Didascalia: Biagio MARIN è stato festeggiato a Grado nel suo 75.mo compleanno con un volume a lui dedicata
II
ABRACCIAI Dalla Piccola con le lacrime agli occhi e gli dissi tutta la mia stima per la sua opera. La nuova guerra ugnò la fine di quasi duemila anni di vita nostra in Istria. Tutto travolse. Ancora nell'anno scolastico 1945 e 1946 il nostro Istituto era in vita con la chiusura di quell'aie no scolastico, la scuola venne trasferita a Rovigno. Questa l'arida cronistoria della , nostra scuola di Pisino, storia che è un solo momento della nostra lotta per serbare ali' Italia, alla civiltà sua, una terra che per tanti seco aveva tatto palle della sua vita. Il destino è stato più forte del nostro amore e della nostra devozione. Ma ora io voglio dire che cosa era Pisino, la minuscola borgata sorta intorno al maschio del castello di Montecuccoli e poi voglio dirvi quale era la nostra scuola e la no sera vita di scolari; non solo la storia, e voi dovrete perdonarmi sa non so darvi una presentazione oggettiva di luoghi e dell'ambiente puntano. Vi dirò di Pia,no con. io l'ho Vista. Vi parlerò della scuola come io l'ho vissuta. Vi parlerò degli uomini nel loro rapporto con -me; altri potrebbe dire di più o di meglio e per maggior conoscenza dell'ambiente e per capacità di presentazione. lo vi darò qui,lo che ho. Avevo un compagno al Ginnasio tedesco di Gorizia ed era di Parenzo: si chiamava Umberto Cuzzi. Bocciati in quinta ginnasiale tutti e due di latino e di Umberto Cuzzi mi propose di passare con lui alla scuola reale superiore di Pisino che era scuola Italiana. Così, in una bella giornata del settembre del 1908, montati con suo padre, il fabbro Michele Cuzzi, su un vero landò tirato da due cavalli, ci avviammo da Parenzo a Pisino. Dopo due ore di trotto pesante e di tiro al passo arrivammo sul costane del colle di Pisino vecchio da dove si vede scendere a strascico verso 1a breve conca, la borgata. Era una estate nata calda, la terra ora arsa. tra gialla o rossastra. In fondo alla conca, vedevo il letto arido, luccicante cl, un torrente senza filo di acqua. Scendemmo all'»Aquila Nera» e subito fummo presentati da Gigi Albanese al signor Ignazio Gherbotz, un gentiluomo alto e negro, un po' dinoccolato, stempiato, con baffi ce-stani su una bocca larga illuminata da grandi denti radi. Notai subito le bellissime mani con dita lunghe e nervose, da pianista. Mi avevano detto che era il »geniue loti» e il Padre P.' estivo di tutti gli scolari che venivano da fuori cd erano soli. Vestiva in modo distinto ma non ricercato, con gusto signorile e quelle mani richiamavano l'attenzione tanto erano nobili e vive. Un'aria di età romantica vi era intorno e si librava in ogni suo gesto, in ogni suo Parlare. Chi era?... Che cosa era?... Eh, molte cose era a Pisino in quel tempo il signor Ignazio. Innanzitutto nell'ambiente italiano costituito tutto da patrioti egli era certamente il più disinteressato, il più puro per ogni verso, una specie di cavaliere dell'ideale. Da questa premessa deriva,a ogni espressione della sua vita, la prima delle quali era di essere l'amica il consigliere, il Protettore di tutti gli studenti del nostro ginnasio, da quelli più intelligenti e piú inquieti a quelli più bisognosi. Era anche segretario della amministrazione del borgo italiano che era stata separata da quella del Comune, che come sappiamo, era in mano agli slavi. Era inoltre l'organista del duomo, era un pianista fine che leggeva le partiture con gustò proprio e facilmente. Le sue mani sulla tastiera avevano una particolare intelligenza e una particolare. vita e tutta la sua persona, al Piano, era più che mai aureolata di aria romantica a cui era intimo il pudore. Ho sempre pensato che il signor Ignazio, che ai miei tempi era sulla quarantina, oltre che casto fosse vergine. E puro era il suo occhio spesso sorridente di un sorriso bambino. Quante volte a calmare le mie labbri di adolescente valse la musica che egli stendeva sull'anima e faceva rinascere nelle mie vene. Amava la musica d'opera e tra Verdi e Wagner oscillava continuamente. Qualche volta arrivava a Ekethoven e ad una suonata di Mceart; Bach lo suonava solo all'organo in chiesa. Era buia e brutta la chiesa di Pisino ma quando ero in tempesta andavo volentieri con lui all'ombra di un corale bacano o di un mo tetto di Palestina. Nelle stagioni propizie mi conduca - nel suo orto. Si discorreva allora leggeri piluccando l'uva o staccando qualche fioca o forse una susina farinosa tutta celeste. Al piano terreno della sua casa, la trattoria all’Aquila Nera dove si mangiava bene e Si beve,a anche bene. Una scala esterna di pietra conduceva alla sede della società operaia che lui solo teneva in vita tutto facendo e tutto pagando; ché quella sua tasca serviva a tanti bisogni e a tanti bis. gnosi. La patria si sostanziava in lui in opere di assistenza, di amore, di carità. E su quel continuo dare, il più buono, il più mite dei sorrisi che io abbia mai visto. Caro signor Ignazio, cuore delicato amoroso, mai lo dimenticherò e se oggi qui io rendo ancora una volta alta testimonianza è pere. egli personificava la bontà diffusa che era in tutta la famiglia pisinota di quel tempo. E ritorniamo dunque alla scuola. Venivo, come ho detto, da Geni., una vera cittadina di 25 mila anime, e molto signorile. E la piccolezza e la modestia della borgata così sperduta ai cardini della terra no aveva serrato il cuore. 11 signor Ignazio mi aveva affidato alla famiglia di un impiegato postale che abitava nella statua dei Mrach. Il grande silenzio campagnolo, la semplicità che, sentivo in una vita raccolta mi concitava con quella fattoria a pochi passi dalla quale sorgeva la scuola; e intorno a essa il grano inverdiva e poi biondeggiava. Qualche albero dava ospizio ai merli, ai fringuelli e perfino ai rosignoli. Per me era molto. E la scuola iniziò con la mente in attesa ed a occhi aperti. Vi trovai insegnanti quasi tutti giovani e cordiali, compagni pochi ma bravi. Ce n'erano dell' Istria costiera, vivaci, cordiali, canterini, ma i costieri Rovigno. Parenti., piranese davano il clima a tutto l'ambiente. Qualcuno veniva dalle isole e ricordo l'alto tarchiato Piero Duncovich chersino, sulle cui spalle, poco dopo arrivato, commemorai il 20 settembre non so più se a ., un discorso che mi causò il primo richiamo di papà Dalla Piccola. Certo il ginnasio tedesco di Gorizia non conosceva l'aria di casa della scuola di Pisino e non già che alla scuola di Pisino mancasse la disciplina, oh no! Fin dalla prima paternale il direttore mi aveva fatto intendere le difficoltà, i po’ risoli tra i quali viveva la scuola, sorvegliata a vista dal governo a cui non sarebbe parso vero di avene un pretesto legale per chiuderla, osteggiata dai croati che la consideravano atto di prepotenza contro le loro aspirazioni nazionali. Nella cittadina c'erano gli scolari del ginnasio creato con i quali Per nessuna ragione ci si doveva scontrare ne, possibilmente, incontrare. C'era una grossa minoranza croata anche essa da evitare e tutto in giro ad ecco rione di poche famiglie italiane, la campagna era slava. Proibito pene. allontanarsi dal paesino, proibito uscire di casa alla sera. Il regolamento fissava come limite l' Ave Maria e a volte l' Ave Maria suonava che si era ancora a scuola. Proibito fumare, frequentare locali pubblici. Ma devo pur dire che quella scuola in quell'aria rarefatta di scetticismo che cosi poco concedeva alla nostra gioventù per cui io ogni tanto mi ribellavo, e venivo regolarmente punito, mi piaceva. Era una vera scuola. Si apprendeva tutto e sapeva Piegarci e attirarci alla disciplina del lavoro vincendo ogni ripugnanza e suscitando vivo interesse. Io, avevo le mie difficoltà con la matematica, e mentre in tutte le altre materie di studio ottenevo buoni voti, Siderini mi mortificava continuamente ocm i suoi scuffiati che a mala pena riuscivo a ottenere. Eppure qui st'uomo è stato quello da cui più ho arato in quegli anni. Insegnava anche fisica e lo faceva con una limpidità costruttiva, con rigore di vecchi tempi che mi trascinava; è che nelle sue corse con le equazioni non potevo seguirlo. Ma quando la tabella era ripiena di segni e rigorosamente ordinati, lui si staccava compiaciuto ad ammirare quello che avevo fatto anch'io, è certo che ho imparato da lui l'arte di ridurre in strofe serrate i miei sentimenti. Quante volte nella mia vita ho ricordato con cuore caldo quest'uomo e la sua dedizione saluta alla propria missione. Non perdeva tempo, non concedeva respiro, non permetteva a cessano di prendere alla leggera l'alto esercizio della sua scienza. E chi veniva meno pagava. Grande è stata per me la sua lezione di moralità. Egli e forse tra noi e io sono lieto di poter dirgli 50 anni dopo il mio grazie.