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Il tempio d'Augusto e la palazzina municipale al Foro splendidamente illuminati dalla ditta Bucher per i festeggiamenti della Redenzione svoltisi a Pola nel 1921
Il 20 dicembre ebbe luogo per la prima volta in Pola redenta la commemorazione pubblica di Guglielmo Oberdan, nell'anniversario del suo martirio. Per avere un'idea della grandiosità di tale commemorazione, alla quale tutta Pola era accorsa, basti leggere le relazioni dei giornali locali del 21 dicembre. ) Nell'imponente corteo e allo scoprimento di una lapide a Oberdan fatta immurare in quel giorno dai cittadini nell'atrio del Municipio, comparvero per la prima volta con la loro bandiera sociale gli ex internati politici, i quali si erano costituiti in «Società fra ex internati e perseguitati politici», verso la metà di dicembre. Questi valorosi cittadini, che portano in volto il segno dei lunghi e dolorosi patimenti sofferti per anni, che furono sottoposti alle torture morali le più atroci, perché rei d'esser stati italiani, nella memorabile seduta, in cui si trovarono tutti quanti riuniti nella loro città finalmente libera, diedero sfogo a tutto il loro odio contro l'oppressore, acclamando unanimi alla Gran Madre Italia, lieti d'avere sofferto per vederla poi più grande e più temuta. La cittadinanza manifestò pure il suo giubilo quando apprese la venuta a Pola di membri della Casa Reale. L'accoglienza fatta al Duca d'Aosta — l'augusto condottiero di quell'invitta Terza Armata, alla quale appartenevano anche le truppe prime arrivate a Pola — e alla Duchessa d'Aosta, dimostrò il sincero attaccamento della città a Casa Savoia. Un'altra magnifica e spontanea manifestazione d'italianità del popolo di .Pola la si ebbe il giorno 29 dicembre quando il popolo, convocato dagli studenti accademici, si radunò a comizio per protestare contro le subdole macchinazioni . internazionali ai danni dell'Italia vittoriosa e per domandare l'annessione di Fiume, di Veglia e della Dalmazia alla Gran Madre. Uno degli oratori, Rodolfo Coreni, disse fra altro:
«Questa città che ci vide nascere italiani, che ci istruì del suo passato con la vista dei suoi monumenti insigni, che ci educò alla luce viva del suo sole meridionale, e alla blandizie delle aure meridionali, con gli esempi di fierezza dei padri, questa città, a vicenda felice ed infelice nei secoli no, ha dimenticato un solo istante ch'era obbligo suo prepararsi nei lunghi anni del servaggio alla sua trionfale entrata nella gloriosa famiglia delle città della Penisola. Così noi avevamo temprata e martellata l'anima nostra in modo che il giorno della nostra liberazione nulla avemmo da gettare alle fiamme se non l'increscioso ricordo dei nostri patimenti. Noi non abbiamo dunque dovuto attendere la marcia delle truppe italiane sotto l'Arco dei Sergi per sentirci intimamente quello che siamo: eravamo sempre quello che siamo presentemente: italiani fin nel più profondo dell'anima nostra.
Ma non ancora tutti gl'italiani si trovano nella felice situazione nostra. A questi fratelli, come noi specchiantisi negli azzurri silenzi dell'Adriatico, non sorride la gioia della libertà, non gli inni della Patria fioriscono sulle loro labbra come garofani fiammanti al raggio del sole, non il grido che pur dai nostri petti fortunati erompe come un inno di gloria nella brevità del suono e nella estensione infinita, li fa lieti di vivere. Eppure, anch'essi, come noi, hanno lungamente sofferto ed aspettato, hanno come noi trascinato nelle luride prigioni austriache, per le vie delle loro città, nelle loro stesse case un dolore che non si può dire se non per la voce sonora di un poeta come D'Annunzio o di un tragedo come Sem Benelli; hanno come noi strenuamente combattuto per le stesse idealità; hanno dovuto spesso piegar, stremati di forze, la superba lor fronte italiana sotto il pugno della prepotenza feroce degli slavi e dei tedeschi, per poi subito, invincibili, scuotere la polvere della umiliazione patita, rialzare con fierezza il capo e gridare: No, no; ad onta di tutto, ad onta di tutti noi siamo e resteremo italiani! Ora questi nostri fratelli, per avversità di fortuna, son passati dal giogo pesantissimo dell'Austria al giogo insopportabile della Jugoslavia. L'Italia, che, seguendo la voce sempre viva del suo più grande poeta, ha fatto realmente libere le genti, permetterà che rimangano schiavi non pochi dei suoi figli?»
Parlando poi delle manifestazioni d'italianità avvenute in quei giorni a Spalato e ricordando che ben 2.400 furono in quella città martire i soci della Dante Alighieri disse:
«Ma l'anima italiana non si soffoca; ella com'è fuggita dalle grinte esperte dell'aquila bicipite ora fugge alle acute zanne della Jugoslavia e vola lieta del suo ardire a poggiarsi per attingere nuove energie in grembo alla madre...»
Parlarono sul medesimo tono parecchi altri oratori; indi fu votato il seguente ordine del giorno dal quale si rilevano ancora una volta i nobilissimi sentimenti di Pola italiana e della sua gente:
«Il popolo di Pola sempre fiero ed orgoglioso della sua italianità ed esultante ora per la sua Redenzione, non poteva rimaner sordo al grido di dolore di tutti i giorni, dei fratelli di Fiume, di Veglia e della Dalmazia, che affermano e reclamano "altamente" l'italianità dei loro Comuni. Radunato perciò oggi a pubblico comizio, esso manda un fraterno saluto ed un memore pensiero di solidarietà alle città consorelle, che furono già di Roma e di Venezia per secoli e le incoraggia a perseverare nella lotta, finché non sia compiuto il sogno di Baiamonti, ) finché su di esse non sventoli il sacro vessillo d'Italia; facendo voti, che l'Italia sola, finalmente sia la Signora del mare, che il senno latino chiama "Mare nostrum". Il popolo di Pola, associandosi al voto degl'Italiani tutti, porta questo voto a conoscenza di chi regge i destini della Patria, confidando, che la nuova Italia e il suo magnanimo Re liberatore, come vollero e seppero, con mirabile spirito di sacrificio e con visibile energia, abbattere il dominio della barbarie colla vittoria più grande che la storia registri, vuole ascoltare anche il "richiamo doloroso" di tanti figli non ancora redenti e far scendere su di loro, in quest'ora solenne, su cui la vittoria del diritto illumina il mondo, la luce di libertà che significa "Redenzione"».
Dopo l'imponente comizio la folla formò un corteo e s'avviò al Municipio. Davanti alla lapide commemorativa di Oberdan i cittadini, assiepati nella pittoresca piazza, cantarono a capo scoperto la marcia funebre del Martire triestino, dopo aver inneggiato ripetutamente ed altissimamente all'italianità e alla libertà della Dalmazia. )
Le estrinsecazioni di pura italianità della città di Pola non si manifestarono soltanto all'aperto, nei pubblici ritrovi e nei vari sodalizi, ma specialmente nel Comune. Dopo tanti anni, durante i quali il Comune fu in mano del governo, venne finalmente costituita dall'ammiraglio Cagni una Giunta comunale amministrativa con a presidente il sindaco dott. Domenico Stanich. Nella seduta costitutiva del giorno 21 novembre la Giunta iniziò i suoi lavori, inviando molti telegrammi di omaggio, fra i quali il primo a S. M. il Re, redatto in questi termini:
«A S. M. Re Vittorio Emanuele III. AI Re delle vittorie che, coronando l'opera generosa del Re Galantuomo e del Re Buono, portava al Quarnaro i termini d'Italia, la prima rappresentanza amministrativa di Pola redenta volge con ammirazione ed ossequio il pensiero, e dalla gloria di Savoia trae gli auspici per l'opera futura»,
Uno dei primi passi intrapresi dalla neonominata Giunta comunale fu quello di portarsi in corpore al cimitero per porgere un tributo di fiori e d'affetto alla salma eroica di Nazario Sauro. Nella seduta del 5 dicembre la Giunta stessa deliberò di dare a! grande Martire istriano, che era stato sepolto dai suoi bestiali carnefici in un punto non consacrato e profanato del Cimitero di Marina, una tomba degna, seppur provvisoria, permanentemente adornata con fiori. Con altro provvedimento, interpretando l'unanime desiderio dei cittadini, cambiò i nomi di molte vie e piazze che, come vedemmo, erano stati mutati dal governo austriaco durante la guerra. Così i nomi più cari al cuore dei polesi vennero a figurare agli angoli delle strade e dei giardini. La Giunta comunale sin dalla sua costituzione, attese con fede e coraggio al risollevamento della città dallo stato di abbiezione in cui il cessato regime l'aveva ridotta: tutto era da rifare dalle fondamenta. Ed a quest'opera di ricostruzione e di riordinamento prodigò il suo appoggio e le sue amorevoli cure Umberto Cagni. Perciò, dopo poco più di due mesi dal dì della Redenzione, a quest'uomo che tanto aveva tatto per la città, che spesso si trovò in contrasto con governi e governanti per dare ad essa unicamente la possibilità di rinascere e di vivere dopo tanto travaglio, i polesi vollero dimostrare la loro riconoscenza conferendogli solennemente la cittadinanza onoraria. Ciò avvenne nella seduta della Giunta comunale amministrativa del 21 gennaio 1919, nella quale si acclamò «con plauso, cittadino onorario di questa città Sua Eccellenza il Comandante in Capo della Piazza Marittima, Viceammiraglio Cav. Umberto Cagni, a ricordo dell'invitto duce delle valorose forze di mare che prime sbarcarono a Pala e la liberarono dall'odioso tiranno, e poi in riconoscenza delle grandi benemerenze da lui acquistatesi verso il Comune, coll'aver, in questo breve tempo della sua residenza in Pola, provveduto al ripristinamento dell'ordine e all'approvvigionamento della città, all'effettuazione dei lavori più urgenti per la viabilità in città e dintorni, al riordinamento ed all'apertura delle scuole che da circa quattro anni erano parte chiuse e parte soppresse ed in ultimo, pel suo continuo amoroso interessamento in linea economica e culturale per la città nostra e per l'intero Comune». ) E Umberto Cagni si dimostrò veramente degno di questo alto riconoscimento e di questa ricompensa. Da «Come Pola fu redenta» di Vittorio Stanich-Stagni, Statoilimento tipografico Francesco Rocco, Pola 1928.
(FINE) ) Dal protocollo della seduta della Giunta Comunale amministrativa, tenuta il 21 novembre 1918.
Questa cronistoria è stata compilata sulla base di documenti inediti, ricordi personali e testimonianze di protagonisti, relazioni di giornali del tempo, nonché con la scorta delle pubblicazioni qui elencate: Bernardo Benussi: «L'Istria nei suoi due millenni di storia», Trieste 1924, e «Fola nelle sue istituzioni municipali (1797-1918)» in Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia. Patria, Vol. XXXV, Parenzo 1923. Silvio Benco: «Gli ultimi anni della dominazione austriaca a Trieste», Trieste 1919. Carlo Pignatti-Morano: «La vita di Nazario Sauro e il martirio dell'eroe», Milano 1922. Arnaldo Fraccaroli: «L'Italia ha vinto», Milano 1918. Maffio Maffei: «La vittoria nell'Adriatico», Milano 1918. Bernardino Fabro: «Ricordando...», Pola 1923. Ranieri Mario Cossàr: «Parentium», '26.
) V. «Il Giornaletto» e «Il Gazzettino di Pala» d.d. 21
dicembre.
Antonio Baiamonti, grande patriota dalmata e primo podestà italiano di Spalato asservita all'Austria.
) Leggansi le relazioni dei giornali locali del 30 dicembre.