Quando lo conobbi dopo l'esodo mi colpì la sua passione patriottica. Era un uomo che vibrava intensamente. Tutta la sua vita era stata un prodigarsi. Vissuto lontano, Buie sulla collina verde cinta di vigneti nel centro dell'Istria teneva sempre il suo cuore. Visse la prima giovinezza nella Buie austriaca e fu incarcerato per la sua attività irredentistica. Con sacrifici della famiglia si iscrisse alla facoltà d'ingegneria nell'Università di Ferrara. La guerra di redenzione in cui fu volontario col nome di Selvaggi mutò la sua vita. Venne la pace, lasciò gli studi e iniziò la sua carriera sotto le armi che lo portò al grado di colonnello. Fu sei anni in Libia, poi comandò il 5o Artiglieria a Cervignano. In questo periodo pubblicò vari scritti tecnici. Là lo colse •'8 settembre e riuscì a riparare a Venezia, dove si statoilì definitivamente. Libero dalla professione potè dedicarsi all'amata terra, la cui sorte lo angustiava. Nel 1947 diresse la rivista «Va pensiero». Bisognava attirare l'attenzione degli italiani, sconvolti dalla guerra, sull'Istria. Già nel giovane, tutto preso dai classici, s'era rivelata una vena letteraria ed erano uscite allora le poesie di «Histriae Terrae» e i «Sonetti patrii». Il verso lo attirava. Abbandonati gli scritti di vari argomenti si dedicò alla sua angosciosa passione e nel 1958 uscì il suo romanzo «Nozze sul rogo», in cui riappare la sanguinosa tragedia che colpì gl'istriani, Nel 1959 stampò «Kolo poema d'ira e di passione», nel 1966 «Acque vive, rime della Patria vietata». Nella sua lettera scritta per congedo poco prima di morire «Ai cari frate'li Buiesi»• ricorda di avere seguito «la divinazione di un canto» che diede alle nostre città il «tributo di un duolo disperato». Ad esse diede vivezza e colore sulla scia del nostro Quieto due volte tradito. Fu attivo anche nelle organizzazioni istriane. Nel 1954 fu l'artefice della trasposizione a Venezia dei cimeli funerari di Nazario Sauro, nel 1967 promosse la collocazione a Venezia di un busto di Dante portato da Pola. E' stato per lungo tempo presidente del Libere Comune di Buie in esilio. Lascia profili, ritratti, atti teatrali e novelle ancora inedite, ma nel 1974 compare la sua opera fondamentale «Inferno», la versione in dialetto in terza rima della prima parte del poema dantesco. Mi aveva confidate con orgoglioso timore di lavorare a questa versione nel dialetto di Buie, che diceva essere il più puro tra i dialetti veneti. Nella lettera ai Buiesi afferma: «In volgare nostrano incontaminato per grande amore ho consacrato con proprietà di linguaggio il poema dantesco, affidandolo ai tempi quale testimonianza inconcussa della nostra stirpe italica». In questa lettera di addio apre il suo cuore colpito dall'ultimo strazio per la terra perduta. Sulla pietra tombale a Venezia è stato inciso: «Amò, difese e cantò la sua Istria infelice». G.