II programma delle manifestazioni del 20 novembre comprende: Ore 10 S. Messa in S. Antonio Nuovo officiata dal nostro Mons. A. Crisma Ore 1130 Proiezione dl film e diapositive a colori su Parenzo del pittore Mario Gasperini al cinema Impero (g. c.) Relazione del Consiglio Oca 13 - Pranzo al «Ristorante Birreria Dreher. dl via Giulia, 75 Ore 15 Ritrovo nel locale della Birreria. Visita alla chiesa del Borgo San Mauro dl Sistiana per onorare la reliquia. AL BORGO DI SISTIANA RELIQUIA DEL PATRONO NELLA NUOVA CHIESA ANTONIO CRISMA Sabato, 19 novembre, alla presenza delle autorità legionari, provinciali e comunali, si svolgerà a Borgo S. Male ro di Sistiana la cerimonia d'inaugurazione del nuovo complesso edilizio comprendente 160 alloggi. la sode provvisoria della scuola Inedita statale, la chiesa provvisoria, le opere parrocchiali e la canoni.. Domenica, 20 novembre, in coincidenza con la festa patronale, l'arcivescovo di Gorizia procederà alla benedizione della nuova chiesa e dell'altare. Dopo la celebrazione della S. Messa, verrà esposta alla venerazione dei fedeli la reliquia di S. Mauro, dono dell'arcivescovo di Gorizia alla parrocchia. La reliquia è custodita in una artistica urna d'argento eseguita dall'orafo goriziano Egidio Lipizer su progetto dell'architetto Guglielmo Riaviz, pure di Gorizia. Il prezioso reliquiario è dono dei parentini alla chiesa di Borgo S. Mauro. Il raduno dei parentini in occasione della festa di S. Mauro, che si svolgerà a Trieste, si concluderà quest'anno al Borgo S. Mauro con una cerimonia religiosa per la deposizione della reliquia in una apposita nicchia nella chiesa parrocchiale. IL gentile Borgo S. Mauro di Sistiana vive una delle sue più belle giornate in occasione dell'inaugurazione della chiesa dedicata a San Mauro, vescovo e martire di Parenzo. E per essere in stile con gli usi più antichi delle cittadine nostre, la chiesa non ha soltanto il nome del martire parentino, ma ne possiede ora anche un franamento del corpo glorioso, ottenuto per interessamento del1' eccellentissimo arcivescovo di Gorizia e contenuto in un artistico cofanetto, donato dai Parenti., esuli a Trieste e nel resto d' Italia. Questa reliquia non è soltanto una cosa preziosa riferita al Santo,' cui appartenne, ma proprio,' per la pratica ribadita nella Chiesa cattolica nei tempi più recenti, un documento della realtà storica e della genuinità del Santo, che si venera. San Mauro ci è ricordato nella lapide del sec. rinvenuta alla fine del secolo scorso sotto l'altare maggiore della basilica, e riferente-si all'arca contenente il cori,. del Martire. Del 1247 è l'arca del Santo unito a S. Eleuterio, fatta costruire dal vescovo Pagano, nella quale arca poi lo trovarono i Genovesi nel 1354, quando sbarcarono a Par.., al comando dell'ammiraglio Paganino Doria, nella guerra tra Venezia e Genova, ne fecero furto devoto e lo portarono a Genova, dove lo collocarono nell'abbazia di S. Matteo, proprietà della nobile famiglia D’Oria. Nel 1456 fu costruito nella stessa chiesa il sarcofago marmoreo contenente i corpi dei martiri SS. ro e Eleuterio dal nobile Raffaello D'Oria di Lanfranco. Tutte le pratiche per la restituzione, pratiche iniziale ai tempo dell' Austria dal vescovo Giovanni Battista Flapp, furono concluse dal vescovo Trifone Pederzolli nel giugno 1934. 11 22 luglio 1933 fu demolito a Genova l'altare dei D' Oria e trovato lo stesso sarcofago dei nostri Martiri. Fu data notizia telegrafica a Parenzo, dove il vescovo Pederzolli ordinava il suono a festa di tutte le campane della diocesi. Così le venerate reliquie di S. Mauro tornarono nella basilica di Parenzo e furono collocate nella chiesa costruita nel sec. VI sui resti della sua casa privata. Quanti ricordi, belli e dolorosi, contengono queste sante reliquie e con quanto gaudio gli esuli parentini le sanno affidale ai cari abitanti del Borgo di S. Mauro di Sistiana. Essi sapranno certamente custodirle come prezioso tesoro e invocare S. Mauro a proteggere loro e tutti gl'istriani. La biblioteca civica Sorta nel 1821 per il legato del conte Giovanni Stefano Carli si accrebbe con i lasciti del canonico doti. Pietro Radoicovich (1830) e del dott. Nicolò de Vergottini (1859). Nell'anno 1924 il prof. Ranieri Cossar, direttore del Museo Civico di Capodistria, trasferito a Pareri., si assunse l'incarico, volontariamente c gratuitamente, di riordinarla per renderla accessibile agli studiosi. I libri, circa 5000 volumi vennero trasportati in un locale attiguo alla storica sala del «Nessuna nell'edificio della eri Giunta provinciale. Il professor Cossar rispettò la prescrizione del legato Carli nella disposizione dei quadri di famiglia del Carli tra i singoli scaffali. I libri vennero contrassegnati con timbri, in modo che il lettore può rintracciare subito -la provenienza storica nonché numerati, schedati ed inventariati. Nel 1930 occorrendo la saletta all'Istituto Magistrale, il podestà d'allora dott. Cerroni fece ritornare la biblioteca nella vecchia sede in un locale a pianoterra del Palazzo municipale. La nuova sistemazione fu eseguita dal prof. Cossar con la consueta cura e con disinteressato amore. La biblioteca fu riaperta al pubblico quotidianamente dalle ore 16 alle 17 e i villeggianti cecoslovacchi e tedeschi ne profittarono con soddisfazione. Non si sa se la biblioteca esiste ancora e in quale modo viene curata. Il saccheggio del 1354 LINA GALLI PARENZO tutta nascosta nel quadrangolo delle sue mura, con il suo torrione quadrato e le torri capanna-te, spiava dalle vedette nel mare aperto se il Pericolo si avvicinasse. Venti galere genovesi erano entrate nell'Adriatico e veleggiavano verso il Golfo. Le comandava Paganino Doria e contro gli si ergeva Vettor Pisani, Una ben alta posta era la vittoria: il dominio del Mediterraneo e il più bell'impeto coloniale di Oriente. Troppo in alto era salita Venezia e Genova aveva impegnato un duello mortale. Nel nome di S. Giorgio e di San Marco gli equipaggi si lanciavano all'arrembaggio delle galere. I Genovesi ora puntavano sui cuore di Venezia, ma prima bisognava guastare il bel dominio di San Marco dal quale Venezia attingeva a piene mani uomini per le ciurme, tronchi d'albero e vettovaglie di vino, di olio, di arieti. Tutti gli uomini validi a Parenzo stavano preparando corazze., gambiere, cervelliere e i palvesi. Tiravano a secco le gale... Purtroppo la città non aveva un mandracchio dove riparare il naviglio. Le sentinelle raddoppiate sugli spalti e sulle vedette spiavano il mare pronte a dare l'allarme con le campane, ad accendere fuochi e far fumagli d'avvisaglia. Di notte la città dormiva soffocata dalla tenebra; solo davanti alle Madonne ed ai Santi delle nicchie e dei capitelli ardevano i lumini spandendo un debole chiarore che riempiva d'ombre lunghi; gli angiporti e le contrade. Gli uomini non trepidavano. Dal tempo dei Franchi Parenzo non era stata mai presa. Il capitano ordinava le milizie, il podestà veneto visitava le fortificano- sì. Occorreva rinforzare bastite, preparare polvere di calce e materie ardenti da riversare addosso agli assalitori. Una febbrili. inusitata ardeva negli sguardi e nelle parole degli uomini, un'esaltazione sommoveva la folla che fiottava continuamente nella piazza grande» davanti al Palazzo pretorio, l'agitava come un'allegria guerriera. Nelle numerose chiese che s'incontravano ad ogni passo da San Zorsi alla Madonna delle Mura si susseguivano gli uffici divini davanti a gente in preghiera. Le donne affacciate alle scale esterne delle case, alle loggette superiori, si scambiavano sguardi di apprensione e poche parole accorata miste a sospiri e sollevando le pelli di pecora distese davanti alle piccole finestre ad arco rotondo guardavano il cielo. La calura d'agosto sollevava vapori, intorbidiva l'aria, essiccava la terra rossastra. I tramonti .insanguinavano il ciclo. Tutto era colore del fuoco e del sangue e nei cuori fatti pesanti delle donne covava la paura primigenia del fuoco e del sangue. Le galere dei Genovesi erano già entrate nelle acque del Golfo. Troppo pochi e forse anche inesperti erano stati i difensori. La città non ave. resistito. In cima alle fortificazioni s'erano sfasciate tutte le bertesche di legno e la fitta pioggia saettante dalle balestre aveva mietuto i difensori delle mura. Dalle scale s'era riversata l'onda delle ciurme nemiche. Le quattro porte di mare erano state sforzate dalle macchine segnatrici. Dalla porta di terra spalancata la gente fuggiva terrorizzata verso il borgo e correva a celarsi come selvaggina inseguita fra la macchia spinosa delle colline. Il bel palazzo pretorio fumava da tutta la fila delle finestre spalancate sulla piazza, con lui ardevano i Preziosi archivi e l'antico statuto municipale. La strage cavalcava per ogni contrada con il suo ululato e il suo ghigno selvaggio. La difesa spazzata si era ridotta a centinaia di Piccoli combattimenti individuali. Ogni uomo, anche ferito, davanti alla Porta della sua casa difendeva senza speranza il focolare dall'orda dei saccheggiatori. Urla, balenio darmi, rosso furore, mani lorde di sangue, occhi stravolti, chiome selvagge, urla di donne, pianto di bimbi, fumi d'incendio. La violenza genovese faceva la sua rossa vendemmi anella città conquistata densa di vite inermi. In un punto c'era ancora silenzio: all'orlo del mare la basilica antica accoglieva sotto le volte una folla atterrita. 11 rombo del sacco si rompeva contro le sue _ sacre mura come gli ululati dei marosi in tempesta. Dalla folla prostrata le invocazioni ai santi patroni salivano al cielo in delirio. Ma Paganino Doria, saziata la fame di saccheggio delle milizie, pensava a ben altra preda. Avviandosi alla basilica non lo allettava il tesoro. Egli voleva strappare il cuore vivo alla città cristiana e rigettarla per sempre orfana nel buio, priva di ogni protezione celeste. Quando attraversato il cimitero il vincitore giunse all'armonioso atrio e da qui si affacciò alla soglia, ristette Sorgeva come un sogno la basilica d'oro. Le tre navate sui filar, delle colonne marmoree poggiavano come la stiva di una magnifica nave capovolta con la prua drizzata verso l'oriente. Sullo sfondo aureo i mosaici disegnavano la figura del Redentore dagli occhi insondabili, la rigida figura della Vergine, la bianca teoria degli apostoli, l'arcangelo con le grandi ali aperte, Mauro con la corona del martirio. o pavimento pareva coperto da grandi tappeti lavorati ad intrecciatine, i capitelli delle colonne si espandevano a calice ed a campana, si intere. davano in graticci di vimini. Dalla finestre pioveva una luce perlacea. Proprio sotto l'abside nella navata destra, nella grande arca marmorea riposavano le ossa dei tutelaci: Maturo il vescovo segreto ed Eleuterio suo successore in dignità e martirio. Su quest'arca si posarono ardendo gli occhi grifagni del conquistatore. E l'arca marmorea sigillata nel 1247 dal vescovo Pagano fu scoperchiata dalle spade genovesi e le sacre ossa furono toccate dalle mani predaci, Attorno stava una folla gemente, abbattuta come da un vento di tempesta. I canonici celavano il capo tra le palme, il vescovo Giovanni assiso sulla cattedra episcopale aveva la faccia bianca come la morte. Forse anche le figure ieratiche dell'abside Claudio od Eufrasio sollevarono i manti purpurei Per velarsi gli occhi. Veniva rapito il tesoro più prezioso della basilica, la gloria della città cristiana. Verso sera le galera vittoriose, distese le tre vele, salpavano. Si sperdevano verso nord sul mare ammantato di viola. Nella basilica violata già piena d'ombra una folla sconvolta fissava ,l'area scoperchiata. Tra i singhiozzi un ritornello si alzava e ricadeva sordamente: «San Moro e San Lizier, «San Moro e San Lizier, Nella sua allucinazione davanti alle orme di sangue, degli armati sul pavimento di mosaico la, genie asseriva già d'aver visto quel sangue fresco scaturire miracolosamente dall'altar maggiore, che racchiudeva altre ossa di martiri. Sulla nave ammiraglia era stato deposto il cofano sacro. La più ambita preda doveva arricchire a Genova i trofei vittoriosi di casa Doria.