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Didascalie:
Il Convitto «Fabio Filzi» a Pisino
Piazza Garibaldi con il Teatro
L'arteria principale di Pisino, il viale 8 Novembre
Al «Iass» posano davanti all'obiettivo, in tenuta da bagno (da sinistra): Giorgio Giorgetti detto «Iure», Biagio Lussi detto Gorki ed Elvino Tomasini
III
L'algòre dell'inverno era compensato (si fa per dire...) da un caldo estivo opprimente e afoso. In pomeriggi assolati e sciroccosi mi portavo su una veranda ombrosa sul retro della casa che mi ospitava con un carico di libri e mi mettevo a studiare. Sotto scorreva la Foiba e il rumore dell'acqua addolciva quelle ore così lente a passare nell'impegno dei doveri scolastici. Di tanto in tanto gettavo uno sguardo al di là delle case, sulle rupi e nel burrone, sinistro e pauroso. A volte, invece, andavo a fare il bagno nel torrente, al Lido <o «Iass», come lo chiamavano i «locali») con un gruppo di compagni spericolati che non temevano né le rocce a strapiombo, sotto le quali scorreva la Foiba, più orrida che mai, né altri rischi cui si andava incontro a nuotare e a muoversi laggiù.
C'era un pianoro, lassù, tra quei massi e quelle rocce, sul quale ci stendevamo a prendere il sole in quei caldi e afosi pomeriggi di giugno e sotto il quale l'acqua gorgogliava sinistra. Dicevano che qualcuno si era gettato da lì in alto nelle acque gelide sottostanti; ma io non ci credevo molto anche perché non vidi mai nessuno tuffarsi da quell'altezza, segno che d'istinto di conservazione era più forte della vanagloria. •
Sotto, sulla battigia, fra i sassolini tondeggianti, non infrequentemente faceva capolino qualche biscia d'acqua. Qualche altra, invece, agonizzava sul secco, insanguinata, stomachevole, disgustosa. Un senso di ribrezzo mi saliva 'dallo stomaco e mi faceva venire la pelle d'oca. Non avevo più voglia di fare il bagno oppure lo facevo, 'ma più tardi, e più in là, dopo aver ben esplorato la zona dove immergermi. E dovevo subire anche i lazzi dei più... impavidi.
Quell'acqua, così limpida e fredda, non mi entusiasmava. La paragonavo all'acqua di un immenso catino fatta convogliare da un rubinetto. Non era il mare di Pola, dove si poteva nuotare a lungo, privi di ansie. Ma il suo patere refrigerante era fuori discussione e pertanto se si voleva rinfrescarsi un po' 'bisognava andar lì e non guardar troppo per il sottile.
E poi assaporavo le lunghe discussioni che nascevano sotto il sole, fra un tuffo
o fra una nuotata e l'altra. Quello che mi attraeva, in particolare, era la familiarità, la cordialità, l'arnichevolezza con cui tutti si trattavano: non c'erano alterigia, arroganza, superbieindisponenti e cattive. Tutti si trattavano da pari a pari anche se nel gruppo esistevano divari di età. Tutto ciò mi entusiasmava perché pensavo che a Pala, nella mia città, le cose erano un po' diverse e questo sentirsi o voler essere uguali, questa solidarietà amichevole, questo cameratismo non sempre c'era o se c'era non era così schietto, genuino, totale come in quell'ambiente puro. Forse il posto piccolo; il fatto che là si conoscevano tutti, uomini, donne, giovani, ragazzi, da sempre; abitudini radicate e inveterate avevano edificato quella splendida e rara solidarietà umana: lo studente ,farnitiarizzava con l'operaio; il ricco trattava il povero con earbatezza, cari benevolenza, con amicizia; al bar si faceva la partita a tressette o di ramino fra esponenti dei più vari ceti sociali, senza complessi. Tutti erano amici.
Mi raccontarono che un giorno a una cena, un avvocato si trovò seduto accanto un vecchio compagno di scuola che faceva lo spazzino. Quest'ultimo, intimorito dalla vicinanza dell'illustre e antico condiscepolo, non accennava ad aprire bocca. «Hai perso la lingua?» gli chiese quello. «Perché non parli?»
«Signor avvocato, ho rispetto...»
«Di chi, di me?»
«Sì, di lei...»
«Ma non eravamo a scuola assieme? E poi perché mi dai il lei? Dammi il tu, qui siamo tutti uguali... Domani, poi, se vorrai, mi chiamerai avvocato, ma stasera no...»
Quell'ambiente in apparenza così provinciale, ma così nobile nell'intimo, mi .sorprese ,fin dall'inizio e mi aiutò a capire tante cose da un punto di vista umano.
e.to.