo. Ci vuole quasi un'ora per arrivarci. Noi stessi portolani ci andiamo di raro e preferiamo la corriera». I rintocchi della campana di mezzogiorno mi ricordarono l'appuntamento col babbo. Ritornai presso il municipio e attesi. Mio padre uscì poco dopo in compagnia del segretario comunale dal quale si accomiatò affabilmente. Ci dirigemmo verso la piazza 'della loggia per consumare il pranzo nella trattoria di fronte alla quale s'era fermata la corriera. Approfittai per parlargli della stazione tanto lontana ed egli mi spiegò che appunto per non dover percorrere in salita la lunga strada eravamo venuti con la corriera. «In discesa», continuò, «la strada non sembrerà tanto lunga; vedrai che la percorreremo senza accorgercene». Sbrigate ancora alcune faccende, verso le tre e mezza del pomeriggio ci incamminammo per la discesa che porta a S. Lucia. Poco oltre il cimitero prendemmo la strada a sinistra. Era in forte discesa ma il cammino risultava agevole. Ai due lati erano frequentissimi i muri di sostegno e di contenimento eseguiti a secco con piccole pietre di arenaria scura a corsi paralleli orizzontali. Le campagne ai lati erano accuratamente coltivate in gran parte a vigneti con filari distanziati per consentire pure altre colture; frequentissimi gli alberi da frutto. L'assenza di case (la vista di Pòrtole era già svanita dietro il ciglio della collina sulla sinistra) e la ristrettezza della valle facevano sembrare la strada più lunga di quello che era in realtà. In effetti giungemmo alla stazione (questo era il termine usato dalla gente, ma ufficialmente era una f ermata, Haltestelle nei documenti originari austriaci) dopo poco più di mezz'ora. Vi avevamo incontrato solamente due piccoli centri abitati, di cinque o sei case ciascuno: Ballini e Foschici. Mentre mio padre si occupava dei biglietti di viaggio, io mi guardavo intorno: c'era un modesto edificio ad uso ufficio ed abitazione del titolare ed un minuscolo magazzino merci con un tronchetto di binario sul quale sostava un carrello con attrezzi ed operai per la manutenzione della linea, tutti con il caratteristico berretto a chepì dei ferrovieri dell'epoca. Dietro l'edificio della stazione, presso un'alta scarpata c'era una piccola tettoia con tre pareti in muratura: dentro era collocata la caratteristica pompa che estraeva l'acqua potabile dalla sottostante cisterna; era questa una attrezzatura che si trovava in tutte le stazioni della Parenzana. Naturalmente non mancai di dissetarmi dopo aver fatto zampillare un getto d'acqua con alcuni energici colpi dell'apposita leva. Dopo qualche tempo il ritmico sbuffare di una locomotiva attirò la mia attenzione. Accostatomi all'orlo della spianata della stazione oltre i due binari scorsi un treno composto di una locomotiva a tre o quattro carrozze che risaliva la vallata un centinaio di metri più in basso nella valle profonda. Dopo cinque o sei minuti il treno faceva il suo ingresso nella stazione percorrendo faticosamente l'ultimo tratto della salita con una inclinazione che a me era parsa spaventosa (seppi più tardi che la pendenza era del 28 per mille). Il carrello con i suoi operai si attaccò in coda e il treno partì verso Buie dove sarebbe giunto alle sei per raggiungere poi Trieste alle nove e mezzo di sera. Il nostro treno, 'proveniente da Buie, giunse alle sei meno dieci; era partito da Trieste alle due e mezzo del pomeriggio. La ripida discesa venne impegnata molto lentamente e più lentamente ancora, quasi a passo d'uomo, il viadotto in muratura che alcune centinaia di metri dopo la fermata di Pòrtole scavalcava la valle per portarsi sul pendio opposto. Poi la velocità si fece un po' più rapida e alle sei e un quarto eravamo già a Levade dove la locomotiva rinnovò la scorta dell'acqua. Ultima partenza. A buona velocità viene superata la valle del Quieto lungo il bosco di Montona e la non lunga salita. Poco prima delle sei e mezzo entriamo nella stazione di Montona dove incrociamo un altro treno, con una carrozza passeggeri e alcuni carri merci proveniente da Parenzo, l'ultimo della giornata. Iniziamo la salita verso casa. Quanto diversa questa strada da quella per la stazione di Pòrtole. Qui il nostro paese era sempre visibile, quasi da poterlo toccare: il castello, le mura, il borgo, il rialto, la tenuta Enotria con la sua rossa villa, e poi le case di Laco, quelle dei Bacalini, dei Benvegnù, degli Stefanutti, e tante persone, tutte conosciute, che conferivano all'ambiente una indimenticabile caratteristica di familiarità, di amicizia, di calore umano assolutamente sconosciuto nelle città ove ora viviamo. Col passare degli anni ho voluto conoscere meglio la questione del treno che non arrivava a Pòrtole. Tutto era dovuto alla situazione geografica di Pòrtole rispetto all'altopiano che la sovrasta e che termina con i due profondi solchi della valle del Molino ad ovest e della valle di Gràdigne ad est. Entrambe sboccano nella valle del Quieto venendo a formare una specie di prisma trapezoidale con l'asse maggiore disposto da ovest ad est dai Buri agli Ipsi e quello minore da nord a sud da Pòrtole a Levade, contornato dalle due valli del Molino e di Gràdigne e dalla strada di fondo valle fra S. Pietro e Gràdigne. Tale